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Diari di Frontiera-Un mistico all’assalto dei Positivismi. Carlo Michelstaedter |1

Contro la dittatura del dato: filosofia e modernità. Ivan Pozzoni mette in dialogo il pensiero di Michelstaedter e Byung-Chul Han

di Ivan Pozzoni

1. La reazione antipositivistica nel primo Novecento italiano

Il diciannovesimo secolo si era chiuso sotto il segno del Positivismo: una fiducia cieca nella scienza, nel progresso misurabile e nella catalogazione della realtà. All’inizio del Novecento, però, la cultura italiana reagisce a questa “dittatura del dato” con una serie di scossoni irrazionali. Come ha dimostrato lo storico Eugenio Garin [1966], questa ribellione contro l’intellettualismo scientifico prende molte strade: la provocazione dei futuristi, l’estetismo di Gabriele D’Annunzio e le prime letture, spesso superficiali, del pensiero di Friedrich Nietzsche. In questo panorama di “mode” culturali, la figura di Carlo Michelstaedter (giovane studioso goriziano la cui vita si interrompe tragicamente per suicidio nel 1910) si impone per un’assoluta, quasi drammatica serietà. Il suo pensiero non è un semplice sfogo decadente, ma una delle diagnosi più lucide e anticipate della crisi dell’uomo moderno: la scoperta dell’alienazione.

2. Dialettica della Persuasione e della Rettorica: lillusione del tempo

Al centro della filosofia di Michelstaedter c’è un’intuizione fondamentale: l’essere umano vive in una condizione di perenne mancanza. Nasce con un desiderio innato di assoluto, ma si ritrova confinato nei limiti della materia e del tempo. Per fuggire dall’angoscia di questo limite, l’uomo mette in atto un meccanismo di difesa: sostituisce la ricerca del senso profondo con una rincorsa affannosa ai beni materiali, ai bisogni quotidiani e al successo sociale. Questa corsa immobile ci condanna a vivere in bilico, sempre proiettati in avanti, incapaci di abitare il presente perché ossessionati dal futuro. È qui che Michelstaedter introduce i suoi due concetti chiave: la Persuasione: l’autenticità totale, il possesso di se stessi nell’istante presente, senza chiedere garanzie al futuro; la Rettorica: la vita inautentica. È l’enorme apparato di convenzioni, etichette sociali, ruoli e saperi artificiali che l’uomo costruisce per illudersi di avere tutto sotto controllo.

«La persuasione illusoria per cui egli vuole le cose come valide in sé, ed agisce come ad un fine certo, ed afferma se stesso come individuo che ha la ragione in sé  altro non è che volontà di se stesso nel futuro: egli non vuole e non vede altro che se stesso […] Egli si gira per la via dei singoli bisogni e sfugge sempre a se stesso. Egli non può possedere se stesso, aver la ragione di sé, quando è necessitato ad attribuir valore alla propria persona determinata nelle cose, e alle cose delle quali abbisogna per continuare» [C. Michelstaedter, 1922].

Questa dinamica risuona potentemente nelle tesi del filosofo contemporaneissimo Byung-Chul Han. Nella sua analisi della società digitale, Han descrive un soggetto che, illudendosi di realizzarsi attraverso la continua performance e l’esposizione del sé, diventa in realtà «schiavo di se stesso nell’assenza di legami» (Psychopolitik, 2014). La “Rettorica di Michelstaedter si è oggi evoluta nella vetrina digitale dei social network: un luogo dove la visibilità sostituisce l’esistenza.

3. Autocreazione e rottura del paradigma scientista

Uscire da questa trappola non è un compito politico o collettivo (Michelstaedter non crede alle ricette del marxismo), ma una rivoluzione etica individuale. È una presa di posizione che anticipa l’archetipo dell’uomo in rivolta di Albert Camus: il rifiuto di scendere a patti con l’assurdità e con le finzioni della società. Rifacendosi alla lezione di Socrate, Michelstaedter esige che l’uomo ritrovi la sua sovranità spirituale, ribellandosi all’idea positivista che la cultura sia solo una tecnica per dominare la natura o accumulare nozioni. Diventare “persuasi” significa smettere di essere consumatori di illusioni e farsi creatori del proprio mondo. Chi accetta passivamente il ruolo che la società gli cuce addosso compie un vero e proprio furto esistenziale:

«L’uomo che ha assunto la persona sociale, per cui crebbe usurpando l’inadeguata sicurezza che l’ambiente gli offriva, ha fondato la sua vita sulla contingenza delle cose e delle persone, e della carità di queste vivendo dipende pel suo futuro, ne ha in sé il vigore a conservare ciò che non per suo valore gli appartiene» [C. Michelstaedter, 1922].

4. Conclusioni: la stasi del tempo e lattualità del Tutto

La massima aspirazione del pensiero di Michelstaedter è la coincidenza assoluta tra ciò che si vuole e ciò che si è. Quando un individuo smette di mendicare dal futuro la conferma del proprio valore, il tempo cronologico si ferma e si accede all’assoluto. L’autore descrive questa liberazione con una metafora potente: l’uomo fermo sullo scoglio, circondato dalla marea montante della mortalità, che decide di non piegarsi per cercare un ultimo filo d’aria inautentica, ma accetta la pienezza del suo destino.

«La viva marea mortale gorgoglia intorno all’uomo sullo scoglio, e lambendolo monta; sempre più lenta, perché non per un corpo monta, ma per l’infinità volontà di permanere fino a che nell’ultimo atto infinitesimale di tempo il tempo si fermi infinitamente. E l’uomo allora che non avrà levato la testa nemmeno d’una linea per prender nuova aria e continuare ancora, si potrà dire in possesso finito dell’infinita potestas: egli avrà conosciuto se stesso e avrà l’assoluta conoscenza oggettiva nell’incoscienza; avrà compiuto l’atto di libertà, avrà agito con persuasione e non patito il proprio bisogno di vivere» [C. Michelstaedter, 1922].

Letto oggi, l’esito tragico della vita di Michelstaedter si libera finalmente dai vecchi cliché biografici del nichilismo romantico o del folclore d’inizio secolo. Il suo gesto estremo e la sua opera non sono stati un tentativo di attirare lo sguardo dei contemporanei («di tutti»), ma il disperato e lucidissimo azzardo di ricondurre la coscienza umana al centro della totalità dell’essere («del tutto»).

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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