La principessa del mahraja
Portici, una fiaba dal profumo d’Oriente che racconta di una principessa figlia di mahraja, che, una volta finita, lasciò l’amaro in bocca …
di Tonia Ferraro
Domenico Modugno e Franco Migliacci nel 1958 scrissero Pasqualino Maragià, un brano che ebbe un discreto successo. Pochi sanno, però, che si ispirò a una vicenda realmente accaduta.
Il “maragià” in questione era Gennaro Ottieri di Portici, detto Gennarino, che aveva sposato la bellissima Seeta Kumari, figlia del mahraja di Palithana. Si sposarono con una fastosa cerimonia nella basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito, a Napoli. Alla cerimonia partecipò anche il sindaco dell’epoca, Achille Lauro, che fu anche testimone dello sposo.
La canzone di Modugno, per una questione di privacy, citava lo sposo come Pasqualino, ma Gennaro non era il “povero pescatore”: era laureato in Ingegneria e figlio di Mario Ottieri, ricco imprenditore e politico porticese.
Di contro, Seeta, chiamata Kalì nel brano musicale, era davvero una bellissima principessa.
Gennaro era persona fidata del sindaco Lauro, che, spesso, affidava a lui l’accompagnamento di una sua carissima amica. Possedeva una gioielleria e orologeria in piazza Municipio a Napoli. Alcune fonti riportano che proprio qui conobbe la principessa Seeta, altre, invece, che si incontrarono a Capri.
Dopo una lunga luna di miele in India, gli sposi vennero ad abitare a Portici, in via Armando Diaz, in una villa donata dal padre Mario agli sposi. Questa villa oggi non esiste più, al suo posto c’è un palazzone, ma si trovava di fronte alla Villa Coretti, l’ex pastificio Carotenuto. La principessa era molto riservata, usciva raramente, e sempre contornata da una nutrita corte di fidati famigli indiani.
Questo riserbo, però, faceva crescere la curiosità, a volte morbosa, dei porticesi, e si raccontano aneddoti e soprannomi affibbiati alla poverina, che certamente soffriva già per la lontananza dal suo Paese e dai suoi cari. Chi riusciva a cogliere qualcosa guardando nella villa, raccontava di uno stuolo di servitù. Uno di loro, a differenza di Seeta, si integrò bene, tanto da sposare una ragazza porticese e decidere di rimanere.
Il matrimonio tra Gennaro e Seeta fece compiere alla famiglia Ottieri un significativo salto di status sociale. Purtroppo, la coppia non ebbe figli, e dopo qualche anno si separò.
Seeta tornò in India, e Gennaro continuò l’attività edilizia paterna.
Di loro non se ne seppe più nulla. Qualche traccia di Gennaro Ottieri si riscontra nel 1974, quando, proprietario del cantiere Saco, intentò una causa a un politico locale per appropriazione indebita, e, infine, nel 1978. Come riportato in un articolo di L’Unità del 12 marzo di quell’anno, Gennarino fu coinvolto nell’omicidio di un sindacalista, che lavorava nel suo cantiere … assassinato per le sue attività contro pratiche illegali nei cantieri … dalla “mafia dei cantieri” per le sue denunce su lavoro nero e subappalti irregolari.
E questa storia fiabesca, che rivela il retroscena di una canzone, lascia un po’ di amaro in bocca. Dopo quasi settant’anni, qualcuno la ricorda ancora, ma presto resterà solo il testo di Pasqualino maragià.
