La biografia: Caravaggio

di Michele Di Iorio

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio dal nome del paese bergamasco di cui erano originari i suoi genitori, fu un grande pittore del Seicento.

Il Caravaggio vide la luce a Milano il 29 settembre 1571. Battezzato il giorno dopo nella chiesa milanese di Santo Stefano in Brolo, era figlio dell’architetto Fermo e di Lucia Aratori, entrambi al servizio di Francesco I Sforza, marchese di Caravaggio e conte di Galliate. Al momento della nascita di Michelangelo i Merisi erano a Milano perché Fermo era stato chiamato per lavorare come architetto al Duomo.

A causa della epidemia di peste nel 1577 la famiglia si rifugiò a Caravaggio dal 1577, dove Fermo fu Maestro di casa del marchese Sforza loro amico e protettore. Il piccolo Michelangelo nell’ aprile del 1584 venne mandato a fare l’apprendista pittore alla bottega milanese di Simone Peterzano, allievo del Tiziano.

Nel 1591, quando morì la madre divise l’eredità con i fratelli e partì per Venezia con il Maestro Peterzano. Vi rimase fino al 1596, poi andò alla volta di Roma per lavorare in bottega del pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier Arpino. Passò poi dal pittore Prospero Orsi, che nel 1597 lo introdusse nella corte cardinalizia di Francesco Maria del Monte, che lo prese in casa sua.

Fino al 1599 il Caravaggio realizzò per le chiese romane i suoi primi capolavori. Era inoltre protetto dal ricco banchiere Giustiniani di Genova, al servizio del papa, che abitava nel palazzo di famiglia con suo fratello cardinal Benedetto. In questo periodo lavorò ad importanti opere nelle chiese di San Luigi e di Santa Maria del Popolo su consegna di monsignor Tiberio Cerusi.

A Michelangelo Merisi nell’aprile del 1600 venne commissionato il famoso quadro della Nativita con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, tramite il commerciante romano Fabio Nutti per un convento francescano di Palermo.

In quel periodo il Caravaggio viveva a Palazzo Madama, quando il 29 novembre picchiò il nobile Girolamo Stampa, amico del suo ospite cardinale del Monte: venne arrestato e rinchiuso per un mese nelle carceri.

Da questo punto iniziò la storia maledetta di Michelangelo Merisi: venne arrestato più volte per schiamazzi e risse tra giovinastri nelle osterie di Trastevere che usava frequentare, ma anche per altri reati. Nel 1605 per difendere l’onore della sua amante e modella Lena ferì gravemente il notaio Pasqualone. Venne aiutato dal banchiere Giustiniani che lo fece imbarcare nottetempo su di una nave dei Cavalieri di Malta diretti al porto di Genova. Gli pagò poi la penale dei vari procedimenti giudiziari a suo carico, permettendogli così di tornare a Roma.

Ma il lupo perde il pelo ma non il vizio: in un’osteria di Campo Marzio la sera del 28 maggio del 1606, durante una partita di pallacorda ebbe un litigio e uccise con il suo pugnale Ranuccio Tomassoni da Terni, suo creditore, legato al partito romano filospagnolo e rivale in amore: si contendevano la nuova amante di Caravaggio, Fillide Melandroni. Il Merisi riuscì a fuggire, ma venne condannato in contumacia alla decapitazione.

Protetto dall’ambasciatore francese e dai principi Colonna, riparò nei loro feudi, prima a Marino, poi a Palestrina, a Zagarolo e a Paliano. Poi fu mandato a Napoli, dove visse, per un anno ai Quartieri Spagnoli.

Nel primo soggiorno napoletano dipinse varie opere, tra cui la seconda tela raffigurante Giuditta che decapita Oloferne.

Verso la fine del 1607, presentato dai principi Carafa Colonna di Napoli, fece domanda di ammissione ai Cavalieri di Malta per approfittare dell’immunità che questi godevano nei confini dello stato pontificio. Si recò quindi a La Valletta, capitale dell’isola, dove dipinse per la cattedrale La decollazione di San Giovanni Battista.

Dopo un anno di noviziato il Gran Maestro Alois de Wignacourt lo innalzò a Cavaliere di Grazia. Sennonché poco dopo ebbe un litigio con un cavaliere di rango superiore che aveva fatto presente i processi giudiziari e le risse in cui era stato coinvolto. Venne dunque rinchiuso in prigione a Sant’Angelo di Malta. Riuscì ad evadere e s’imbarcò su un mercantile dei Carafa Colonna con il quale raggiunse Siracusa. Naturalmente venne espulso dai Cavalieri di Malta.

Dopo il periodo siciliano rientrò a Napoli e dimorò a Palazzo Cellamare. Nell’ottobre 1610 Caravaggio mentre mangiava all’antica locanda del Cerriglio in vico Sedile di Porto venne affrontato da 4 uomini armati con fare minaccioso. Il pittore fuggì per i vicoli maleodoranti del porto.  Inseguito e raggiunto fu atterrato a pugni e a calci e sfregiato al volto. I misteriosi aggressori sparirono di corsa per evitare la ronda di polizia chiamata dal taverniere. Caravaggio  si nascose nei vicoli della zona aiutato dai popolani. Appena possibile rientrò a Palazzo Cellamare dove i Carafa Colonna lo fecero curare. Si pensò ad una vendetta dei Cavalieri di Malta, ma la gendarmeria era propensa a credere che l’aggressione fosse avvenuta per mano dei parenti di Ranuccio Tomassoni.

Avuta notizia che il papa voleva emanare un bando di amnistia per la pena capitale inflittagli, il Caravaggio si recò nel feudo laziale dei principi Orsini di Nola, a Palo di Ladispoli, dove s’imbarcò su una feluca per raggiungere la Toscana e quindi Roma.

Approdata a Porto d’Ercole, la feluca ripartì per Napoli. Per errore vennero non vennero però sbarcati i bagagli del pittore, nei quali era conservata la somma di denaro necessaria per ingraziarsi il cardinale Scipione Borghese che doveva intercedere per il condono papale.

Disperato e senza denaro, Caravaggio noleggiò un cavallo, ma gravato da febbre alta cadde e fu portato in trattoria vicina. Qui venne curato dalla confraternita di San Sebastiano. In preda alle allucinazioni vedeva Cavalieri di Malta venuti ad ucciderlo. Il medico diagnosticò una forma di infezione intestinale. Morì il 18 luglio 1610 e inumato nell’ossario comune. Secondo alcuni fu invece avvelenato da sicari.

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