Il ritorno della foca monaca mediterranea
La foca monaca avvistata negli anfratti delle coste rocciose del Golfo di Napoli: una storia di assenze, ferite e ritorni tra Capri, Ischia e Li Galli. Segni di resilienza e di ripopolamento naturale
di Tonia Ferraro
Non si vedevano più dall’ultima guerra. Eppure, dopo decenni di silenzio, la foca monaca mediterranea (Monachus monachus) è tornata a nuotare tra Capri, Ischia e la Penisola Sorrentina. Non è una reintroduzione artificiale, non è un progetto: è una ricolonizzazione naturale, spontanea, che ha stupito biologi, pescatori e aree marine protette. Un ritorno che assume il valore di un dono per la biodiversità del mare.
Fino agli anni Quaranta, la foca monaca era stanziale a Posillipo: viveva nelle grotte, nelle insenature, nelle acque calme sotto le ville affacciate sul mare. Soprattutto in quelle cavità che si aprono solo sotto il livello dell’acqua, dove il mare crea un varco nascosto e silenzioso. Luoghi protetti, freschi, appartati: il rifugio ideale per un animale schivo per natura, che cerca quiete e riparo lontano dagli umani.
Poi la guerra, la fame, la disperazione. Curzio Malaparte, nel romanzo La pelle, racconta un pranzo a base di foca: una pagina durissima, che non si cita per gusto del macabro, ma per ricordare che Napoli, in quegli anni, era talmente affamata da consumare anche ciò che oggi difendiamo come un tesoro. Quella scena spiega meglio di qualsiasi grafico perché la foca monaca sparì dal Golfo: non per scelta, ma per sopravvivenza. Posillipo rimase orfana di una presenza che era parte della costa.
Oggi, invece, torna. E torna senza l’aiuto di nessuno: nessun progetto di reintroduzione, nessuna forzatura, nessun intervento umano. È la foca monaca stessa a scegliere di nuovo le nostre acque, le nostre grotte, i nostri silenzi.
Le osservazioni nel Golfo di Napoli si inseriscono in un quadro più ampio: la specie è ricomparsa stabilmente nel Tirreno centrale, tra Arcipelago Toscano e Pontino. Un movimento lento, prudente, ma costante: come se stesse tastando il Mediterraneo per capire dove può ricominciare a vivere.
Il cuore di questo ritorno sono le grotte, soprattutto quelle con ingresso sottomarino. Cavità vulnerabili, difficili da raggiungere, dove la foca monaca trova riposo, protezione, magari un luogo sicuro per partorire.
Il monitoraggio nel Golfo di Napoli è affidato a ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che documenta ogni avvistamento e studia le dinamiche di ripopolamento. Le Aree Marine Protette stanno installando fototrappole nelle cavità più promettenti e intensificando i campionamenti di DNA ambientale (eDNA) grazie al progetto europeo Life SeaNet, che coordina una rete di monitoraggio nel Mediterraneo per individuare presenze, spostamenti e nuovi siti di rifugio della specie. Strumenti delicati, non invasivi, pensati per osservare senza disturbare.
Le istituzioni ricordano con chiarezza cosa fare in caso di avvistamento del mammifero marino:
- mantenere almeno 50 metri di distanza,
- spegnere i motori,
- non entrare nelle grotte,
- non inseguire,
- segnalare gli avvistamenti alle AMP.
La foca monaca resta una delle specie più minacciate al mondo: meno di mille esemplari in tutto il Mediterraneo. Il suo ritorno nel Golfo di Napoli è un segno di speranza, ma anche un invito a custodire con più attenzione le acque che ha scelto di tornare a frequentare.
