Non posso narrare la mia vita
La recensione di Mario Scippa: Napoli non è uno stereotipo da consumare, ma una vita da attraversare, in silenzio
Lui parla dei Quartieri Spagnoli.
Io, guardando quella scalinata, ero già altrove.
In cima troneggia Sant’Antonio.
Non guarda il pubblico: veglia.
È lo stesso Sant’Antonio che stava sul letto di mia madre, l’immagine consumata dalle dita, la devozione silenziosa di chi prega senza chiedere miracoli. Napoli, per me, è sempre stata questo: la strada e il santo, il vociare e la preghiera, il corpo e l’anima che non si separano mai.
Quelle scale non portano in alto.
Portano indietro.
La parola che sale da lì è quella di Enzo Moscato, poeta.
Non scrive per raccontare: scrive perché non può fare altro. La sua lingua è ferita, colta e plebea insieme, capace di inciampare, di arretrare, di spezzarsi. È una lingua che conosce i vicoli prima ancora dei libri, i corpi prima delle idee. Una lingua che sa che la vita, quando è vera, non si lascia ordinare né pacificare.
Roberto Andò ascolta questa parola e la protegge.
La sua regia non aggiunge, non spiega, non sovraccarica. Scava il vuoto intorno, costruisce silenzio, lascia che la scena diventi un luogo della memoria e non una rappresentazione. Toglie, perché resti solo ciò che pesa.
Su quelle scale siede Lino Musella.
Non interpreta Moscato: lo attraversa. Sta fermo come si sta nei ricordi più profondi. Esposto, fragile, necessario. La sua voce non cerca effetto, cerca verità. E la verità, qui, trema.
In quella postura rivedo me bambino, nel vico Lammatari, alla Sanità.
Vestito tutto pulito. I pantaloni blu al ginocchio, i calzini lunghi bianchi, le scarpe con gli occhielli ben allacciati. Fermissimo. Compostissimo. A guardare.
Invidiavo i ragazzini che correvano e giocavano, liberi, sporchi, veri. Loro stavano dentro la vita. Io la osservavo già da fuori.
Intorno, il tempo sedeva.
Donne, uomini, vecchi e femminielli fuori ai bassi, a consumare le ore senza fretta. Un silenzio. Una risata. Un aneddoto narrato a voce alta. Poi di nuovo il silenzio.
Era così che Napoli respirava. Era così che si stava al mondo.
La voce in scena non racconta: scava.
Si interrompe, riparte, si incrina. Come la memoria. Come la vita quando prova a dirsi e non ci riesce. La parola diventa corpo, respiro trattenuto, ferita che non chiede guarigione.
Sant’Antonio resta lì, immobile.
Tiene insieme tutto: il poeta che non riesce a narrarsi, l’attore che si espone, il regista che tace, il bambino troppo pulito, la madre che prega, il vicolo che parla. Non salva. Non giudica. Sta.
Poi si esce.
E la Napoli di oggi arriva addosso come un rumore continuo.
È tutta immagine, tutta posa, tutta stereotipo. Una città che si guarda vivere, che si fotografa mentre si perde. Il silenzio è diventato raro, sospetto.
Per trovare un angolo dove vivere davvero, non esibirsi, non mostrarsi, non vendersi, bisogna faticare.
Il teatro della vita, quello vero, è stato spinto ai margini dalla rappresentazione permanente.
Ed è per questo che uno spettacolo come Non posso narrare la mia vita è necessario.
Perché restituisce a Napoli ciò che oggi le viene sottratto: la complessità, la contraddizione, il diritto al silenzio.
La parola ferita di Moscato, custodita dal rigore di Andò e attraversata dal corpo di Musella, non costruisce un’immagine: scava una presenza.
Non è la Napoli da cartolina.
È la Napoli da abitare.
Oggi più che mai servono rappresentazioni così.
Non per nostalgia, ma per verità. Per ricordare che Napoli non è uno stereotipo da consumare, ma una vita da attraversare. E che il teatro, quando è necessario, non aggiunge rumore: restituisce silenzio.
È in quel silenzio che Napoli torna vera.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte e immaginario urbano, indagando il rapporto tra potere, memoria e identità contemporanea.
