Sul diritto di Patronato dell’Università di Portici
Lo storico porticese Antonio Formicola avrebbe voluto partecipare al convegno Honora Medicum, tenutosi lo scorso 2 maggio al convento francescano di Sant’Antonio di Padova, officiato dai Frati Minori Conventuali di Portici. Non essendo potuto intervenire per motivi di salute, pubblichiamo con piacere il suo libero contributo, redatto con l’intento di offrire un apporto ai lavori del convegno. Si tratta di un breve scritto dal titolo “Patronatus: un excursus sul diritto di patronato della chiesa parrocchiale”, giustamente vantato dai Porticesi.
di Antonio Formicola
Nel 1542 la zona extraurbana della Diocesi di Napoli era suddivisa, in tre terzieri, e alla giurisdizione di ognuno vi era un arciprete. Nel Terziere di Torre del Greco, rientravano i casali di Torre del Greco, Resina, Portici, S. Giorgio a Cremano, Boscotrecase, Massa di Somma, S. Sebastiano, Pollena e Trocchia, S. Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli.
Quindi nel 1542, nel terziere di Torre del Greco la cura delle anime e le funzioni parrocchiali erano esercitate nelle chiese di Santa Croce, per Torre del Greco, di S. Apollinare a Pollena, di S. Maria a Massa di Somma, di S. Maria della Neve a Ponticelli, di S. Maria a Pugliano per Resina, Portici e Cremano, di S. Severo a Barra e Serino, di S. Giorgio a S. Giorgio a Cremano, di S. Giovanni a S. Giovanni a Teduccio e dell’Annunziata a Trocchia.
La chiesa di Pugliano, ed i beni contenuti in essa, non appartenevano solo all’Università di Resina ma anche a quella di Portici e di Cremano, in quanto le tre collettività avevano sempre partecipato alla raccolta dei fondi per sostenere le necessità della Parrocchia come anche per i “diritti di stola” del Parroco e dei sacerdoti. Anche qui, come un po’ ovunque la gestione dell’attività assistenziale, materiale e morale, era attuata dall’Estaurita (dal latino Instaurare), istituzione di origine laicale, sorta accanto alla parrocchia.
In un Decreto del 16 giugno 1547 troviamo ancora le tre Università aggregate con il proposito di autotassarsi a beneficio della parrocchia di S. Maria a Pugliano: “Ad istanza de’ Magnifici eletti di Resina, di Portici, e di Cremano si abbia da imporre la casa del Pane”. Quella della “Casa del Pane” era un’ulteriore gabella, che i cittadini si imponevano di pagare sull’acquisto della farina e del pane il cui gettito, poi, veniva utilizzato per scopi ben precisi: arredi e paramenti sacri, restauri al tempio, aiuto ai bisognosi, dote alle fanciulle povere, ed altro. Va ricordato, comunque, che agli inizi del XVI secolo la Parrocchia di Pugliano era gestita da sei Estauritari, di cui due venivano eletti da Portici-Cremano
Portici rimase, fino al 1627, dipendente da S. Maria a Pugliano di Resina. In verità l’Università di Portici a partire dal 1618 aveva fatto istanza agli organi ecclesiastici per avere una propria chiesa parrocchiale poiché la popolazione si era incrementata e anche l’abitato si era esteso fino a raggiungere i confini con S. Giorgio a Cremano e Pietrabianca (località oggi scomparsa e integrata nel territorio di San Giovanni a Teduccio). Pertanto a numerosi porticesi era divenuto più difficoltoso ricevere in tempi brevi i sacramenti.
All’inizio del 1627 il cardinale Francesco Buoncompagno accolse la richiesta fatta dalle Università di Portici-Cremano. Il parroco di Resina, preoccupato della diminuzione della rendita, mosse subito delle opposizioni, ma l’Università di Portici, in data 20 marzo 1627, con atto notarile stipulato presso il Notaio Giovanni Natale Ursino di Napoli, tra l’altro, assegnò annui D.ti 8 al parroco di Resina, per la perdita sui “diritti di stola” e 72 D.ti annui al parroco di Portici. Appianata la questione economica, il cardinale Buoncompagno con decreto emanato in data 30 marzo 1627 confermò : “… est omnio pro eorum servitio et commoditate erigenda nova Parrocchia in dicta Villa Portici et clamani…”, disponendo inoltre che la nuova chiesa fosse andata sotto il titolo della “Natività della Beata Maria Vergine”. I porticesi essendo i promotori dell’erigenda parrocchia vollero mantenere lo “Jus Patronato” e nell’atto di fondazione, si impegnarono a spendere D.ti 300 l’anno.
L’8 gennaio 1629 il Cardinale Buoncompagno ritornò a Portici per la “Santa Visita” ed i cittadini gli chiesero di assegnare i confini spirituali alla loro parrocchia. Accolta l’istanza e i termini, come racconta il Nocerino, furono stabiliti nel modo seguente: “… dalla parte di S. Giovanni a Teduccio, le fu assignato per temine il Palazzo di Oliveto, oggi Palazzo grande del Principe di Scalea, dalla parte di mare; e dalla parte di sopra il Palazzo di D. ferdinando Recco, oggi di Mazzarotta, ambedue questi palazzi exclusive. (…) la Parrocchia di Portici termina propriamente nell’ultimo basso sotto la loggia di Scalea verso Napoli inclusive fogl. 174, dirimpetto al vicolo, che cala di sopra (oggi via Scalea N.d.A.). Dalla parte di S. Giorgio a Cremano il termine fu la Croce di S. Aniello, e da lì in sopra le case di Cocozza inclusive, e per ultimo più sopra le Case de’ Nocerini, anche inclusive. Dalla parte poi di Resina il temine fu il Palazzo di Bisaccio, oggi di Santo Buono, exclusive, benché al presente termini Portici, avanti lo stradone che dritto porta al real Castello del Bosco superiore”.
Sul finire del 1629, raccolto una parte del denaro attraverso l’istituzione della “Casa del pane”, iniziarono i lavori. In primis si costruì il campanile e quindi si pose mano alle fondamenta della chiesa. La costruzione aveva raggiunto l’altezza di circa un metro e mezzo quando si verificò una tremenda eruzione (16/17 dicembre 1631) che coprì il tutto, compresa la cappella primigenia dedicata a S. Maria delle Grazie, lasciando in piedi solo il campanile. Nonostante i gravi danni, i porticesi non si persero d’animo in quanto erano proprietari, fin dal 1605, di un suolo nel luogo detto “Lo Petruso”, posto di fronte il palazzo baronale.
Pertanto qui decisero di impiantarvi la nuova parrocchia. I lavori iniziarono nel 1632, sotto la guida dei capomastri fabbricatori Francesco Antonio Gisolfo di Napoli e Giovanbattista Conte di Portici. Durarono circa dieci anni nei quali dimostrarono impegnatissimi tutti i cittadini, chi con oro, chi con argento, chi con le proprie corporali fatiche.
Va detto che all’inizio le uscite superarono addirittura i 1.000 Ducati l’anno. Tra le voci annuali di mantenimento troviamo: Ducati (D.ti) 8 al parroco di Resina per la ceduta giurisdizione; D.ti 72 al parroco; D.ti 36 al cappellano; D.ti 24 al chierico; D.ti 24 per le prediche straordinarie, Avvento e Quaraesima; D.ti 9 ai frati alcantarini; D.ti 3 ai frati del convento francescano di Portici; D.ti 12 ai maestri di S. Antonio; D.ti 6 ai maestri del SS Sacramento; D.ti 20 ai maestri della cappella del Rosario; D.ti 12 al tesoriere della stessa parrocchia, ecc. ecc… .
Per la gestione dell’onere finanziario, come in tante altre comunità religiose dell’area circumvesuviana, anche l’Università di Portici designò dei governatori laici che periodicamente si riunivano nel “coro” che oggi vediamo sistemato nella cappella dedicata al “SS. Sacramento”.
Antonio Formicola è uno storico e ricercatore legato al territorio vesuviano, in particolare a Portici. La sua attività si concentra sulla ricostruzione della memoria locale e non solo, con studi dedicati alla storia sociale, urbana, militare e culturale della città porticese e dell’area circostante. Inoltre, è impegnato quale consulente dell’Ufficio storico della Marina Militare italiana. Attraverso articoli, contributi e iniziative divulgative, Formicola ha valorizzato documenti, testimonianze e tradizioni, contribuendo a preservare l’identità storica di una comunità profondamente segnata dalla presenza del Vesuvio e dalle trasformazioni del tempo.
Attraverso studi, articoli e attività divulgative, Formicola ha contribuito a restituire voce a documenti, testimonianze e tradizioni spesso dimenticate, ricomponendo nel tempo un mosaico identitario segnato dalla presenza del Vesuvio e dalle trasformazioni del paesaggio.
La sua produzione editoriale si concentra sulla microstoria urbana e sul rapporto tra la città, il mare e l’eredità borbonica. Tra i suoi lavori più significativi figurano La bella Portici (1981), Il porto borbonico del Granatello (1984), Portici. Storia di una città (1999) e Portici militare (1738–1860). Fortilizi, quartieri e milizie nella Portici borbonica (2012). A questi si affiancano opere più recenti come Portici 1943. La città vista dal cielo (2019), realizzata con Ernesto De Martino, e La marina del Granatello e l’area delle Mortelle (2023), insieme a ulteriori pubblicazioni dedicate alla memoria del Novecento porticese.
Nel complesso, il lavoro di Formicola si distingue per un equilibrio raro: rigore nella ricerca e capacità narrativa. Un modo di raccontare la storia che non resta chiuso negli archivi, ma torna a vivere nei luoghi, nelle immagini e nella memoria condivisa.


Mi corre L’obbligo di segnalare quanto pervenutami dall’amico Antonio Formicola e ringraziarlo per i complimenti e la stima accordatami.
“Caro Stanislao buonasera. Sinceramente l’articolo lo conoscevo, ma mi hai fatto un profilo personale che nemmeno io immaginavo x me stesso. Sinceramente devo dirti che mia moglie ed io ne siamo rimasti molto compiaciuti e ti ringrazio vivamente. D’altro canto mi fa piacere dirti che i tuoi lavori storici, x per quelli che posseggo, riportano una scientificità e serietà di trattazione professionale non comune. Ringraziandoti ulteriormente, conto di sentirti a breve x dare a Tommasina i profili completi dei relatori. Un abbraccio. Antonio.”
Relativamente ai ringraziamenti e ai complimenti espressi circa la composizione del suo profilo biografico e la qualità della foto pubblicata, sono dovuti alla direttrice Tonia Ferraro e non allo scrivente.