Il triangolo del vuoto a CasaCinema
Tre film e una domanda aperta a CasaCinema: due sale, una blu e una rossa e una programmazione scelta con cura
di Mario Scippa
Mentre tantissime sale hanno chiuso per diventare supermercati, a Napoli da poco ha aperto un piccolo spazio, CasaCinema. Due piccole sale, sala rossa e sala blu, e una programmazione di film sempre scelti con cura.
Non è solo un luogo: è una resistenza silenziosa. Una fenditura nel presente, dove le immagini tornano ad essere esperienza e non consumo.
L’ho incontrato per caso e, per caso, ho visto, senza premeditazione, tre film in questi ultimi mesi: La grazia di Paolo Sorrentino, La mattina scrivo di Valérie Donzelli e ieri sera La torta del presidente di Hasan Hadi.
Film completamente diversi tra loro. Eppure, a distanza, qualcosa ha iniziato a sedimentarsi: un filo sottile unisce queste tre opere. Non evidente, non dichiarato. Piuttosto una vibrazione comune, una specie di domanda che attraversa tutte e tre senza mai trovare risposta.
Non è un filo narrativo, né stilistico. È qualcosa di più profondo: una triangolazione.
Tre direzioni, tre movimenti dello sguardo nel silenzio.
La grazia di Paolo Sorrentino guarda verso l’alto. Non nel senso religioso tradizionale, ma come tensione. Come bisogno di qualcosa che eccede il visibile. È un’opera che sembra trattenere il respiro: immagini sospese, corpi che si muovono lentamente, una ricerca che non si compie mai. Il sacro non è più una promessa, ma una distanza.
La mattina scrivo di Valérie Donzelli compie il movimento opposto: si ritrae. Non cerca più fuori, ma dentro. Dentro il tempo, dentro i gesti minimi, dentro il tentativo ostinato di trattenere qualcosa che scivola via. La scrittura diventa una forma di sopravvivenza, quasi un rito laico: ogni parola è un modo per non scomparire del tutto.
Poi arriva La torta del presidente di Hasan Hadi, che riporta lo sguardo fuori, ma in modo spiazzante. Non c’è un potere visibile, non c’è un centro. Il sistema è diffuso, impersonale, quasi naturale. I personaggi non lo sfidano, non lo nominano: lo abitano. E proprio in questa adesione inconsapevole si nasconde la sua forza. Il potere non opprime: organizza.
Se si osservano insieme, questi tre film sembrano disegnare i vertici di un triangolo:
- il trascendente,
- l’interiore,
- il sociale.
Ma ciò che colpisce è che questo triangolo non si chiude mai davvero. Le tre dimensioni non comunicano. Non si integrano. Restano separate, come stanze in cui entriamo a turno, senza mai riuscire ad abitarle tutte insieme.
E forse è proprio qui che queste opere diventano, senza volerlo, politiche.
Perché raccontano una frattura.
Un tempo, forse, queste dimensioni convivevano: il senso, l’identità, il mondo.
Oggi sembrano essersi scollate.
Il sacro si è fatto silenzio.
L’io si è fatto fragile.
Il potere si è fatto invisibile.
E noi ci muoviamo tra questi tre poli senza riuscire a tenerli insieme, oscillando continuamente tra bisogno di significato, ripiegamento su noi stessi e adattamento a sistemi che non comprendiamo fino in fondo.
CasaCinema, con le sue due piccole sale, diventa allora qualcosa di più di uno spazio fisico. Diventa un punto di osservazione. Un luogo in cui questa frattura non viene nascosta, ma resa visibile.
Non è un caso che proprio lì si incontrino lavori così: opere che rifiutano la semplificazione, che non cercano lo spettatore ma lo interrogano. Film in cui il tempo si dilata, in cui il silenzio pesa, in cui ciò che conta non è ciò che accade ma ciò che resta.
E resta una sensazione precisa, difficile da nominare.
Non è disperazione. Non è neanche speranza. È piuttosto una consapevolezza: che qualcosa si è rotto, ma non del tutto. Che, nonostante la frammentazione, continuiamo a cercare connessioni.
Nel silenzio di una sala buia, nella luce intermittente di uno schermo, nel gesto minimo di qualcuno che scrive, o in una torta preparata per un potere che non si vede.
Forse il filo che unisce questi film non è una risposta. È il fatto che, ostinatamente, la domanda resta aperta.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte e immaginario urbano, indagando il rapporto tra potere, memoria e identità contemporanea.
