Il Racconto, Pellegrinaggio

Il  nostro autore, partendo dallo Statuto di San Leucio, narra di una eccentrica famiglia che vuole recarsi in pellegrinaggio a Pietrelcina…

di Lucio Sandon

23 settembre 1775

«Pensai allora di rendere quella popolazione utile allo Stato e alle famiglie: utile allo Stato, introducendo una manifattura di sete grezze, e operando in seguito in modo da portarla alla migliore perfezione possibile, tale da poter col tempo servire da modello ad altre più grandi; utile alle famiglie, alleviandole dai pesi che ora soffrono e portandole ad una condizione di agiatezza da non poter piangere miseria come finora è accaduto, togliendosi ogni motivo di lusso con l’uguaglianza e semplicità nel vestire.»

Ferdinando di Borbone

Stanco degli intrighi della corte reale, re Ferdinando IV di Borbone volle costruirsi un ritiro solitario dove stare lontano dai problemi. Scelse così le colline che fiancheggiano il Parco della reggia di Caserta, dove già sorgeva una cappella dedicata a San Leucio. Nel 1775 il Borbone fece avviare in una vecchia stalla, una manifattura di sete e veli, per poi insediarsi nel Belvedere, che venne rimodernato e abbellito per tale reale necessità. È noto che abitare vicino alla famiglia reale rende la vita più facile e proficua, infatti a questo episodio fece seguito un considerevole incremento della popolazione residente che passò, grazie alla «… favorevole proliferazione prodotta dalla bontà dell’aria e alla tranquillità e pace domestica» a diverse centinaia di persone, ospitate in accoglienti case in pietra, tutte perfettamente uguali tra loro e dotate dei servizi indispensabili, oltre ad essere dotate delle più moderne infrastrutture.

Lo storico Harold Acton scrisse nella sua opera I Borboni di Napoli:

«Nel codice una breve prefazione descriveva in linee generali l’origine ed il progresso della colonia: avendo scelto San Leucio per meditare e riposare, il Re desiderava dare ai suoi abitanti che, grazie all’aria pura e ad una esistenza tranquilla erano stati molto prolifici, una scuola per l’educazione dei bambini ed una fabbrica di seta, perché si guadagnassero la vita, in modo da poter essere utili allo Stato, alle loro famiglie ed a loro stessi. Allorché la popolazione aumentò, divenne necessario darle delle leggi, più come un padre ai figli che come un legislatore ai suoi sudditi. Queste dovevano venir considerate come una dichiarazione fondamentale di principî immutabili, suscettibili però di ulteriori cambiamenti. Gli unici mezzi per acquistar merito erano l’abilità e la virtù nel commercio. Dovevano vestire tutti allo stesso modo, senza nessun segno di distinzione, e la pulizia veniva imposta come condizione necessaria alla salute. Il servile appellativo di “Don” era riservato ai preti, e soltanto in segno di rispetto. I funerali dovevano essere semplici; il lutto era bandito, eccetto i bracciali neri per gli uomini e le scarpe nere per le donne, per due mesi al massimo. Ogni matrimonio doveva essere preceduto da un fidanzamento con scambio di fiori a Pentecoste nella chiesa della Colonia. La sposa doveva avere almeno sedici anni e lo sposo venti; le doti erano proibite, ma il Re avrebbe dato ad ogni coppia una casetta e due telai. Le sanzioni penali consistevano in ammende per i reati minori ed in espulsione per i reati contro la morale.»

La pacifica convivenza nella cittadina reale e nell’opificio che fabbricava le sete e i broccati esportati nelle residenze reali di tutto il mondo, venne regolata da un insieme di doveri e di diritti,  stilato personalmente dal sovrano.

«Questa norma e queste leggi da osservarsi dagli abitanti di San Leucio che da ora innanzi debbono considerarsi come una sola famiglia, sono quelle che io qui propongo e distendo, più in forma di istruzione di un Padre ai suoi figli che come comandi di un legislatore ai suoi sudditi.»

Doveri Negativi

Doveri negativi son quelli, che impongono l’obbligo di astenersi dall’offender alcuno in qualunque maniera.

Or in tre maniere si può offendere alcuno.

Si può offendere nella persona, nella roba, e nell’onore.

Non si può offendere alcuno nella persona.

Si offende alcuno nella Persona o coll’ammazzarlo, o col ferirlo, o col batterlo, o col fargli scherni, dispetti, insolenze.

Non si può offendere alcuno nella roba.

Si offende alcuno nella roba, ogni qualvolta o con violenze, o con inganno si usurpa, o si ritiene ingiustamente quello, ch’è d’altrui.

Il titol di ladro è il titol più infame e vergognoso

che poss’aver l’uomo. Ciascuno dunque si guardi bene di meritarlo per alcun modo.

Non si può offendere alcuno nella riputazione.

La riputazione è la cosa più importante e più preziosa, che possa aver l’uomo d’onore; e talvolta togliere altrui la riputazione è peggior delitto, che offenderlo nella roba, e nella persona. Nessun quindi dirà mai cose false contra di alcuno; e chi caderà in questo delitto, vada immediatamente bandito da questa Società. Nessuno dirà ingiurie, e villanie ad altri, nessuno metterà in ridicolo, ed in beffa il suo fratello.

Doveri Positivi

Uguaglianza: “Nessuno deve distinguersi dagli altri se non per esemplarità di costume ed eccellenza di mestiere”.

Matrimoni: età non inferiore ai 20 anni per gli uomini e ai 16 per le donne, e, soprattutto, “nella scelta non si mischino punto i genitori ma sia libera dei giovani”.

Era abolita la dote, per la quale provvedeva il sovrano stesso.

“Lo scopo di questa società è che tutti rimangan nel luogo”: severe erano le leggi per chi voleva sposarsi fuori, che comunque doveva abbandonare per sempre la colonia.

Istruzione: obbligatoria per tutti a partire dall’età di anni sei, “per diventar uomo dabbene e ottimo cittadino”.

Retribuzione: era data in base alla perizia del singolo fino al massimo che “si gode dai migliori artisti nazionali e forestieri”. Vi era inoltre parità assoluta di salario fra uomini e donne.

Ereditarietà: i testamenti furono aboliti, e l’unica successione era quella fra padre e figli con parti uguali tra di loro e usufrutto alla vedova; in mancanza di eredi i beni del defunto andavano al Monte degli Orfani.

Governo: elezione democratica da parte dei capifamiglia di 5 individui scelti fra i più savi, giusti e prudenti.

Provvedimenti sociali: casa degli infermi; cassa della carità sovvenzionata con una tassa sul reddito di ciascuno e da libere offerte, che provvedeva ai bisogni degli sventurati fino alle esequie funerarie e ai suffragi religiosi; lotta agli evasori, additati prima al pubblico disprezzo, e se recidivi, privati di ogni forma di assistenza.

Giustizia: vi era un esercizio interno che arrivava fino all’espulsione nei casi gravi, ed alla consegna alla giustizia statale nei casi dei reati penali comuni.

Lavoro: la giornata lavorativa era di undici ore giornaliere. Altrove in Italia e in Europa, non avevano garanzie di nessun genere, e le giornate lavorative giungevano fino a sedici ore giornaliere, anche per i fanciulli.»

Naturalmente, dopo il 1860, il sito di Ferdinandopoli fu abbandonato a se stesso, poi come sempre, ne venne cancellata anche la memoria: i settecentottanta gigli d’argento dorato che facevano parte della fastosa decorazione della sala del Trono di Palazzo Reale a Napoli, usciti da quella filanda, vennero rimossi dai funzionari di casa Savoia e bruciati. Le 20 libbre d’argento da ciò ricavate, vennero vendute per un pugno di ducati.

23 settembre di qualche anno fa.

La famiglia Esposito era la più strana e anarchica accozzaglia di esseri umani che il dottor Gardenia avesse mai visto, e sì che di gente strana lui se ne intendeva. La capostipite, la signora Mariuccia, era una gigantessa di un metro e ottanta per centocinquanta chili, con una chioma corvina pettinata in modo da sfidare la legge di gravità, e il carattere di una iena a cui avessero pestato la coda.

La signora Mariuccia non aveva marito, «Mai avuto bisogno!», proclamava con la sua voce stentorea, però aveva quattro figli: il primogenito Giacomo, era un po’ più alto della madre, capelli bruni a spazzola, andatura dinoccolata e sguardo perso nel vuoto. Pur essendo assente alla vita, a volte davanti ai suoi occhi si paravano scene che evidentemente non poteva sopportare, infatti spesso se li copriva con una mano per non vederle.

Il secondo, Giovanni, aveva il fisico di un lottatore di sumo e lo stesso sguardo sveglio. Di mestiere faceva il pescatore di esche vive: estate e inverno, di prima mattina scendeva sulla spiaggia inguantato in una muta nera da cui sembrava sul punto di esplodere, e munito di maschera e respiratore perlustrava da cima a fondo il mare della Litoranea, alla ricerca dei vermi di cui i pesci sono ghiottissimi. Giovanni non proferiva mai verbo,  limitandosi a grugnire versi  gutturali ed incomprensibili, ma solo quando era interrogato.

Pasquale, il più piccolo, era classificato dai servizi sociosanitari come “Grande Obeso” e per questa sua qualifica percepiva una pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento, ragion per cui il resto della famiglia provvedeva a nutrirlo con abbondanza, essendo egli la loro principale fonte di reddito. La sua attività preminente era l’osservazione di un quadro raffigurante la grotta della Natività, appeso al muro davanti alla sua sedia attrezzata e rinforzata.

Il quarto figlio, Filippo, era il genio della famiglia: era in grado di guidare un acciaccato ciclomotore strascicando i due piedi sull’asfalto per tenersi in equilibrio, ed in cotal guisa scorazzava per le vie cittadine, accumulando multe che mai nessuno avrebbe pagato. Il suo personalissimo stile di guida,  a lungo andare provocò al giovane centauro una piccola ferita al piede destro, a causa della quale dovette essere ricoverato per qualche giorno.

Tanto strepitò e tanto si agitò la signora Mariuccia, che i sanitari le permisero di portar via il ragazzo dal nosocomio,  non senza essersi fatta firmare una liberatoria di responsabilità. Mariuccia aveva una teoria tutta sua riguardo le malattie: guariscono da sole, ragion per cui  buttati gli antibiotici, i disinfettanti e le garze, Filippo venne curato con passeggiate sulla spiaggia del lungomare cittadino. La terapia fu talmente efficace che, quando la cancrena risalì fino al polpaccio, a Filippo venne amputato l’arto fin sotto al ginocchio, e gli toccò così anche una sostanziosa pensione per invalidità, oltre ad una bella gamba di silicone rinforzato, con tanto di scarpa amovibile.

Gli altri componenti della famiglia erano Bianchino e Marioncino (avrebbe dovuto essere “Marroncino” per via del colore del suo mantello, ma il nome era stato modificato a causa delle abitudini alimentari del cucciolo),  due bulldog inglesi ultraobesi, sempre pronti ad azzuffarsi per chi avesse il diritto  di fare per primo le feste a chiunque entrava in casa.

La signora Mariuccia, pur avendo da sempre in uggia la professione medica, faceva eccezione per il veterinario di  Bianchino e Marioncino. Il dottor Gardenia, si prestava quasi sempre con pazienza ad ascoltare le sue filippiche contro il governo e tutte le principali istituzioni che complottavano contro la sua esistenza, e anche a curare amorevolmente i due botoli.

Nel giorno in cui si festeggia San Pio da Pietrelcina, faceva ancora piuttosto caldo, e il dottor Gardenia si stava godendo la meritata mezz’ora di pennichella dopo pranzo, mentre la fedele domestica Filofteia rassettava la cucina.

Il trillo del telefono sul comodino della camera da letto risvegliò all’improvviso il sonnolento veterinario.

«Dòttore! C’è al telefono uno che dice che si chiama Lucio, ma non capisco cosa dice!»

«Va bene Filofteia, passami ‘sto Lucio. Mai che si possa riposare un minuto.»

«Carabinieri di San Leucio, sono il comandante, parlo con il dottor Gardenia?»

«Sono io.»

«Dottore, dovrebbe portarsi al più presto alla nostra stazione. Per cortesia provveda urgentemente, l’appuntato le darà l’indirizzo e tutte le indicazioni. A presto.»

L’appuntato era se possibile ancora più laconico del suo ufficiale, e il dottor Gardenia si preoccupò non poco. Lui aveva il vizio di guidare spesso distrattamente e sovrappensiero, per cui poteva essergli sfuggito un limite di velocità o uno stop, ma non era mai stato convocato dai Carabinieri.

Si mise subito in macchina, e rispettando puntigliosamente i limiti di velocità  giunse infine di fronte alla caserma dell’Arma, dove sopra un carro attrezzi, troneggiava un’auto  verdognola, con il frontale accartocciato.

Suonò al campanello e venne accolto dall’ermetico telefonista, il quale senza una parola, ma squadrandolo con sospetto da capo a piedi, lo fece  entrare in un ufficio dove venne assalito di due grufolanti e ansimanti bulldog, che gli decorarono i pantaloni e le scarpe con un arabesco di densa bava bianca.

Seduti intorno ad una scrivania lo guardavano i cinque componenti della famiglia Esposito, che gli lanciarono vaghe forme di saluto con voce bassa e sguardi contriti. Sguardo severo aveva invece il maresciallo, che lo accolse con una rapida stretta di mano e due secche domande.

«Lei è il Dottor Gardenia? Mi favorisce un documento?»

Sempre più intimorito, il giovane veterinario prese a frugare nel portafogli  con mani tremanti, spargendo per l’ufficio biglietti da visita, carte di credito, e banconote, il tutto prontamente ricoperto di bava dai due botoli, poi finalmente recuperò uno spiegazzato documento.

«Allora, appuntato, verbalizzi: si presenta presso questo comando il dottor Gardenia, nato a Padova, residente a Portici, di professione  medico veterinario.»

Il maresciallo a quel punto arrossì violentemente e si alzò in piedi.

«Veterinario? Mi vuole prendere in giro?»

«Mai mi permetterei. Mi sono laureato nell’ottantadue.»

Mentre la famiglia Esposito rumoreggiava, e Marioncino  spetazzava allegramente per tutto il comando, nello sguardo del maresciallo che lanciava saette verso gli imputati, il silenzioso appuntato, e lo spaventato professionista, cominciò a balenare una flebile luce di comprensione, mentre un largo sorriso  ne occupava il volto man mano sempre più ilare.

«Signora Esposito mi dica, quando le ho chiesto se voleva chiamare un avvocato, lei mi ha risposto che non ne conosce nessuno, così siamo passati a un’altra persona che poteva garantire per lei e i suoi figli, tipo un medico di fiducia, e lei mi ha dato il numero del dottor Gardenia, intendeva proprio indicare il qui presente medico veterinario?»

La signora Mariuccia, occhi bassi, per una volta nella sua vita sembrava senza parole.

«Dottore, lei sa per quale motivo è stato convocato con tanta urgenza in questa caserma?»

Il dottor Gardenia scosse la testa, spaventato non poco.

«No? Ora glielo dico io

Altro sguardo di fuoco del maresciallo, ma con un’ombra di disperazione negli occhi castani.

«La famiglia Esposito qui presente spero ancora per poco, ha fatto a mettere a verbale quanto segue. Legga pure, appuntato.»

Il sottufficiale non era esente da umorismo, e lo dimostrò leggendo a voce alta e sguardo divertito, i fogli che aveva davanti.

«La sottoscritta Esposito Mariuccia nata e residente eccetera eccetera, dichiara che il giorno 22 settembre del corrente anno, siamo partiti dalla nostra abitazione sita in Via Litoranea a bordo della Fiat Punto targata Napoli eccetera, veicolo privo di copertura assicurativa. Dichiariamo di non essere a conoscenza dell’obbligo di assicurazione per circolare in auto, e di esserne quindi sprovvisti. Alla guida del veicolo, attrezzato con comandi per diversamente abili, si poneva il signor Esposito Filippo, il quale dichiara di non sapere che esiste l’obbligo di conseguire patente di guida per condurre un veicolo, e di esserne quindi sprovvisto.»

Con il linguaggio burocratico tipico dei verbali,  veniva sciorinata una storia incredibile.

I cinque personaggi e i due cani erano partiti alle nove di mattina del giorno prima, appena dopo colazione, diretti verso il santuario di San Giovanni Rotondo con  l’intento chiedere la grazia a Padre Pio, per Bianchino, il quale dopo un paio di giorni avrebbe dovuto subire un intervento di lifting alla palpebra destra. Avrebbero approfittato delle lunghe ore di luce per andare e ritornare a casa prima di sera.

«Il mio cane deve fare un’operazione banale

Intervenne improvvisamente Filippo.

«Lo ha detto lui!»

Indicando il dottor Gardenia con l’indice accusatorio.

«Per questo andavamo a chiedere la grazia a Padre Pio: Don Mimì, il nostro vicino di casa ha detto che banale vuol dire che il cane potrebbe morire!»

L’appuntato si schiarì la voce e continuò la lettura del verbale.

I volonterosi vicini, privi di atlante come peraltro di vocabolario, avevano ipotizzato un viaggio di un paio d’ore per raggiungere la meta, ma non avevano calcolato l’inettitudine di Filippo nella guida, né la giocosa cattiveria dei molti passanti ai quali di volta in volta veniva chieste indicazioni, che si divertivano nel dare agli aspiranti pellegrini, informazioni fantasiose e comunque sbagliate.

Fu così, che giunti alle otto di sera, la scarsa luce dei fari del vecchio veicolo, illuminava fiocamente la strada che portava alle colline sopra la Reggia di Caserta. Al primo tornante impegnativo, l’auto proseguì dritta la sua corsa, sfondando il muretto e proseguendo giù per il dolce crinale. Tra urla di disperazione e uggiolii di terrore, l’utilitaria abbatté arbusti e steccati, e andò a fermarsi contro una grossa quercia.

Dopo qualche minuto, la famiglia peraltro illesa, scese da quanto rimaneva del veicolo e cominciò a chiamare aiuto, ma nel buio incipiente si vedevano solo i fari dei veicoli che procedevano rapidi sulla strada e proseguivano svanendo nelle tenebre senza udire i lamenti dei cinque. Resisi conto che nessuno si sarebbe fermato, il piccolo Pasquale esternò l’idea che nella sua mente rimuginava già da un quarto d’ora dopo la partenza da casa: avrebbero potuto mangiare la merenda che giudiziosamente la signora Mariuccia aveva preparato in vista del viaggio.

La signora Mariuccia era una fondamentalista della Marenna (la merenda).

La Marenna, in larghi strati della popolazione partenopea, non si configura in un piccolo spuntino o un leggero pasto per spezzare l’appetito tra il pranzo e la cena, ma è un vero e proprio rito, con i suoi templi, liturgie e sacerdotesse.

I templi della Marenna sono i corridoi delle scuole, gli autobus delle gite scolastiche, gli stadi di calcio, e i cortili dietro le case in costruzione: è lì che i muratori consumano la versione napoletana del sandwich.

La liturgia si estrinseca nell’arte che le mamme partenopee, vestali della colazione al sacco, utilizzano per inserire tutto il loro amore dentro un pezzo di pane. Non un pane qualsiasi, ma ‘o Palatone, il classico filone oblungo da un chilo e mezzo, che svuotato della mollica, serve a contenere ‘e purpette, ottenute amalgamando la mollica medesima con latte, uova, formaggio, carne, prezzemolo, pinoli ed uvetta, il tutto prima fritto  poi cotto in abbondante sugo di pomodoro e basilico.

La liturgia continua con la rifinitura del manufatto mediante abbondanti dosi di melanzane sott’olio, e la confezione ermetica del tutto con carta oleata, sostituita nei tempi moderni con pellicola trasparente, poi avvolta in fogli assorbenti contro l’eccesso di sugosità, e quindi in carta argentata per evitare l’apertura accidentale del pesante ammenicolo.

Le vestali del Palatone sono le mamme, le nonne, le zie e le sorelle del guaglione (il maschio di casa viene detto ‘o guaglione, il ragazzo, anche se è andato in pensione da sei anni), le quali hanno la missione di accertarsi che il pasto d’asporto contenga calorie sufficienti a sostenere il piccolo per almeno una settimana.

Gli Esposito si accomodarono faticosamente nel rottame della Punto, saldamente ancorato alla quercia, e si consolarono dai loro guai aiutandosi con un litro di Piedirosso prudentemente caricato nel bagagliaio prima del viaggio. Dopo, vuoi per il vino, per l’abbondante merenda, o per le emozioni della giornata, la stanchezza prese il sopravvento sulla paura, e tutti si addormentarono in macchina.

L’alba successiva venne annunciata dallo scoppiettio di un trattore che arrancava lentamente verso San Leucio, e grande fu la meraviglia del campagnolo nel vedere quei cinque individui che urlavano dal fondo del burrone chiedendo aiuto. Con antica saggezza contadina, l’uomo proseguì per la sua strada, abbandonando gli sventurati alla loro sorte, e si fermò solo davanti alla stazione dei carabinieri.

«Ed eccoci qui.»

Sbottò il maresciallo con l’espressione del gatto dopo che ha mangiato il topo, poi prendendo il dottor Gardenia sotto braccio, lo trascinò nell’altra stanza.

«Dottore, qui c’è stato un equivoco: i signori di là non hanno saputo segnalare un avvocato di loro fiducia, allora ho pensato di convocare il medico curante, per stabilire perlomeno se questi sono tutti pazzi e vanno fermati in qualche modo, o se è possibile rilasciarli a piede libero, e loro mi hanno dato il suo numero di telefono

«Maresciallo non deve scusarsi: è una storia lunga, gli Esposito hanno grossi problemi verso i medici umani, ma non sono cattivi! Se posso, garantisco io.»

Tornati che furono nella sala denunce, il comandante comunicò alla capofamiglia la decisione di rilasciarli tutti: naturalmente l’auto rimaneva sequestrata, e avrebbero dovuto trovare un mezzo di trasporto alternativo.

La signora Mariuccia attirò lo sguardo del dottor Gardenia e gli mostrò la mano destra, il cui pollice e indice ornati di grossi anelli d’oro, si sfregavano rapidamente tra di loro. Ci vollero due viaggi, ma entro la tarda sera tutta la famiglia Esposito era rientrata alla base.

il giorno seguente, Bianchino venne operato e rimandato a casa.

Padre Pio, e forse anche San Leucio, nella loro infinita  benevolenza, erano interceduti.

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.

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