Luca Parmitano e il Quarto Ambiente
Il racconto di Parmitano tra emozioni, tecnologia e visioni per il domani: nel futuro c’è lo Spazio, l’ultima frontiera
L’aula Ciliberto di Monte Sant’Angelo dell’Università degli Studi di Napoli Federico II è pienissima. Gli studenti si stringono, qualcuno resta in piedi, altri seguono da lontano, su uno schermo. Poi la porta si apre, e con passo tranquillo entra lui: Luca Parmitano, l’uomo che ha camminato nello spazio, che ha visto la Terra rimpicciolirsi fino a diventare un puntino luminoso.
Quando inizia a parlare, la sala si fa silenzio. Non racconta solo missioni e tecnologie: racconta sensazioni. La vertigine di quando, durante una passeggiata spaziale, il proprio corpo non pesa più nulla. Il brivido di guardare giù e vedere il pianeta intero scorrere sotto i piedi, come un respiro lento, senza confini.
Luca Parmitano ha ricordato sorridendo l’inizio: un bambino degli anni ’80 che sfoglia riviste sullo Space Shuttle, che sogna tra fumetti e cartoni animati giapponesi, che immagina di poter toccare le stelle. Prima l’Accademia Aeronauta di Pozzuoli, poi gli studi all’Ateneo federiciano con laurea in Scienze Politiche, la politica internazionale, la disciplina, le scelte difficili: la sua passione diventa mestiere.
Gli studenti lo tempestano di domande: Com’è vivere in una Stazione Spaziale? Come si lavora in assenza di peso? Come si dorme, come si mangia, come si resta umani in un luogo che umano non è?
Parmitano risponde a tutto, con precisione e ironia. E soprattutto racconta una verità che sorprende: nello spazio, la collaborazione non si interrompe mai. Anche quando sulla Terra ci sono tensioni, conflitti, bandiere che dividono, lassù gli astronauti lavorano insieme, come un’unica squadra. È uno dei lasciti più preziosi della Stazione Spaziale Internazionale.
Poi la sua voce si fa più intensa. Parla della Terra. Di quanto sia fragile vista da fuori. Di quanto sia unico quel puntino azzurro. E lancia un monito: proteggere il pianeta non è un gesto simbolico, è un dovere collettivo, politico, umano.
Quando qualcuno gli chiede dei progetti per il futuro, gli occhi gli brillano: La Luna! Tornarci. Magari esserci lui, tra i prossimi italiani che poseranno il piede sul suolo lunare. E ricorda il ruolo fondamentale dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’ESA, che rendono possibile ciò che un tempo era solo fantascienza.
Alla fine, lascia agli studenti un messaggio semplice e potente: Studiare è costruire strumenti, e più strumenti si hanno, più lontano si può andare.
Andrea Prota, presidente della Scuola Politecnica, lo guarda e sorride: Parmitano è uno di loro, un federiciano che ha portato un pezzo di Ateneo nello spazio. E Raffaele Savino sottolinea il valore di questa giornata: un ponte tra generazioni, un incontro che non si dimentica. Un po’ un ritorno a casa.
Quando l’astronauta saluta, la sala gli tributa un lungo, caldo applauso. Perché non è solo un uomo che ha visto la Terra dall’alto. È qualcuno che, per un’ora, ha fatto sentire tutti un po’ più vicini alle stelle.
Questo incontro era un impegno che avevo preso con gli studenti – ha spiegato Andrea Prota, presidente della Scuola Politecnica e delle Scienze di base – ed ha un simbolismo particolare perché Parmitano è federiciano e il messaggio che ci ha portato è che studiando e scegliendo bene un percorso di formazione poi si creano radici che possono addirittura portarti a diventare quello che non si immagina: il primo astronauta italiano a fare esperienze uniche.
All’incontro hanno partecipato molti studenti che frequentano corsi afferenti alle lauree Stem, ma anche ragazzi di altre aree disciplinari.
Questa giornata – ha evidenziato Raffaele Savino, docente del Corso di laurea in Ingegneria spaziale – rappresenta una continuità fra generazioni. In passato c’erano state anche occasioni di confronto con astronauti come con Samantha Cristoforetti ma solo in collegamento, oggi la presenza del nostro Parmitano in aula ha reso la giornata davvero speciale.

