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Recensione cinematografica – La mattina scrivo

La recensione cinematografica di Mario Scippa. La fatica di cambiare linguaggio: “La mattina scrivo”, un film sulla dignità della vocazione di un fotografo che lascia tutto per diventare scrittore 

di Mario Scippa

Tratto dal memoir di Franck Courtès, il film La mattina scrivo racconta la storia vera di un fotografo che lascia tutto per diventare scrittore, affrontando solitudine e lavori manuali per sopravvivere

Diretto dalla regista francese Valérie Donzelli e tratto dal memoir autobiografico di Franck Courtès, racconta una scelta radicale: quella di un uomo che decide di abbandonare una carriera di successo nella fotografia per diventare scrittore.

Il protagonista Paul, interpretato da Bastien Bouillon, è un ex fotografo affermato che lascia un lavoro ben pagato per inseguire una vocazione fragile e incerta, scoprendo presto il prezzo della libertà creativa: precarietà, solitudine e povertà.  La mattina scrivo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato per la miglior sceneggiatura, è costruito come un racconto intimo e quasi ostinato della condizione dell’artista contemporaneo: qualcuno che sceglie di creare anche quando il mondo misura tutto in termini di successo e denaro.

La lentezza che inizialmente irrita

Durante la visione, alcune sequenze possono lasciare perplessi.

Il film insiste su gesti quotidiani apparentemente marginali: Paul che taglia l’erba, sistema le piante, svuota cantine o svolge piccoli lavori manuali per sopravvivere. Sono scene lunghe, ripetitive, quasi ostinate nella loro lentezza.

Nel momento in cui le si guarda, possono sembrare eccessive, perfino ridondanti. Si ha l’impressione che il film si soffermi troppo su azioni che non fanno avanzare la trama.

Eppure è proprio qui che La mattina scrivo lavora in profondità.

La poesia che arriva dopo

A distanza di qualche giorno dalla visione, quelle immagini tornano alla mente. Le mani segnate dalla fatica, l’erba falciata lentamente, i gesti ripetuti del lavoro manuale.

Allora ciò che sembrava soltanto ripetizione si trasforma in qualcosa di diverso: una forma di poesia silenziosa.

Quelle sequenze raccontano qualcosa che il film non spiega mai apertamente: il peso concreto della scelta compiuta dal protagonista. Non è la retorica romantica dello scrittore che segue il proprio sogno. È la realtà di chi, per scrivere, deve prima sopravvivere.

Scrivere con la luce, scrivere con le parole

Il passaggio che il film mette in scena è profondamente simbolico. Paul non sta soltanto cambiando mestiere: sta cambiando linguaggio.

Prima scriveva con la luce, la fotografia.

Ora prova a scrivere con le parole.

Tra questi due linguaggi si apre uno spazio di fatica, di tempo lento, di lavoro anche fisico. Le mani che falciano l’erba o sistemano le piante diventano allora il segno concreto di questa trasformazione.

È come se il film dicesse che ogni vocazione ha un costo corporeo, una disciplina quotidiana fatta di gesti ripetuti, di silenzi e di rinunce.

Un film sulla libertà e sul suo prezzo

Il cinema di Valérie Donzelli non mitizza l’artista. Al contrario, lo mostra fragile, esposto, spesso vicino al fallimento. Ma proprio in questa fragilità sta la forza del film.

La mattina scrivo non è solo la storia di uno scrittore che tenta di reinventarsi. È il racconto della dignità di chi continua a cercare una forma di espressione anche quando il mondo sembra dirgli che non ne vale la pena.

E forse è proprio per questo che quelle immagini lente e ripetitive restano nella memoria: perché trasformano la fatica quotidiana in una forma di poesia.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte e immaginario urbano, indagando il rapporto tra potere, memoria e identità contemporanea.

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