L’Umorismo e la Filosofia del lontano nel giovane Pirandello

Il riso e il pianto nel sistema umoristico di Luigi Pirandello in un saggio dedicato Alla buon’anima di Mattia Pascal

di fra Salvatore Robustelli

Nei primi anni del secolo scorso, comparve una personalità di prestigiosa importanza nel panorama culturale europeo, la quale stravolse mediante la sua inventiva poetica, ogni logica vigente del suo tempo. La sua voce, dedita alla denuncia di malesseri presenti nella modernità, si esprime tra le pieghe della sua contorta scrittura, nella quale vengono messi in luce innovativi spunti di riflessioni sul vivere umano.

Luigi Pirandello scrittore e drammaturgo siciliano, compone nel 1908 il saggio L’Umorismo; dedicato Alla buon’anima di Mattia Pascal (protagonista del celebre romanzo del 1904), l’opera pirandelliana presenta continui canali d’irrigazione che sfociano nella fantasia, in considerazioni filosofiche, in continui pensieri conflittuali che rivelano la sua “moderata” vena polemica sulla condizione nella quale vive l’uomo moderno e il costruirsi di una società, retta su valori volti al continuo mutamento.

Il celebre saggio non nasce da una riflessione meramente letteraria, quanto da una disposizione psicologica e filosofica dello scrittore siciliano. Riflessioni che prenderanno forma dalla viva esperienza, prima ancora che artistica, esistenziale, ricostruita all’interno del suo epistolario, composto negli anni che precedono l’avvento del nuovo secolo, durante i quali Pirandello è nelle vesti del giovane studente, partito dalla sua Agrigento verso il “continente” per dedicarsi agli studi universitari a Roma ed in seguito ultimati a Bonn.

Inoltre, ritiene la critica letteraria, che le riflessioni pirandelliane sull’umorismo sono mosse da una continua ricerca volta nello smascheramento della contraddizione insita negli angoli più oscuri della psiche umana. Renato Barilli nel suo scritto: Pirandello. Una rivoluzione culturale, si esprime dicendo: … dietro la modesta ricerca pirandelliana attorno all’umorismo, sta tutta la sua “Weltanschauung”, una concezione della vita, del mondo, della condizione umana, e … la Vita sarà appunto energia, capacità di superare ogni schema, ogni nozione, ogni concetto che pretenda di definirla, chiuderla in qualche aspetto parziale, immobilizzarla sottraendola al fluire e al mutare continuo.

La ricerca psicologica – letteraria di Pirandello sull’umorismo, lo conduce alla conoscenza della vita nuda, la quale fruisce libera e genuina, non più costretta nel soggiacere alla struttura meccanicistica del positivismo, ma all’incredibile divenire che condiziona la vita psichica dell’uomo.

Nel giovane Pirandello si evince, grazie alla sua ricerca sul concetto dell’umorismo, l’incipit di uno sguardo a-simmetrico, critico, che localizza i vari aspetti caratterizzanti della propria vita, mediante l’acutezza dei propri occhi, andando oltre la semplice apparenza, scoprendo che le immagini suscitate dal mondo reale non sono altro che mere illusioni mascherate da futili verità.

Lo scrittore italiano localizza la chiave di lettura attraverso la quale riesce a trarne comprensioni sulle dinamiche che intervengono per vie accidentali nel vissuto dell’uomo, rompendo le camicie di forza che imprigionano l’esistenza. E in una lettera al padre nel dicembre del 1888 Pirandello nota in un inciso che: … da un pezzo in qua molti inganni molte illusioni molti entusiasmi [sono] cessati in me, e ne ho con il riso scopato le ceneri. Interviene … l’atteggiamento umoristico, di irrisione e insieme di pietà. È quella che Pirandello chiama “filosofia del lontano”: essa consiste nel contemplare la realtà come da un’infinita distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto ciò che l’abitudine ci fa considerare “normale”, in modo da cogliere l’assurdità, la “mancanza totale di senso”.

Sono dunque, i propri occhi che danno voce al giovane scrittore, i quali accompagnano la sua penna al costante abbandono nella scrittura, la quale da forma a uno scenario sul quale Pirandello apparecchia la vita espressa nella compresenza del riso e del pianto.

In una lettera indirizzata alla sorella Lina, Pirandello si pronuncia dicendo: … il riso mi muore in una smorfia fredda sulle labbra. Il giovane scrittore, in questa frase compone un ritratto specifico della propria condizione interiore, esplicitando anche in un’altra lettera le presenti considerazioni: Ho imparato a ridere di un riso così tagliente, da stracciar le carni addosso a le persone. […] Che posso farci io, se tutti i miei dolori, tranne quelli di voler essere borghesemente felice, iti, non so dove?

L’interiorità disquisisce con l’esteriorità, poiché ciò che è dentro non riesce a tacere con ciò che si manifesta all’esterno, e per non cadere nell’inettitudine, Pirandello si appropria dell’atteggiamento umoristico per trovare il modo giusto nel prendere parte in questo conflitto tortuoso che gli pone davanti la vita.  L’atteggiamento umoristico sottolinea le caratteristiche di ogni sua opera, nelle quali si presenta non più il personaggio che “vive”, anzi lotta per la vita, ma del personaggio che si “sente vivere”.  È l’imprudente sguardo interiore che esplicita la crescente dicotomia tra la sfera intima dell’anima, la quale non permette a nessuno di essere violata, e il continuo fluire di una società in cui Pirandello cercava di vivere «borghesemente felice». Il venir fuori dell’allegrezza e del riso non sempre nel pensiero dello scrittore siciliano riflettono i propri contrari come la tristezza e il pianto, infatti Paola Casella sostiene che … Pirandello incita a superare il dolore attraverso un’allegria e un riso dal sapore amaro, perché scaturiscono dalla consapevolezza dell’inevitabilità di tanto dolore – traspare la pessimistica rassegnazione pirandelliana al corso del mondo.

Scrive Pirandello nel suo articolo Un preteso poeta umorista del secolo XIII: Per me l’umorismo, sotto qualunque aspetto si voglia considerare, è sempre una forma di sentimentalismo, che ride per una faccia, la faccia opposta piangendo; ride delle sue stesse lacrime, dei suoi sogni andati a vuoto o vani, dei suoi desideri sproporzionati alla possibilità del volere; ed è bene spesso un eccesso, che risponde a un altro eccesso. Un’innovativa risposta al divenire caotico che intreccia i vissuti umani nel dolore, dove … la vita, com’è nel suo grande insieme, resta nel mezzo tra l’un eccesso e l’altro,  in tal modo lo scrittore siciliano vive nel mezzo delle intemperie, orientando se stesso in una continua ricerca che possa aiutarlo a tenere insieme le fila del vivere, mutando di continuo il suo equilibrio psicologico e morale, attraverso la compresenza dei sentimenti contrari espressi nell’atteggiamento umoristico che … segna il disfacimento di un’epoca dall’interno, senza opporvi alcunché di solido e reale, nella piena coscienza del venir meno di ogni certezza.

Il pensiero umoristico di Pirandello si delinea in questa rigida antinomia tra il riso e il pianto, tra la vita e la forma, tra il comico e il tragico. Elementi che non sono presenti nella natura, ma sono insiti nella sfera della psiche umana, non nati dall’esterno ma dall’interno. Nel saggio su L’Umorismo scrive Pirandello: … la contraddizione fondamentale, a cui si suol dare per causa principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la vita reale e l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie, e per principale effetto quella tal perplessità tra il riso e il pianto.

Il riso e il pianto nel sistema umoristico di Pirandello sono volti al … superamento di ogni aspetto uniforme della vita, pertanto il drammaturgo italiano compie una distinzione interessante tra il comico e l’umoristico. Il comico è per lui un avvertimento del contrario, mentre nell’umorismo è un sentimento del contrario: entrambi sono dunque caratterizzati da un processo di scomposizione, disfacimento, contrasto, di cui si situano in due gradi diversi, di diversità intensità e di diverso interesse, ma comunque poggianti, su di una base perfettamente omogenea. La contraddizione, la disintegrazione di una norma, la spinta alla scomposizione sono dunque elementi comuni al comico e all’umorismo.

Il comico e l’umoristico sono due spinte insite all’interno della coscienza in colui che vede; esempio calzante è quello della signora tutta imbellettata. Asserisce Pirandello: Vedo una vecchia Signora, coi capelli ritinti, tutti uniti non si sa di quale orribile manteca e poi goffamente imbellettata e preparata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile Signora dovrebbe essere.

Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il primo sentimento che si avverte dinanzi la donna che sfoggia un volto camuffato dal trucco e ornata da abiti che non rispecchiano il suo autentico fascino o la sua posizione di Signora «vecchia rispettabile», suscitano il riso, poiché tale situazione scatena l’effetto comico e per dirla alla maniera di Pirandello: è appunto l’avvertimento del contrario. Interviene un primo livello della coscienza che rileva l’effetto contraddittorio provato nel mascheramento assurdo della persona che si sta mirando, inoltre l’illogica presenza dell’anziana signora che svia ogni schema del reale.

Continua Pirandello dicendo: … se ora interviene in me la riflessione e mi suggerisce che quella  vecchia Signora non prova forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente si inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andare oltre quel primo avvertimento o, piuttosto, più addentro: da quel primo “avvertimento del contrario”. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.

La profondità della coscienza mette in crisi ciò che ad un livello superficiale si è provato nell’avvertimento del contrario, destabilizzando l’apparire della signora imbellettata e scavando a fondo nelle cavità della sua coscienza che l’ha tinta di una prima buffoneria per inibire al mondo i suoi sentimenti di dolore, e di sofferenza; non solo nei confronti di un marito più giovane da tenere stretto a sé, bensì anche nei confronti del divenire, nel quale tutto l’ordine del reale ne è immerso. La presente logica è stata smascherata da Pirandello, che l’ha colta con il suo occhio clinico, rilevando l’illusione che si impadronisce degli uomini.

Quest’ultimi soffocano il loro pianto e dimenticano ciò che era l’autenticità di un riso, sono dunque, affetti da un ghigno di un’illogica felicità. Paola Casella sostiene che ciò che sta scoppiando … dalle mani di Pirandello è il conflitto tra gli ideali radicati nella sensibilità dell’Ottocento, e la percezione della realtà – disgregata e contraddittoria che inaugura la cultura del nuovo secolo, presentando nel suo saggio il disagio dell’uomo nel mondo volto alla disgregazione, luogo nel quale la comicità diviene in dramma. La chiave umoristica favorisce la compenetrazione nell’ordinario vivere, delle forme straordinarie che ribaltano la logica del tempo e la relazione con lo spazio.

Spazio e tempo sono le tegole di un palcoscenico sul quale interviene la ri-flessione a dar alito alle vesti indesiderate dalla parte cosciente dell’uomo. Pirandello esplica il continuo fluire della vita e il continuo divenire della forma che si fissa sulle rughe dell’uomo moderno, lo scrittore siciliano trascina dietro di sé il turbamento dello spirito che aveva dominato in tutto il periodo romantico, riformulandolo in categorie psicologiche. Il suo vissuto personale, la sua carriera universitaria e le varie influenze letterarie e filosofiche, conducono Pirandello nel lancio dell’abbandono psichico, e il risultato di tale lancio è espresso nella sua scrittura da personaggi che abbandonano sé stessi, vedendosi vivere.

 

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