Il Vomero, quando Cinecittà e Hollywood non esistevano
Napoli, la culla dimenticata del cinema italiano. Dalle origini pionieristiche alla rinascita culturale della Via delle Stelle al Vomero
di Sergio Sivori
Quando si affronta il tema delle origini del cinema, l’immaginario collettivo tende a concentrarsi su poli come Hollywood e, in Italia, su Cinecittà. Tuttavia, prima che questi modelli industriali si affermassero compiutamente, Napoli rappresentava già uno dei centri più attivi e significativi della nascente arte cinematografica. In una fase pionieristica, caratterizzata da sperimentazione tecnica e ricerca espressiva, la città sviluppò una propria identità produttiva e culturale autonoma.
Già alla fine dell’Ottocento, a breve distanza dalle prime proiezioni dei fratelli Lumière, Napoli accoglie il nuovo mezzo con straordinaria rapidità. Ma ciò che la distingue non è soltanto l’entusiasmo iniziale, bensì la capacità di trasformare il cinema in uno strumento di rappresentazione del reale. La città diventa immediatamente soggetto filmico: i vicoli, la vita popolare, le dinamiche sociali e le emozioni quotidiane vengono fissate su pellicola, anticipando sensibilità che solo successivamente saranno riconosciute come pienamente “realiste”.
Tra i protagonisti di questa fase iniziale si collocano i fratelli Troncone, tra i primi operatori ed esercenti attivi nel territorio napoletano. Le loro vedute urbane e le riprese documentarie costituiscono una delle prime forme di archivio visivo della città, restituendone l’immagine nella sua immediatezza quotidiana.
In parallelo si sviluppano le prime esperienze produttive strutturate. La Partenope Film rappresenta uno dei tentativi iniziali di organizzare una produzione locale, mentre la Lombardo Film, legata alla figura di Gustavo Lombardo, contribuisce in modo decisivo alla costruzione di un sistema industriale più solido, destinato a evolvere nel tempo e a lasciare un’impronta duratura nel panorama nazionale.
All’interno di questo contesto emerge con particolare rilievo la figura di Elvira Notari, fondatrice della Dora Film e considerata la prima grande regista del cinema italiano. Il suo cinema si distingue per un forte radicamento nel tessuto sociale napoletano: riprese in esterni, uso di attori non professionisti e narrazione di storie popolari caratterizzano un linguaggio diretto e innovativo. I suoi film raccontano amori difficili, marginalità, conflitti familiari e desiderio di riscatto, fondendo elementi teatrali, musicali e popolari in una forma espressiva di straordinaria modernità.
Accanto alla dimensione produttiva e autoriale, si sviluppa anche un primo sistema di divismo e di cultura cinematografica. Leda Gys si afferma come una delle principali interpreti del cinema muto italiano, contribuendo alla definizione di un modello recitativo che unisce tradizione teatrale e nuove esigenze filmiche.
In questo quadro, secondo alcune ricostruzioni storiche — tra cui quelle contenute nel volume Napoli nel cinema — figure come Mario Recanati avrebbero avuto un ruolo pionieristico nell’organizzazione delle prime attività cinematografiche cittadine, intuendo non solo il valore spettacolare del nuovo mezzo, ma anche le sue potenzialità produttive e formative. In questa prospettiva, egli sarebbe tra coloro che contribuiscono alla nascita di forme embrionali di esercizio cinematografico, attraverso sale di proiezione e iniziative legate alla diffusione del cinema. Allo stesso modo, Menotti Cattaneo viene ricordato per il suo contributo alla popolarizzazione del cinema, favorendone l’inserimento stabile nel tessuto sociale urbano come forma di spettacolo accessibile e diffuso.
Il dinamismo del cinema napoletano delle origini si riflette anche nella geografia della città. Un ruolo significativo viene attribuito al quartiere del Vomero, che agli inizi del Novecento ospitò teatri di posa e attività produttive legate al cinema. In questa fase, il Vomero non è soltanto un’area residenziale, ma anche uno spazio operativo della nascente industria cinematografica, in cui si sperimentano linguaggi e modalità produttive.
Proprio a partire da questa consapevolezza storica nasce la Via delle Stelle, progetto culturale ideato e inaugurato in occasione del Vomero Fest, manifestazione da me ideata e diretta. L’iniziativa si configura come una “walk of fame” dedicata ai protagonisti del cinema napoletano, con l’obiettivo di riportare al centro dell’attenzione pubblica una memoria spesso trascurata. La collocazione nel Vomero assume un valore simbolico: restituire al quartiere il ruolo che ebbe nella fase originaria della produzione cinematografica.
In una prospettiva più ampia, la Via delle Stelle si inserisce in un percorso di valorizzazione culturale che mira a recuperare la tradizione cinematografica napoletana e a rilanciarne la conoscenza attraverso iniziative pubbliche e festival dedicati. In questo senso, la memoria non è semplice celebrazione del passato, ma strumento attivo di rigenerazione culturale.
Con l’avvento del sonoro e il progressivo consolidarsi dell’industria cinematografica a Roma, Napoli perde gradualmente centralità produttiva.
Molte opere vengono disperse o dimenticate, e una parte significativa di questa stagione rischia di cadere nell’oblio. Tuttavia, il patrimonio che resta testimonia l’esistenza di un cinema profondamente radicato nella realtà sociale, libero nella sperimentazione e ricco di energia creativa.
Riconsiderare oggi questa fase significa riconoscere che, quando Hollywood e Cinecittà non esistevano ancora come sistemi industriali consolidati, a Napoli si producevano film, si sperimentavano linguaggi e si costruiva una cultura cinematografica autonoma.
Non una periferia, dunque, ma uno dei luoghi originari del cinema moderno.
La Via delle Stelle nasce da questa consapevolezza: trasformare la memoria in spazio pubblico e restituire visibilità a una storia che ha contribuito in modo decisivo alla nascita del linguaggio cinematografico.
Perché il cinema napoletano delle origini non è soltanto un capitolo locale, ma una parte essenziale della storia del cinema.
