Covid-19, fotografia di fine ottobre

Il nostro medico Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, nell’ultimo giorno di ottobre tira le somme sulla diffusione del contagio da Covid-19 

Nell’ultima settimana è stato segnalato il maggior numero di incremento di nuovi casi di Covid-19 a livello globale dall’inizio della pandemia: oltre 2 milioni di contagi in 7 giorni.

Per la seconda settimana consecutiva, l’Unione europea concentra il maggior numero di nuovi casi nel mondo, raggiungendo il picco di 1,5 milioni di casi segnalati in 7 giorni e superando il drammatico traguardo dei 10 milioni di casi.

L’Europa è ormai il nuovo epicentro della pandemia da Covid-19, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che annuncia che attualmente il Covid-19 è la quinta causa di morte in Europa, con oltre 1000 decessi al giorno.

Il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) aggiunge che in quasi tutti i Paesi europei il numero di casi ogni 100.000 abitanti supera i 120.

In Italia i casi per 100.000 abitanti sono attualmente 191: al primo posto per incidenza risulta la Repubblica Ceca (1066,3), seguita da Belgio (932,9), Olanda (596,1) e Francia (453,5).

In Italia, al 29 ottobre sono 617.000 i casi totali di contagio dall’inizio della pandemia, 38.122 i morti. Il nostro Paese risulta essere al 15esimo posto nel mondo per numero di contagiati. Se rapportiamo però il numero di contagiati per la popolazione, siamo al 13esimo posto, mentre per decessi siamo invece al V posto nel mondo.

Nel secondo aggiornamento dell’Ecdc che misura il livello di rischio negli Stati dell’Unione europea con una mappa a colori (da verde a rosso), l’Italia è passata in una settimana dal colore arancione a quello rosso (massimo livello di notifiche), come Francia, Spagna e Paesi Bassi, mentre la Germania è ancora arancione.

I contagi da Covid-19 in Italia hanno raggiunto il 29 ottobre il picco record di 26.831 nuovi casi in un solo giorno, con 217 morti. Nel nostro Paese siamo nel pieno della seconda ondata della pandemia, anche se in effetti la circolazione del virus non si è mai arrestata dalla prima ondata iniziata a fine febbraio.

La curva epidemica appare attualmente nella fase di crescita esponenziale, ma il picco ancora non è stato raggiunto e sembra ancora lontano. Il tasso di positività per numero di tamponi è del 13,3% (questo dato ha più significato del numero assoluto di casi positivi, che dipende dal numero di tamponi effettuati: se invece la percentuale di positività aumenta, come sta accadendo, vuol dire che c’è un aumento reale dei casi).

Contestualmente al numero di positivi, aumentano anche i casi sintomatici e i ricoveri in degenza ordinaria e in terapia intensiva: questi ultimi, assieme al numero dei decessi, danno la reale dimensione della gravità della situazione.

Più colpita sempre la Lombardia (+7.339 contagi in sole 24 ore il 29 ottobre), seguita nell’ordine da Campania (+3.103), Piemonte, Lazio, Toscana, Veneto, Emilia Romagna.

I focolai attivi sul territorio nazionale, secondo l’ultimo monitoraggio settimanale Ministero salute/Iss, sono attualmente 7.625. La maggior parte di questi focolai continua a verificarsi in ambito domiciliare (81,7%). Aumentano pure i focolai nelle scuole, anche se la trasmissione intra-scolastica è ancora limitata (3,5% dei nuovi focolai).

Per quanto riguarda le scuole, più che in classe, dove si rispettano i protocolli di sicurezza, preoccupano soprattutto gli affollamenti sui mezzi di trasporto e prima e dopo l’ingresso nell’istituto. Inoltre, le attività extra-scolastiche possono costituire un innesco di catene di trasmissione laddove non vengano rispettate le misure di prevenzione previste.

Attualmente l’epidemia è generalizzata in tutto il Paese, non come nella prima ondata quando la distribuzione era disomogenea sul territorio, concentrandosi soprattutto al Nord.

Tutte le Regioni italiane hanno un Rt – ovvero indice di trasmissibilità –  superiore ad 1 (in ben 15 Regioni è superiore a 1,5).

Ciò che differenzia sensibilmente la seconda ondata rispetto alla prima, la riduzione del numero di decessi: la letalità attuale è dello 0,27%, contro il 6% di marzo, ma questo è dovuto principalmente al fatto che sono ancora preservati i pazienti a maggior rischio di complicazioni.

Con tanti casi al giorno, la possibilità di contenimento dell’epidemia attraverso il tracciamento non è più sostenibile per i servizi sanitari territoriali. Fallito il tentativo di contenimento tramite il “testing and tracing”, ne consegue che i pronto soccorso e i reparti ospedalieri vengono intasati, con file di ambulanze davanti agli ospedali.

Il carico eccessivo dei malati Covid o sospetti tali presso gli ospedali è generato anche dalla difficoltà ad essere visitati sul territorio, dall’ansia eccessiva della popolazione di fronte a sintomi spesso non gravi, o dal fatto che i reparti non riescono a dimettere i pazienti positivi ma con lievi sintomi perché molti non possono tornare al proprio domicilio, dove non hanno le condizioni per restare in isolamento.

La ragione di questa situazione critica sta nel fatto che le unità Usca, predisposte dalla legge per l’assistenza domiciliare ai pazienti Covid, sono in numero assolutamente insufficiente. Peraltro gli ospedali sono gravati da una cronica carenza di personale.

Ora il rischio è che il riempimento degli ospedali raggiunga la soglia di criticità, cosa che non è ancora avvenuta grazie al fatto che dopo il lockdown c’è stato col Decreto Rilancio un incremento della dotazione di posti letto nelle terapie intensive (in totale ne sono stati attivati 1.449 sui 3.500 finanziati), ma se il ritmo di contagi continuerà con l’andamento attuale, si prevede che entro 1 mese ci sarà una probabilità maggiore del 50% per 13 Regioni/PPAA di entrare in fase di saturazione.

Sono state individuate due soglie di riempimento dei posti letto da considerare critiche: il 40% per l’area medica, e il 30% per le terapie intensive. Oltre questi livelli, i pazienti affetti da altre patologie non troverebbero più adeguata disponibilità negli ospedali causa l’occupazione dei posti letto da parte dei pazienti Covid.

Attualmente, i posti letto di terapia intensiva occupati da pazienti Covid a livello nazionale sono il 15% sui 6.628 posti attivi, con la possibilità di attivarne ulteriori 1.660 grazie ai ventilatori già distribuiti alle Regioni.

Particolarmente critica la situazione in Campania, dove i ricoveri nell’area intensiva sono più che raddoppiati rispetto ad aprile. Di fronte a questo quadro, le misure restrittive dell’ultimo Dpcm del 27 ottobre rappresentano l’ultima chance di controllo dell’epidemia prima di un lockdown generale, che sarebbe inevitabile nel giro di 15 giorni all’aumentare del livello insostenibile di stress delle strutture ospedaliere.

Il Decreto presidenziale cerca un punto di equilibrio tra esigenze sanitarie di flettere la curva dei contagi ed esigenze economiche di conservare le attività lavorative, e lo fa puntando a limitare al massimo le occasioni di incontro e l’afflusso sui mezzi di trasporto pubblici. La Circolare non prevede obbligo, ma “forte raccomandazione” a non spostarsi se non per esigenze di lavoro, studio, motivi di salute e situazioni di necessità.

Strade o piazze dove si possono creare assembramenti potranno essere chiuse dai sindaci dopo le 21. Sospese le attività di palestre, piscine, centri benessere, centri termali, impianti sciistici.

Le Università dovranno predisporre, in base all’andamento del quadro epidemiologico, piani di organizzazione della didattica in presenza e a distanza in funzione delle esigenze formative.

Per le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado viene incrementato il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari al 75%.

Le attività di bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie sono consentite dalle ore 5 fino alle 18, menre il consumo al tavolo è consentito per un massimo di 4 persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi.

Dopo le ore 18 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico, ma resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio fino alle 24.

Restano aperti i musei ma sono chiusi teatri, cinema e sale concerti. Vengono sospesi convegni, congressi e gli altri eventi. Restano sospese le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche. Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso e all’aperto, comprese quelle conseguenti alle cerimonie civili e religiose.

Con riguardo alle abitazioni private, resta fortemente raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per esigenze lavorative o situazioni di necessità e urgenza.

Il grande timore di tutti è il ritorno al lockdown totale sperimentato in Italia a marzo e aprile. L’Oms rimarca la pericolosità dei blocchi totali (il cosiddetto “scenario 4”), che colpiscono in modo sproporzionato i gruppi svantaggiati, come le persone in povertà, i migranti, gli sfollati interni e i rifugiati, oltre ad avere un impatto devastante su economia, educazione dei giovani, salute mentale, salute fisica (per trascuratezza di altre patologie), aumento di violenza e abuso intra-familiare.

Lockdown locali e limitati nel tempo, con l’istituzione di “zone rosse” (“scenario 3”) potrebbero essere utili dove si vadano a registrare situazioni di insostenibilità ed eccessivo carico sulle strutture sanitarie.

In realtà, quello che funziona di più è la presa di coscienza individuale: i cittadini dovrebbero spontaneamente comportarsi come se fossero in lockdown, praticando

  • distanziamento sociale,
  • uso corretto delle mascherine e confinamento
  • restare a casa ogni volta che è possibile e limitare tutte le occasioni di contatto al di fuori del proprio nucleo domestico allo stretto necessario, evitando incontri e incentivando al massimo lo smart working.

Emblematico il caso del Giappone, dove sono stati registrati solo 1.700 decessi da Covid-19 da inizio pandemia, a fronte dei suoi 120 milioni di abitanti. La bassa mortalità si spiega principalmente con il basso numero di infezioni, circa 90mila, e soprattutto il basso tasso di infezione tra gli anziani. La strategia vincente non è stata eseguire “tamponi di massa” (che sono fatti “ad hoc”: sintomatici e contatti stretti) ma l’adesione convinta della popolazione all’uso di mascherine e all’allontanamento sociale, cose che peraltro erano già parte integrante della cultura di questo popolo.

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