CulturaLibriSenza categoria

Notturno vesuviano a Portici

“Fiabe e fantasy” e, d’incanto, un notturno vesuviano a Portici fa da sfondo ad un racconto di Giovanni Renella pubblicato dalla Rudis Edizioni. L’intervista allo scrittore

Con il racconto “Notturno vesuviano”, ambientato a Portici, Giovanni Renella si è affermato nel contest letterario “Fiabe e fantasy” promosso dalla Rudis Edizioni.

La raccolta dei racconti vincitori del concorso, pubblicata sia in formato cartaceo che in e-book, sarà esposta presso lo stand della casa editrice a “Più libri più liberi”, la fiera di Roma dedicata all’editoria indipendente.

La manifestazione si svolgerà da giovedì 4 a lunedì 8 dicembre 2025, con orario di apertura dalle 10 alle 20, presso il nuovo centro congressi di Roma, La Nuvola, progettata dall’archistar Massimiliano Fuksas, nel quartiere EUR: il luogo ideale, e un’occasione da non perdere per lettori e addetti ai lavori, dove scoprire le novità e i cataloghi di oltre 500 editori, incontrare autori, assistere a performance musicali, reading e dibattiti.

Ma torniamo a Giovanni Renella, che abbiamo raggiunto per una chiacchierata sulla sua affermazione a quest’ultimo contest letterario.

Il 2025 si era aperto con la pubblicazione di un tuo racconto nella raccolta “Favole e fiabe”, della Historica Edizioni presentata al Salone del libro di Torino, e ora si chiude con un altro racconto, “Notturno vesuviano”, che la Rudis Edizioni pubblica nella sua antologia, “Fiabe e fantasy”, che sarà presentata alla fiera del libro di Roma la prossima settimana: un’ulteriore conferma delle tue qualità di narratore.

Ringrazio “Lo Speakers Corner” per l’attenzione che da sempre manifesta per le storie che scrivo: un’attenzione ricambiata con l’affidamento della pubblicazione in anteprima di tutti i miei racconti. E anche “Notturno vesuviano”, nella sua stesura originaria, è stato pubblicato da “Lo Speakers Corner” qualche tempo fa.

Perché parli di stesura originaria?

Il racconto, nella prima stesura, era più lungo, ma il contest della Rudis prevedeva un massimo di diecimila battute per la partecipazione al concorso, per cui ho dovuto rivedere la prima versione e operare una corposa serie di tagli, che però non solo non ha alterato la struttura del racconto ma ne ha reso la lettura ancora più scorrevole. Un esercizio di stile in cui mi ero già cimentato anni fa, quando partecipai al concorso “Cento parole” con un racconto racchiuso, appunto, in sole cento parole. In questo caso invece, in una sorta di sfida nella sfida, ho ridotto un racconto che avevo già  scritto, titolo compreso, esattamente alle diecimila battute massime previste dal regolamento del concorso.

Ma veniamo alla storia. Cogliamo il segno se diciamo che il racconto è un misto fra il genere fantasy e il racconto storico?

È quello che ho cercato di creare scegliendo come protagonista una Janara, una strega, però un po’ sui generis, che attraversa la storia reale dal Settecento ai giorni nostri. Il racconto riproduce in sedicesimi anche la struttura del romanzo di formazione, con la descrizione della crescita della protagonista, o meglio della sua evoluzione. E poiché non guasta mai, c’è anche il racconto di una storia d’amore: il tutto condensato in diecimila battute.

Ultimo, ma non per questo meno significativo, il dettaglio dell’ambientazione, con la nostra città, Portici, che fa da sfondo al racconto: un fatto insolito, considerando che nelle tue storie è difficile riscontrare un luogo geograficamente identificabile in cui si muovono i protagonisti e si svolgono le azioni.

È un omaggio voluto al territorio in cui vivo; e se in passato, a più riprese, ho avuto l’onore di prendermene cura come amministratore locale, oggi, più sobriamente, celebro la città facendone lo sfondo di un racconto che, con la raccolta “Fiabe e fantasy”, varca i confini cittadini fino a raggiungere la fiera del libro di Roma.

Intanto fra meno di un mese sarà Natale e…

Ti fermo subito. Spero di riuscire, anche quest’anno, a far rivivere la magia del Natale in una favola inedita che, mi auguro, sarà gradita ai lettori de Lo Speakers Corner, ai quali, come sempre, proporrò la storia in anteprima.

Dopo questa belle chiacchierata con Giovanni, ecco il racconto Notturno Vesuviano, ambientato a Portici.

Com’erano cambiati quei luoghi da quando li aveva visti la prima volta.

Le strade allora erano illuminate solo dalle torce dei viandanti e aggirarsi al buio, per le campagne a ridosso del Vesuvio, avrebbe messo i brividi al più impavido degli uomini, ma non a lei, che preferiva uscire al calare delle tenebre.

Nel corso dei secoli aveva assistito alla trasformazione di quella zona da cui, in più di duecento anni, non si era mai allontanata.

Il suo destino era legato a quello della famiglia Russo da sette generazioni.

Coloni di un antico casato nobiliare, che aveva eletto a Portici la residenza estiva al seguito della famiglia reale, i Russo si erano stabiliti nella località vesuviana sin dal ‘700.

Erano trascorsi più di due secoli da quando Viviana aveva cominciato a vegliare su quella famiglia.

Tutto era cominciato la notte di San Giovanni del 1772.

Agli inizi di giugno, a Napoli, era nata l’infanta Maria Teresa, figlia di Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo.

Spinta dalla curiosità, Viviana era partita da Amorosi, un paesino in provincia di Benevento, per vedere la primogenita del re.

Sapeva che non avrebbe incontrato la regina a passeggio con la neonata, ma lei era una janara e nulla avrebbe potuto impedirle di avvicinarsi alla bimba.

Come a ogni strega non le era concesso avere figli, ma mentre le altre fattucchiere si divertivano a sfogare la propria frustrazione spaventando i fanciulli, l’attrazione di Viviana verso i bambini non era ostile.

Giunta a Portici, dove la famiglia reale stava trascorrendo l’estate, la strega, stanca per il viaggio e in cerca di un riparo per la notte, fu attratta da un casolare illuminato dalla luce lunare.

Furtiva si avvicinò all’abitazione.

Entrò attraverso la serratura ma, appena riassunta la forma corporea, un grosso sacco la coprì interamente: l’avevano catturata!

Sgomenta la janara provò a liberarsi, senza riuscirvi: il suo destino era segnato!

La strega implorò che la liberassero.

Alla sua preghiera seguirono lunghi attimi di silenzio, poi qualcuno

All’uomo Viviana rivelò la sua natura e l’obbligo, che derivava dall’essere stata catturata, di proteggere la sua famiglia e garantirne il benessere per sette generazioni.

Incredulo, Peppino continuava a tenere Viviana sotto la minaccia del forcone, tanto che la giovane dovette impiegare l’intera notte per convincerlo delle sue buone intenzioni e del fatto che, anche volendo, non avrebbe potuto sottrarsi all’impegno di vegliare sulla sua famiglia: pena la morte.

Era l’alba quando l’uomo lasciò che la donna uscisse dalla casa, ma da quella famiglia Viviana non si allontanò più.

Il contadino, temendo che lo credessero pazzo, non raccontò a nessuno cosa fosse accaduto in casa sua la notte del 24 giugno del 1772.

Portò con sé il segreto e spesso pensò che fosse stato un sogno.

Diversi anni dopo, però, dovette ricredersi.

Era anziano quando la repressione della rivoluzione napoletana del 1799 insanguinò la città e la sua provincia.

Bande armate si aggiravano nei dintorni di Napoli, facendo razzie ovunque, specie nei casolari di campagna.

La sorte volle che un manipolo di banditi prendesse di mira la casa della famiglia Russo e facesse irruzione con le armi in pugno.

Immobilizzati e chiusi in cantina gli uomini, i gaglioffi passarono a occuparsi delle donne.

Denudate e gettate sui letti, le femmine della famiglia Russo stavano per essere stuprate da quei malfattori quando, all’improvviso, un vento gelido attraversò l’interno della casa e la lama di un pugnale fluttuò nell’aria.

Prima di essere sgozzati, i lestofanti non ebbero neanche il tempo di tirare su i pantaloni.

Le donne raccontarono a Peppino di aver visto una figura femminile che sorrideva, quasi volesse rassicurarle: di sicuro un angelo vendicatore accorso a salvarle!

Al vecchio contadino scesero le lacrime: Viviana era stata di parola.

Anni dopo Peppino morì di vecchiaia, ma sereno perché sapeva che la janara avrebbe vegliato sulla sua famiglia.

La vita dei discendenti di Peppino Russo continuò a scorrere tranquilla, grazie alla protezione della strega, ormai assurta a lume tutelare dell’ignara famiglia.

Nei secoli seguenti, Viviana dovette intervenire spesso in aiuto della progenie del contadino e il più delle volte si trattò di salvarli da morte sicura durante le guerre dell’800 e del ‘900.

Quando sui campi di battaglia gli uomini della famiglia Russo erano in pericolo, ai nemici che li fronteggiavano accadevano le cose più strane.

Baionette che cascavano dalle canne dei fucili, pistole che s’inceppavano, colpi sparati a distanza ravvicinata che non raggiungevano il bersaglio; se poi la situazione diveniva critica, sui soldati della famiglia Russo calava la nebbia e sparivano dal luogo in cui infuriava il combattimento, per ritrovarsi al sicuro nelle retrovie.

Dalle guerre d’indipendenza e fino al secondo conflitto mondiale, Viviana dovette darsi da fare per rispettare l’impegno preso con Peppino.

Non di rado dovette ricorrere ai sortilegi per risollevare le sorti economiche della famiglia, quando i raccolti erano scarsi e i soldi ancor di più.

In quei casi ai Russo toccavano in sorte eredità inaspettate di parenti sconosciuti, o cospicue vincite al lotto grazie a biglietti mai giocati, ma che si ritrovavano inspiegabilmente in tasca.

Il ‘900 finì e il nuovo millennio trovò la janara impegnata a vegliare sulla settima generazione della famiglia di Peppino: quella sarebbe stata l’ultima.

Erano trascorsi più di duecento anni dalla notte del 24 giugno del 1772 e, durante il corso di quei secoli, Viviana si era affezionata ai Russo.

Aveva gioito ai loro matrimoni e alle nascite dei bimbi e aveva pianto quando il tempo aveva portato via gli anziani.

Ora che il suo impegno volgeva al termine, le dispiaceva doversi separare da quella famiglia e ancor di più da Peppino Russo, l’ultimo discendente, in ordine di tempo, che portava il nome dell’antico avo.

Peppino aveva quasi trent’anni, era bello, simpatico e dai modi così accattivanti che più di una donna aveva perso la testa per lui; e alla stessa Viviana il giovane non era indifferente.

La strega, che nonostante il trascorrere dei secoli conservava le sembianze umane di una giovane donna, era attratta da Peppino, al quale si era anche manifestata nella sua essenza corporea; e poiché era una gran bella ragazza, il giovane Russo l’aveva notata.

Le sarebbe bastato distillare un filtro magico per avere Peppino ai suoi piedi ma, ora che per la prima volta provava un turbamento che non sapeva descrivere, voleva l’attenzione spontanea del giovane, senza l’ausilio di sortilegi.

Qualche fattura per tenere lontano le rivali più spregiudicate dovette pur farla, ma fu solo nell’interesse del giovane, affinché non finisse nelle grinfie della donna sbagliata; la qual cosa riteneva rientrasse nell’ambito del suo obbligo di vegliare sulla famiglia Russo.

Per Viviana fu semplice attirare l’attenzione di Peppino e i due cominciarono a frequentarsi.

La bellezza di Napoli fece da sfondo alla loro storia.

Ammaliato da Viviana, Peppino finì per innamorarsene e la janara capì cosa fosse quel rimescolamento interno che l’agitava da quando aveva guardato quel giovane con gli occhi di una donna e non di una strega: si chiamava amore e lo provava per la prima volta.

L’eco dell’amore fra Viviana e Peppino giunse, però, sino al paese d’origine della giovane.

Mentre era in corso un sabba, un uccello del malaugurio portò alle streghe la notizia della janara che si era innamorata di un uomo.

L’infausto convegno delle fattucchiere s’interruppe e calò il silenzio.

Quindi la decana delle streghe sentenziò: se Viviana non avesse rinunciato subito a Peppino avrebbe perso ogni potere e sarebbe stata condannata a invecchiare e a morire.

L’uccello del malaugurio avrebbe comunicato la decisione del sabba all’interessata.

Quando la notizia la raggiunse, Viviana si sentì venir meno; poi montò la rabbia.

L’invidia delle vecchie streghe, che non avevano mai conosciuto l’amore, era tale da causare una simile ripicca?

E chi aveva prescritto una tale pena per chi si fosse innamorata?

Quelle arpie stavano commettendo un abuso, ma le decisioni del sabba, per antica consuetudine, erano inappellabili.

A Viviana non restava che scegliere: rinunciare a Peppino o a essere strega.

Mentre si arrovellava sul dilemma, pensò quanto fosse cambiata durante i secoli trascorsi a vegliare sulla famiglia Russo e come l’indole feroce della strega avesse ceduto il passo alla ricerca di soluzioni incruente.

Ma era pur sempre una janara e non poteva permettere a nessuno, tanto meno a una strega invidiosa, di commettere un sopruso ai suoi danni e passarla liscia.

All’uccello del malaugurio consegnò un messaggio da recapitare alla decana delle streghe: l’attendeva al porto di Portici per comunicarle la sua decisione.

La notte successiva la perfida fattucchiera raggiunse il luogo dell’appuntamento, già pregustando l’amaro sapore della prepotenza da compiere ai danni di Viviana: farle rinunciare all’amore o a essere una strega!

Viviana l’attendeva in un capanno di pescatori e la vecchia strega, per non perdere le buone abitudini, entrò dal buco della serratura.

Appena fu dentro, la megera fu avvolta da una rete da pesca: era stata catturata!

Mentre si divincolava pronunciando le più blasfeme bestemmie, Viviana la osservava compiaciuta, assaporando il dolce epilogo della storia, con la vecchia janara che, per sette generazioni, avrebbe dovuto vegliare sulla famiglia di chi l’aveva catturata.

E la famiglia, in questo caso, sarebbe stata quella di Viviana.

Quella stessa mattina, infatti, Viviana e Peppino si erano sposati in segreto e, per poter invecchiare accanto all’uomo che amava, circondata dai figli che finalmente avrebbe potuto avere, la giovane aveva rinunciato a essere una strega, senza però trascurare di garantire a sé stessa e alla sua discendenza protezione e benedizioni per diversi secoli a venire.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Giovanni Renella, nato a Napoli nel ‘63, vive a Portici. Agli inizi degli anni ’90 ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018). Nel 2019 ha pubblicato la raccolta di racconti “Punti di vista”, Giovane Holden Edizioni. Il libro ha meritato il Premio Speciale della Giuria al Premio Letterario Internazionale Città di Latina.

Nel 2020 il racconto “Vigliacco” è stato inserito nell’antologia “Cento Parole” e il racconto “Tepore” è stato inserito nell’antologia “Ti racconto una favola”, entrambe pubblicate dalla Casa Editrice Kimerik.

Nel settembre2024 ha pubblicato il libro “Trame diverse”, edizioni Narrazioni clandestine.

Nel 2025 il suo racconto “Notturno vesuviano” si è affermato nel contest letterario “Fiabe e fantasy” promosso dalla Rudis Edizioni.

Articolo correlato:

https://wp.me/p60RNT-3Zh

 

2 pensieri riguardo “Notturno vesuviano a Portici

  • Ezio Pisapia

    Questo racconto è diverso dagli altri. Un po’ melodrammatico, svela una carenza di inventiva.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *