L’Infinito di Gino Paoli
La sua musica nasceva dal silenzio, e ora che Gino Paoli non c’è più restano il suo cielo e il suo mare dal sale dolce
Gino Paoli non ha reso più grande la canzone italiana: ne ha cambiato l’atmosfera. Dove prima c’erano frasi enfatiche, lui portò un parlato sommesso e una nudità emotiva che non chiedeva consensi ma ascolto. Le sue canzoni sembravano provenire da una stanza chiusa più che da un palco, e avevano il respiro breve delle cose vere.
Si è spento a 91 anni nella sua Genova, davanti a quel mare che per lui non è mai stato panorama ma orizzonte interiore. Nato a Monfalcone nel 1934, trovò in Liguria una casa per l’anima: luce tagliente, salite ripide, vento salmastro — elementi che finirono per abitare anche la sua musica, asciutta e vulnerabile, figlia della sensibilità degli esistenzialisti francesi.
A Genova incontrò altri giovani che non volevano semplicemente intrattenere, ma dire. Non fondarono scuole né manifesti: si riconobbero. Tra tavolini appiccicosi, mille sigarette e notti troppo lunghe prese forma una fratellanza irregolare che cambiò tutto. Ognuno con la propria voce, ma tutti con la stessa idiosincrasia per ciò che somigliava anche solo lontanamente a una finzione. Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Umberto Bindi, Joe Sentieri, Giorgio Calabrese e i fratelli Reverberi: non un movimento organizzato, ma un firmamento di anime che si specchiavano l’una nell’altra.
Dentro le loro canzoni entrarono cose che prima restavano ai margini: un desiderio ruvido, una solitudine nuda, città viste dall’ultimo autobus. Non fuga, ma verità: il quotidiano che, osservato da vicino, diventava materia viva e bruciante.
Paoli mostrò che la profondità può stare nei toni bassi, che l’intensità non si misura dal clamore.
Le sue canzoni non occupano lo spazio: lo vivono. Restano come finestre socchiuse nella nebbia del porto, da cui continua a filtrare una luce piccola ma tenace.
