Stratus: il ritorno del Covid?
Possibile il ritorno del Covid nella variante Stratus: consigliata l’assunzione dei vaccini di nuova generazione, più sicuri
di Carlo Alfaro
Quasi sei anni dopo, uno sgradito ritorno: il Covid nella settimana dal 28 agosto al 3 settembre ha fatto registrare in Italia oltre 2.000 nuovi casi, il numero più elevato del 2025, secondo le rilevazioni del bollettino settimanale fornito da Istituto Superiore della Sanità e Ministero della Salute. Cresce anche il numero dei tamponi, a conferma della ridestata attenzione per la malattia. L’indice di trasmissibilità (Rt), calcolato sui casi con ricovero ospedaliero, è pari a 1,41 (sopra 1 si entra nella “soglia epidemica”). I tassi di ospedalizzazione e mortalità sono più elevati nelle fasce di età oltre gli 80 anni.
Il trend di aumento della circolazione è globale, come conferma l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha notificato la crescita dei casi in molti Stati, come Grecia, Irlanda, Romania e Francia.
Sono in circolazione diverse sotto-varianti di JN.1, con una predominanza di sequenziamenti attribuibili alla XFG, detta “Stratus”, attualmente sotto monitoraggio a livello globale, che riporta in auge i vecchi sintomi del Covid come mancanza improvvisa dell’olfatto e del gusto, febbre alta, dolori diffusi, sintomi respiratori acuti (mal di gola, tosse secca, congestione nasale). Raucedine e voce roca è inoltre un sintomo distintivo segnalato soprattutto nei casi da questa variante.
Stratus risulta dalla combinazione di due lignaggi (sotto‑varianti): LF.7 e LP.8.1.2. Il primo campione identificato risale al 27 gennaio 2025. Da allora, si è diffusa rapidamente in tutto il mondo, grazie a mutazioni che possono aiutare il virus a eludere meglio la risposta anticorpale, anche in persone che hanno già avuto l’infezione o sono vaccinate.
In primavera si era diffusa invece la variante Nimbus (NB.1.8.1), clinicamente più lieve, rilevata in Asia per la prima volta a gennaio 2025 e poi dilagata in Europa e USA.
Insomma, dopo diversi anni dal primo focolaio di Wuhan di fine 2019, la cui origine resta ancora sconosciuta (una nuova ricerca indipendente dell’Oms non è riuscita a concludere se il SARS-CoV-2 sia derivato da una zoonosi, cioè un salto di specie dall’animale all’uomo, o da un errore di laboratorio) e dopo aver determinato, nel periodo 2020-2024, circa 7 milioni di decessi confermati nel mondo, il virus continua a circolare tra di noi e a dare preoccupazioni.
Il Covid attualmente per fortuna però rappresenta un rischio solo per grandi anziani, soggetti con comorbidità o immunocompromessi.
Non va sottovalutato però l’impatto del “Long Covid”, una condizione debilitante che colpisce le persone anche mesi dopo la guarigione, caratterizzata da sintomi come stanchezza cronica, difficoltà cognitive (come la sensazione di offuscamento definita “brain fog”, nebbia cognitiva), disturbi respiratori, dolori muscolari, alterazioni sensoriali (olfatto, gusto e udito) e psicologiche, tutti sintomi che possono ridurre significativamente la qualità della vita. Secondo l’Oms, circa il 10-20% delle persone infette da Covid sviluppa sintomi a lungo termine, probabilmente su base di una predisposizione genetica.
Il Long Covid colpisce con maggiore frequenza le donne tra i 45 e i 54 anni, le persone che hanno avuto una forma grave, chi ha avuto numerose reinfezioni. Tra i Paesi OCSE (“Organisation for Economic Co-operation and Development”, organizzazione internazionale che riunisce 38 Paesi per la cooperazione e lo sviluppo economico), l’Italia registra tra le percentuali più alte di Long Covid: il 22,9% delle persone che hanno avuto l’infezione, subito dietro Norvegia e Islanda.
Per la prevenzione del Covid, gli esperti consigliano agli over 65 e ai soggetti fragili per l’autunno la doppia vaccinazione antinfluenza e anti-Covid. Sebbene l’opinione pubblica sia in larga parte scettica sui vaccini contro il Covid, uno studio italo-americano delle Università Cattolica e di Stanford appena pubblicato su JAMA Health Forum conclude che essi hanno evitato oltre 2,5 milioni di morti nel mondo tra il 2020 e il 2024.
Peraltro, le ultime evidenze scientifiche confermano che i vaccini aggiornati (adattati alla variante JN.1 di SARS-CoV-2) offrono una protezione elevata nei confronti di ospedalizzazione e morte da Covid-19 negli over 65 per almeno 4 mesi, supportando la raccomandazione di un uso regolare dei vaccini secondo una strategia di richiamo stagionale, nelle fasce più fragili della popolazione. Secondo una revisione della letteratura su studi condotti in Europa a cura del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), la vaccinazione contro il Covid-19 riduce anche il rischio di sviluppare il “long Covid” di circa il 27%.
Per la campagna vaccinale 2025/2026, i vaccini saranno ulteriormente aggiornati: alla luce della diffusione della variante LP.8.1, che discende da KP.1.1.3, a sua volta originata da JN.1 della famiglia Omicron, l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha raccomandato di includere questa sottovariante che, rilevata per la prima volta nel luglio 2024, tra marzo e aprile 2025 è diventata quella dominante in Stati Uniti e Regno Unito. Riguardo agli effetti avversi dei vaccini, una revisione sistematica pubblicata su Vaccine ha analizzato la loro incidenza in popolazioni fragili, come bambini, donne in gravidanza, pazienti oncologici, soggetti con malattie autoimmuni e persone socialmente svantaggiate, considerando 120 studi per un totale di 171.000 partecipanti: i risultati rassicurano sull’alto profilo di sicurezza di questi vaccini.
Ciononostante, secondo gli ultimi dati ad esempio dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), lo scorso anno in Italia la copertura è stata sotto il 6% tra gli over 80, scendendo ulteriormente nelle fasce d’età più giovani, con un 4,1% di copertura tra i 70-79enni e appena l’1% tra i 60-69enni.
Per la cura del Covid, l’Oms ha aggiornato le linee guida cliniche: al centro delle nuove raccomandazioni c’è l’indicazione di evitare la somministrazione di antibiotici in assenza di un fondato sospetto di coinfezione batterica. Ciò in risposta alla crescente necessità di contrastare l’antimicrobico resistenza (AMR), fenomeno acuitosi durante la pandemia. Purtroppo, le infezioni, virali, ma anche quelle batteriche, sono aumentate di frequenza e intensità dopo la fine della pandemia.
Infatti, durante la pandemia, l’uso delle mascherine, l’attenzione all’igiene respiratoria e delle mani, la ventilazione degli ambienti chiusi, le misure atte a limitare i contatti interpersonali, hanno provocato una significativa riduzione di tutte le infezioni trasmesse per via respiratoria.
Una volta ridotte o eliminate le misure restrittive, gli agenti infettivi hanno ripreso a circolare, trovando però le popolazioni molto più recettive nei loro confronti, per il “debito immunologico” creato dalla riduzione dell’esposizione al contagio, con aumento del bacino di soggetti non immuni e, quindi, suscettibili.
Tra i batteri, sono cresciute le infezioni da Streptococcus pneumoniae (polmoniti da pneumococco) e Streptococcus pyogenes (non solo tonsillite e impetigine, ma anche forme invasive come fascite necrotizzante, shock settico, polmonite). Questa maggiore diffusione e gravità di infezioni batteriche va attribuita, oltre che al debito immunologico della popolazione, all’elevatissimo uso di antibiotici durante la pandemia, anche in soggetti non a rischio e con patologia lieve, che ha selezionato ceppi virulenti e resistenti.

