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Quando il cinema diventa responsabilità.

La XII edizione del Premio Fausto RossanoFestival di Cinema del Sociale e della Salute Mentale, ideato e organizzato da Marco Rossano, vede la direzione artistica di Sergio Sivori. Intervista al sociologo visuale, documentarista e regista Marco Rossano

Il Premio Fausto Rossano – Festival di Cinema del Sociale e della Salute Mentale, la manifestazione che dal 2015 utilizza il linguaggio audiovisivo per promuovere una riflessione profonda sul diritto alla salute, sulla tutela delle persone più fragili e sulle molte forme del disagio sociale e psichico. Il Premio, ideato e organizzato da Marco Rossano con la direzione artistica di Sergio Sivori, si svolgerà a Napoli dal 5 all’8 novembre 2026 e proporrà proiezioni, incontri, dibattiti e iniziative diffuse sul territorio, coinvolgendo istituzioni, professionisti, studiosi e pubblico.

Il Premio Fausto Rossano è nato da una storia personale, ma nel tempo ha assunto una dimensione più ampia. Il cinema è diventato il punto d’incontro tra memoria, cultura e attenzione verso temi che spesso restano ai margini del racconto pubblico.

Parlare con Marco Rossano significa allora parlare del Premio, ma anche interrogarsi su ciò che può fare il cinema quando decide di non limitarsi a raccontare la realtà, ma di entrarci dentro.

Cosa succede quando un film riesce a mettere in discussione un pregiudizio? Quanto può incidere un’immagine sul modo in cui guardiamo una persona? E come si può costruire un progetto culturale senza perdere, nel tempo, le ragioni da cui è nato?

Sono alcune delle domande da cui parte questa conversazione.

Dopo undici edizioni, il Premio Fausto Rossano ha ancora davanti a sé una direzione da cercare oppure senti che ha ormai trovato una propria identità?

Marco Rossano

Credo che il Premio Fausto Rossano abbia avuto un’identità molto forte fin dalla prima edizione. Da questo punto di vista, la direzione è tracciata e non sento la necessità di cercarne una nuova. Quello che può e deve cambiare sono le modalità, i linguaggi, i temi specifici attraverso cui portiamo avanti quella visione. Il punto di partenza resta la salute mentale, ma intesa in un senso molto ampio: non soltanto come assenza di malattia, ma come benessere fisico, psichico e sociale e, soprattutto, come diritto della persona. Da qui nasce l’attenzione verso il disagio sociale, le fragilità, le marginalità e tutte quelle realtà che spesso facciamo fatica a guardare o tendiamo a raccontare attraverso categorie e stereotipi. Il cinema serve ad affrontare temi considerati difficili senza ridurli al “problema”, ma provando a rimettere al centro le persone e le loro storie. E allo stesso tempo a creare uno spazio in cui chiunque senta la necessità di esprimersi possa farlo attraverso la propria creatività, anche partendo da una difficoltà, da una fragilità o da un’esperienza personale. Questa è la direzione che vogliamo continuare a seguire.

Quando guardi i film che arrivano al Premio, che cosa ti interessa scoprire per primo: il tema che affrontano o lo sguardo con cui lo affrontano?

Per me il tema e lo sguardo vanno necessariamente in parallelo. È chiaro che il nostro punto di partenza è il cinema sociale e quindi cerchiamo opere che affrontino la salute mentale a trecentosessanta gradi. E quando parliamo di salute mentale non ci riferiamo soltanto alla malattia o al disagio psichico, ma a un concetto molto più ampio di benessere della persona, in linea anche con la definizione dell’OMS: la possibilità di sviluppare le proprie capacità, affrontare le difficoltà della vita, costruire relazioni e partecipare pienamente alla comunità. Quindi il tema per noi è fondamentale, ma non dobbiamo dimenticare che siamo prima di tutto un festival cinematografico. Ci interessa molto anche come quel tema viene raccontato: lo sguardo dell’autore, la scrittura, la fotografia, il montaggio, il suono, la capacità di costruire un immaginario. Quando si affrontano temi sociali è importante non pensare che la rilevanza dell’argomento possa bastare da sola. Un film cinematograficamente riuscito non abbellisce semplicemente un tema importante: gli dà forza, complessità e la possibilità di arrivare allo spettatore in una maniera diversa. Noi non solo cerchiamo film che parlino di qualcosa di importante, ma film che trovino una forma cinematografica per farcelo vedere in un modo in cui magari non lo avevamo mai visto prima.

Un festival che si occupa di salute mentale rischia facilmente di diventare un luogo dove si confermano idee già condivise. Come si fa, invece, a creare un confronto capace di mettere davvero in discussione chi guarda?

È una domanda difficile, perché inevitabilmente una parte del pubblico di un festival come il nostro è già sensibile a determinati temi. La sfida è riuscire a uscire da quella cerchia. Per questo lavoriamo molto con i giovani, portando proiezioni e incontri nelle scuole. Il cinema può essere uno strumento molto potente per mettere in discussione stereotipi e certezze. Un festival può creare luoghi di incontro, di pensiero e di confronto, ma da solo non basta. Per produrre un cambiamento reale serve un lavoro culturale costante che coinvolga la scuola, le istituzioni e la società nel suo insieme.

Il cinema può cambiare il modo in cui una società pensa la fragilità oppure può soltanto raccontare un cambiamento che deve avvenire altrove?

Credo che il cinema, come la letteratura e le arti in generale, possa contribuire concretamente a cambiare la società. Spesso ha persino anticipato trasformazioni culturali che solo successivamente sono diventate politiche e legislative. Pensiamo al dibattito sul divorzio in Italia e a un film come Divorzio all’italiana di Pietro Germi, quasi dieci anni prima della legge del 1970. Il cinema può modificare il nostro sguardo, mettere in discussione stereotipi e rendere visibile ciò che una società preferisce non vedere. Se l’arte si limita a osservare passivamente i cambiamenti senza contribuire a generarli, allora credo che sia l’arte stessa a essere in crisi.

Quanto è difficile scegliere un film quando il valore di ciò che racconta è evidente, ma la sua qualità cinematografica non è altrettanto forte?

È una scelta difficile, perché per noi il valore del tema rimane sempre importante, ma non può sostituire completamente la qualità cinematografica. Proprio per questo abbiamo creato categorie diverse. Una di queste è la sezione Laboratori, dedicata alle opere realizzate all’interno di associazioni, centri diurni e percorsi riabilitativi, dove spesso le persone coinvolte diventano protagoniste e autrici delle proprie storie. In questi casi il valore dell’opera sta anche nel processo che l’ha generata.

Il Premio è nato intorno a una figura precisa, Fausto Rossano. Come si fa a custodire una memoria senza trasformarla in una formula che impedisca al progetto di evolversi?

Non abbiamo mai voluto fare un’operazione di mera memoria o semplicemente celebrativa. Quello che vogliamo custodire è soprattutto l’eredità culturale di Fausto Rossano e di una stagione importante della storia napoletana e italiana, che ha portato a grandi conquiste sul piano dei diritti, a partire dal superamento dei manicomi. La memoria, per noi, ha senso solo se rimane viva. Partire dalle esperienze e dalle battaglie di figure come Fausto Rossano significa provare a interrogare il presente e costruire un futuro diverso. È proprio questo che permette al Premio di evolversi senza perdere le proprie radici.

Negli anni hai visto arrivare al Premio storie provenienti da contesti molto diversi. C’è qualcosa che oggi riconosci immediatamente come autentico, indipendentemente dalla provenienza di un film?

Più che dalla provenienza, credo che l’autenticità si riconosca nello sguardo. Penso, per esempio, a molti film che arrivano dall’Iran o da paesi in cui esistono forti forme di censura e controllo. Spesso sono opere che non possono dire tutto apertamente e proprio per questo hanno imparato a far parlare le immagini, i silenzi, ciò che rimane fuori campo. È un cinema che riesce a colpire molto forte. Forse un film è autentico quando non ha bisogno di spiegare tutto per riuscire a raccontare qualcosa di profondamente vero.

Un progetto culturale rischia sempre, crescendo, di diventare un’istituzione. Qual è il confine oltre il quale pensi che il Premio perderebbe quella libertà con cui è nato?

Il rischio esiste sempre. In passato ci sono state anche collaborazioni che, in qualche modo, hanno cercato di indirizzare il Premio o di condizionarne le scelte. Ma credo che la nostra forza sia avere molto chiaro perché facciamo questo festival e quale sia la sua identità. Le collaborazioni sono fondamentali per crescere, ma non devono mai trasformarsi in dipendenza. Il confine è proprio questo. Nel momento in cui qualcun altro può decidere cosa puoi raccontare, chi puoi invitare o quali posizioni puoi assumere, hai già perso una parte della tua libertà.

Se il Premio riuscisse davvero nel suo intento, quale cambiamento vorresti provocare nello spettatore che esce dalla sala: una nuova conoscenza, una domanda, un disagio o un diverso modo di guardare l’altro?

Un po’ tutto questo. Ma soprattutto vorrei che chi esce dalla sala portasse con sé delle domande e provasse a guardare le cose e le persone da una prospettiva diversa. Non credo che il cinema debba necessariamente dare risposte. Può però mettere in crisi alcune certezze, scardinare pregiudizi e farci vedere nell’altro qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Se accade questo, credo che il Premio abbia raggiunto il suo obiettivo.

Se tra dieci anni dovessi giudicare il Premio non dal numero delle edizioni, dei film o degli spettatori, ma da un solo risultato, quale vorresti poter dire di aver ottenuto?

Vorrei che il Premio fosse riconosciuto come un appuntamento culturale imprescindibile, non soltanto per la qualità dei film che propone, ma per la sua capacità di creare confronto, mettere in discussione stereotipi e affrontare attraverso il cinema questioni che riguardano tutti noi. Più che essere semplicemente un festival importante, vorrei che fosse considerato uno spazio necessario.

 

 

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