Carrère, il dolore degli altri e il fascino del re
Da Mario Scippa: Alla Fondazione Foqus di Napoli, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, giovedi 18 Giugno, la presentazione dell’ultimo libro di Emmanuel Carrère ha lasciato affiorare due domande decisive: fino a che punto uno scrittore può trasformare la vita altrui in letteratura? E quando racconta il potere, lo smaschera davvero o finisce per celebrarlo?
di Mario Scippa
Entrare nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, è già un piccolo viaggio. Si attraversano voci, bassi, scooter, tavolini che invadono la strada, quel caos meraviglioso che solo questa città sa tenere insieme. Poi, quasi all’improvviso, dalla folla di via Toledo si entra nel cortile della Fondazione Foqus e tutto cambia: archi, balconate, luci, un silenzio attento. Nel cuore più vivo e più contraddittorio di Napoli, una sera così diventa il luogo ideale per ascoltare Emmanuel Carrère, uno degli scrittori contemporanei più potenti e più ambigui.
Proprio lì, in quello spazio sospeso, sarebbe stato interessante ascoltare domande più dirette. Domande capaci di entrare nella parte più inquieta della sua opera, in quella zona dove la potenza narrativa, la lucidità morale, l’egocentrismo e una certa forma di violenza simbolica si sfiorano fino quasi a confondersi.
Carrère è uno dei grandi scrittori contemporanei perché ha saputo trasformare il racconto di sé in un dispositivo di conoscenza.
Il suo io attraversa il male, la menzogna, la fede, la malattia, il potere, la colpa. Nei suoi libri la realtà viene osservata da uno sguardo che si dichiara coinvolto, compromesso, parte della scena. Da questa esposizione nasce la forza della sua scrittura. Da questa stessa esposizione nasce anche il suo problema.
La prima questione riguarda il rapporto tra letteratura e vita altrui.
Con quale diritto uno scrittore trasforma il dolore degli altri, perfino il dolore di chi ha amato, in materia narrativa?
Dove finisce la necessità dell’opera e dove comincia l’appropriazione?
Quando una ferita condivisa diventa pagina, a chi appartiene davvero quella ferita?
Carrère affascina perché questa violenza la porta dentro la scrittura. La osserva, la nomina, la mette in scena. Sa di essere implicato. Sa che ogni racconto comporta una quota di esposizione, forse anche di furto.
Resta aperta la domanda più scomoda: la consapevolezza assolve? Oppure rende il gesto ancora più inquietante?
Sapere di usare la vita degli altri rende meno problematico quell’uso, oppure lo rende soltanto più raffinato?
La grandezza di Carrère passa anche attraverso questa mancanza di innocenza.
Uno scrittore può portare alla luce la propria colpa con intelligenza, coraggio, precisione. Quella colpa, tuttavia, continua a produrre effetti su persone reali, su vite che non sempre hanno scelto di diventare personaggi, simboli, materia letteraria.
Il secondo nodo riguarda il suo rapporto con il potere.
Carrère ha raccontato Emmanuel Macron con lo sguardo del romanziere davanti a un personaggio magnetico, teatrale, quasi monarchico.
Ne coglie l’arroganza, il narcisismo, la solitudine, il senso della scena, la convinzione di appartenere a un destino.
Qui nasce una delle ambiguità più interessanti: queste critiche svelano davvero la nudità del re, oppure finiscono per contribuire alla sua celebrazione?
Dire che il re è arrogante, seduttivo, solitario, convinto della propria missione, può rafforzarne il mito.
Il potere diventa carattere. La distanza diventa grandezza tragica. L’autoreferenzialità diventa destino. La corte diventa teatro.
La critica, invece di rompere l’incantesimo, lo rende più elegante, più letterario, più sopportabile.
Il potere attraversato dalla scrittura di Carrère rischia così di acquistare una nuova aura. Viene illuminato meglio. Viene trasformato in figura narrativa. Le decisioni, le conseguenze sociali, la violenza amministrativa, economica e politica restano sullo sfondo, mentre il sovrano occupa il centro della scena come personaggio complesso, affascinante, tragico.
È questo il punto più delicato.
Carrère può registrare i limiti di Macron, coglierne le ombre, descriverne le crepe. Quando quelle ombre diventano parte del fascino del personaggio, la critica smette di essere una vera desacralizzazione e assume la forma di una incoronazione più sofisticata.
Il bambino della fiaba dice: “Il re è nudo”.
Lo scrittore, invece, descrive magnificamente il mantello, la postura, la solitudine, la luce sulla corona, perfino le sue incrinature.
La corona resta lì.
Questa ambiguità rende Carrère ancora più interessante.
La sua opera obbliga a guardare il punto in cui la letteratura diventa conoscenza e appropriazione; il punto in cui la critica del potere può trasformarsi in seduzione del potere; il punto in cui lo scrittore, mentre denuncia, partecipa.
Alla presentazione dello scorso 18 giugno le domande che gli hanno fatto erano quasi accomodanti.
Carrère, invece, meriterebbe domande meno comode.
Il suo talento, la sua lucidità, la sua capacità di abitare il male, la menzogna, il trauma e il potere chiedono di essere interrogati nel loro punto più fragile.
Bisognerebbe chiedergli conto del prezzo umano e politico della sua letteratura.
La sua grandezza va misurata là dove diventa più inquietante.
La domanda decisiva riguarda ciò che accade quando tutto diventa forma: il dolore degli altri, le vite amate, la colpa, il potere, il re.
Che cosa resta fuori dalla pagina?
Che cosa resta alla vita?
Che cosa resta della critica, quando diventa parte della celebrazione?
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano. Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive. Per lui la città non è solo un luogo , ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.
La sua ricerca si muove spesso sul confine tra documento e interpretazione, tra analisi e racconto. Che si tratti di un dettaglio architettonico, di un oggetto antico, di un frammento urbano o di una fotografia, Scippa cerca sempre ciò che sta sotto la superficie: le logiche del potere che modellano lo spazio, le identità che si costruiscono attraverso le forme, le storie che resistono o che vengono cancellate.
Il suo approccio, profondamente visivo e narrativo, restituisce un’idea di città come palinsesto: un luogo dove il passato non scompare mai del tutto e dove il presente è continuamente riscritto da ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il suo lavoro è anche un esercizio di responsabilità culturale: un invito a guardare Napoli — e ogni città — come un testo complesso, stratificato, vivo.

