La Biografia: Fra’ Diavolo – Seconda e ultima parte

di Michele Di Iorio

Stabilitosi quindi ad Itri con la moglie e due figlioletti nel 1806, coi fratelli mise in piedi una banda di 500 uomini. Protetto dagli inglesi che stazionavano a Procida, gli giunse un rinforzo di ex galeotti dalla Sicilia, più due cannoni e una barca. In tutto, poteva contare su 2000 guerriglieri. Il 24 febbraio andò a Gaeta per mettersi a disposizione del comandante borbonico, il principe Luigi di AssiaPhilippsthal.

Dalla fortezza di Gaeta fece numerose vittoriose sortite contro i francesi, in marzo, aprile e maggio. Il contrammiraglio inglese Sir William Sidney Smith con la sua fregata a metà giugno lo portò a Palermo, dove incontrò il re Ferdinando, che gli donò la bandiera borbonica cucita dalla regina, due pistole e qualche ducato.

Poi con 600 soldati siciliani e 350 galeotti del  brigante Panedigrano sbaragliò la piccola guarnigione polacca di Amaltea e il 30 giugno sbarcò sulla spiaggia calabrese di Sant’Eufemia, dove scacciò i nemici con il supporto di 200 contadini del luogo. Da allora in poi passò di vittoria in vittoria, suscitando la rivolta antifrancese e liberando Scilla, Crotone, Nicastro, Reggio Calabria, Monteleone, Cosenza. Infine sconfisse in campo aperto i francesi a Maida e a Cassano.

Dopo la resa di Gaeta gli inglesi portarono i soldati siciliani a Ponza e le proprie truppe a Capri. Intanto Fra’ Diavolo con un dispaccio del re venne insignito della Gran Croce di San Ferdinando, promosso generale di brigata e nominato duca di Cassano.

Il 2 settembre Michele Pezza entrò trionfalmente in Itri, dove i suoi fratelli avevano radunato 500 uomini in armi e i superstiti della banda del brigante Mammone. Con loro si spostò a Sora, unendosi con altri combattenti armati alla meno peggio. In tutto erano 3mila guerriglieri.

Con l’arrivo delle truppe francesi filoborboniche del colonnello Hugo il 26 settembre, ripresero le stragi e i saccheggi della soldataglia transalpina. Fra’ Diavolo riuscì a fuggire con 1500 uomini rifugiandosi nel beneventano e nella zona di Isernia, combattendo o evitando scontri diretti. Il suo scopo era di raggiungere la costa dove il contrammiraglio Smith lo attendeva. Lanci di razzi segnalarono il punto d’incontro dove erano le scialuppe pronte per l’imbarco.

Dopo vari spostamenti, dove in diverse scaramucce perdeva progressivamente uomini,  giunse sulla spiaggia di Cava de’ Tirreni, passò l’ultima rivista militaresca e si divise dai suoi soldati: ognuno per la sua strada. Fea’ Diavolo proseguì con un amico fidato verso Vietri. I francesi però gli stavano addosso, e quindi scappò da solo verso Montecorvino Rovella, dove in uno scontro fu ferito al petto dai nemici. Anche due pastori del posto cercaronono di catturarlo per riscuotere la taglia di 17mila ducati.

Con tattica da guerriglia, non si fermava mai molto nello stesso posto, Ottimo camminatore, molto agile e snello, Fra’ Diavolo il 29 ottobre giunse vicino a Contursi, dove chiese asilo in una capanna di un pastore.

Il 31 ottobre venne aggredito e picchiato a sangue, derubato dei vestiti e delle armi da tre banditi lucani che ignoravano chi fosse. Soccorso da una contadina, Porzia di Baronissi, venditrice di mozzarelle e prostituta occasionale, venne rifocillato e, appena si fu rimesso abbastanza in forze, accompagnato alla farmacia di Baronissi, dove venne curato. Il farmacista, capitano della Guardia civica, insospettitosi mandò una serva al Comando. L’1 novembre venne così arrestato e scortato a Salerno, ove il giorno dopo il capo squadrone francese Farine sta per rilascialo, non conoscendolo e credendo alla sua storia: affermava di esser un mulattiere di olio proveniente da Cosenza e diretto a  Napoli rapinato da banditi. Purtroppo un soldato, un certo Pavese, lo riconobbe e lo denunziò. Venne dunque tradotto in catene a Napoli e rinchiuso a Castel Capuano.

La gendarmeria francese di Gaeta durante una perquisizione la sua casa a Itri trovò la bandiera borbonica, le lettere degli inglesi, il brevetto di colonnello e poi di generale di brigata e la nomina a duca di Cassano. Il colonnello Hugo chiese per lui la grazia al re in quanto militare regolare, guerrigliero e non brigante.

Il ministro Saliceti offrì di dare a Fra’ Diavolo salva la vita e la libertà in cambio del passaggio nelle truppe francesi alleate del re. Al suo netto rifiuto si riunì il tribunale militare speciale: non ci sarebbe stato appello alla sentenza.

Una gran folla parteggiava per Michele Pezza: nonostante la difesa appassionata dell’avvocato, nonostante la richiesta di rilascio in cambio di numerosi prigionieri del contrammiraglio Smith. che da una fregata con bandiera bianca parlamentare inviò un emissario, Giuseppe Bonaparte non s’impietosì.

Il processo iniziò alle 10 del 10 novembre 1806. Fra’ Diavolo non rispose a nessuna domanda. Condannato alla pena capitale, vestito della divisa di generale, venne portato in giro tra il popolo silenzioso su una carretta per condannati. Sotto il palco di piazza Mercato fu svestito: rimase in brache e camicia con il brevetto di duca  di Cassano al collo. Alle 10, un carnefice poco esperto non riuscì ad eseguire la procedura di impiccagione.  Irato, non trovò di meglio che prenderlo a schiaffi e calci. Tentò più volte di impiccarlo, straziandolo. Infine  lo strangolò e lo appese cadavere al patibolo, lasciandolo esposto per 24 ore.

Rifiutata la proposta inglese di ottenere la salma per rendergli gli onori militari, il corpo fu seppellito in tutta fretta nella fossa comune della Chiesa degli Incurabili, con un cartellino al collo. Si perse notizia della sepoltura fino al 1836, quando le spoglie di Fra’ Diavolo vennero traslate nella fossa comune al cimitero delle Fontanelle alla Sanità.

Quando la famiglia reale apprese dell’impiccagione di Pezza, concesse il funerale solenne nella Cattedrale di Palermo celebrato dall’arcivescovo e alla presenza del principe reale don Leopoldo Borbone conte di Siracusa, con la guardia schierata in alta uniforme, salve di fucileria e di cannone, tamburi velati.

Il titolo ducale di Cassano si estinse per la prematura morte dei due figlioli di Pezza, ma un nipote fu nominato sindaco di Itri, mentre un altro venne accolto alla scuola militare della Nunziatella.

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