L’impatto psicologico della pandemia sugli Italiani

Il nostro medico Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, parla dell’impatto psicologico sulla popolazione

Il Rapporto Coop 2020 – Economia, Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani, pubblicato sul portale italiani.coop curato dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop  | Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori offre interessanti spunti di riflessione sullo stato d’animo della popolazione di fronte alla pandemia che ha stravolto il nostro mondo.

L’immagine che viene fuori dall’indagine, svolta su un campione di 2000 individui rappresentativo della popolazione over 18 e 700 opinion-leader e market-maker del sito, è quella di “vivere in una bolla”: confinati nell’incerto presente, senza la possibilità di fare progetti per il futuro, rifugiati dentro comfort zone delimitate e protette (la casa, gli affetti familiari, il vicinato).

Di contro, il digitale, entrato inevitabilmente nella nuova quotidianità come fonte privilegiata quando non unica di studio, lavoro, informazione e comunicazione, rischia di rinchiudere sempre di più le persone in sé stesse.

La voglia di stare in casa, di cucinare materie prime di qualità a km zero, l’attenzione crescente ai temi della sostenibilità sono altre tendenze nella vita degli italiani dopo l’impatto della pandemia. Il Covid ha avuto in un certo senso un effetto di una “macchina del tempo” sugli stili di vita degli Italiani: il Pil pro-capite è tornato ai livelli di metà anni ’90, la spesa in viaggi è tornata indietro di 45 anni, ai livelli del 1975, i consumi fuori casa sono arretrati di 30 anni, mentre la digitalizzazione ha fatto un balzo verso il futuro, con aumento dello smart-working del 70% rispetto a 1 anno prima e dell’e-grocery, ossia dell’acquisto on line di beni di largo consumo, del 132%.

A picco la natalità (rinuncia all’idea pianificata di avere un figlio a causa dell’emergenza sanitaria il 36% dei giovani), mentre matrimoni, trasferimenti, acquisti di case e aperture di nuove attività figurano tra i progetti rinviati o cancellati per l’84% degli Italiani.

E crescono le diseguaglianze economiche, i problemi psicologici (i ragazzi iperconnessi sono aumentati nei primi 6 mesi dell’anno del 250%), la violenza domestica (da marzo a giugno sono aumentate del 119% le chiamate al numero antiviolenza di genere).

Secondo un’indagine realizzata da Axa Europe in 7 Paesi europei, in Italia prima del Covid le persone che dichiaravano di avere un buono stato di salute mentale erano il 50%, mentre con la pandemia si sono ridotte al 23%. I più colpiti appaiono donne e giovani.

Questo “malumore” generalizzato si può tradurre in una condizione emotiva negativa che l’Organizzazione mondiale della Sanità riferisce attualmente a fino il 60% degli Europei, la pandemic fatigue: uno stato psicologico caratterizzato da un senso di avvilimento, stanchezza, demotivazione, sconfitta, abbandono, sfiducia e svogliatezza nel rispetto delle regole e i comportamenti raccomandati per proteggere sé stessi e gli altri dal Sars-CoV-2, causa il lungo persistere dello stato di emergenza.

Questa sensazione di incapacità a esercitare controllo sul futuro comporta in casi estremi il diffondersi di posizioni fataliste, negazioniste o complottiste che, nella loro irrazionalità, ostacolano le misure di Salute pubblica.

Gli Psichiatri italiani, attraverso la loro Società scientifica, lanciano a tal proposito un grido di allarme: «Bisogna fare il prima possibile nel fornire i ristori alle categorie sociali e lavorative a rischio tracollo economico per le misure restrittive anti-Covid, per evitare tensioni che potrebbero mettere a rischio la tenuta sociale del Paese.»

Non più propensi a rinunciare a tutto ciò cui hanno rinunciato nella prima ondata dell’emergenza sanitaria, e in balia dei numeri giornalieri dei contagi, che fanno loro vivere una sorta di “sindrome di accerchiamento” (più i numeri crescono, più aumentano anche le restrizioni), gli Italiani – segnala la Società Italiana di Psichiatria – non accettano che, pur essendo stata ampiamente annunciata una recrudescenza in autunno, gli ospedali non siano stati adeguati per tempo per farvi fronte senza trovarsi di nuovo in tilt come nella prima ondata.

La prima esperienza del lockdown è stata accettata con buona coesione sociale, ma l’ipotesi di un nuovo lockdown viene vagliata con rabbia e terrore. A rischio ribellione soprattutto i lavoratori precari e i giovani, i più colpiti da restrizioni, ma  meno dalla malattia, per cui trovano ancora più assurdo dovervi sottostare.

Oggi, purtroppo, alla luce di quanto è successo, quello slogan “Andrà tutto bene” della prima fase dell’epidemia assume un tragico suono di provocatorio “sfottò”.

 

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