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Recensione – Sinestesia in divenire

La silloge poetica di Adriana Mastropasqua: versi in divenire tra memoria, sinestesia, paesaggi campani e ricerca identitaria

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Grazie per la risposta. ✨

di Mario Scippa

Ci sono titoli che nominano un libro, e titoli che lo aprono.

Sinestesia in divenire appartiene alla seconda specie.

La sinestesia è, per sua natura, uno sconfinamento: un senso che invade l’altro, una percezione che si sposta, si mescola, si traduce. È vedere un suono, toccare una luce, ascoltare un colore. Ma qui non è solo figura retorica: è un modo di stare nel mondo.

Il “divenire”, poi, impedisce ogni fissità. Non c’è una forma definitiva, non c’è un’identità compiuta: tutto è processo, trasformazione, attraversamento.

Messo insieme, il titolo suggerisce qualcosa di preciso e instabile allo stesso tempo: una sensibilità che cambia mentre sente, una coscienza che si costruisce contaminandosi.

È esattamente ciò che accade nel libro.

I testi citati in questa recensione, da A zia Edda a Generazione Erasmus, da Cristalliera a Geometria siderale, fino a Wonder Woman, non esauriscono la raccolta, ma ne rappresentano una sintesi significativa, una mappa possibile del suo movimento interno.

La prima impressione è quella della misura.

Mastropasqua lavora per sottrazione: versi brevi, immagini essenziali, una lingua che tende alla concentrazione più che all’espansione. Ma questa essenzialità è solo apparente: sotto la superficie si muove una pluralità di registri che rendono il libro più complesso e irregolare, nel senso fertile del termine.

Un primo nucleo è quello intimo e memoriale. In testi come A zia Edda, la poesia si fa gesto di osservazione e di apprendimento: la memoria non è mai enfatica, ma costruita per dettagli, per prossimità. La lingua qui si distende leggermente, si avvicina al racconto, senza perdere misura.

Accanto a questo si sviluppa una linea più propriamente percettiva, sinestetica. In componimenti come Appunti o Cristalliera, il mondo è colto attraverso micro-eventi: un suono, una quiete, una luce. Il dato minimo diventa soglia.

l’inchiostro disegna orme / a un passo dall’infinito” è forse il punto di equilibrio più chiaro di questa poetica: il gesto piccolo che si apre all’assoluto.

Ed è proprio qui che emerge una delle qualità più autentiche della raccolta: si ha la sensazione, leggendo, di trovarsi davanti a versi genuini, non costruiti a freddo, ma nati da un’urgenza reale.

Sono testi freschi, a tratti ancora in formazione, e proprio per questo vitali. Non cercano di essere “definitivi”: sembrano piuttosto destinati a crescere, a evolversi insieme alla voce che li ha generati.

Il paesaggio, spesso campano, attraversa la raccolta come una presenza discreta ma attiva. In testi come Arcate sul golfo o Costiera Sorrentina, non è mai semplice sfondo, ma elemento sensibile che partecipa alla costruzione dell’esperienza.

Ma è nel proseguire della raccolta che il libro cambia passo. Il terzo registro, più concettuale e contemporaneo, emerge con maggiore evidenza. Generazione Erasmus è uno dei testi più riusciti: il viaggio diventa esperienza estetica e identitaria, attraversata anche da riferimenti artistici, Cézanne, Matisse, che ampliano il respiro del testo.

Allo stesso modo, Geometria siderale introduce un immaginario scientifico e matematico che viene umanizzato, quasi erotizzato, per poi essere incrinato: la perfezione si rompe, diventa instabilità, desiderio, fuga.

In Fortificazioni digitali, la poesia si confronta apertamente con il presente: rete, algoritmi, conflitto. E in Duello d’astuzia, la scacchiera diventa metafora del pensiero: ogni mossa è parola, ogni parola è strategia.

Nelle ultime traiettorie emerge una dimensione simbolica più ampia. Wonder Woman è un passaggio significativo: una figura pop, quasi mitologica, che si carica di fragilità e resistenza, aprendo il discorso a un immaginario condiviso.

Accanto a queste aperture, restano testi di estrema limpidezza, come Meriggi di festa o Mimose, dove pochi versi bastano a restituire un’immagine piena, senza attrito.

La varietà dei registri è una ricchezza, ma anche una tensione. Non sempre le diverse direzioni, intima, percettiva, concettuale, si fondono completamente. Si avverte a tratti una discontinuità, come se il “divenire” del titolo fosse ancora in atto anche sul piano formale.

Ma è proprio qui che il libro trova la sua autenticità.

Sinestesia in divenire non cerca una forma definitiva. Non vuole chiudersi. Non vuole risolversi.

È una poesia che attraversa, che contamina, che cresce. E proprio per questo, resta viva.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte e immaginario urbano, indagando il rapporto tra potere, memoria e identità contemporanea.

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