La recensione, Alien Covenant

di Francesco “Ciccio” Capozzi

Sull’astronave Covenant ci sono 2000 civili e l’equipaggio in sonno criogenico. Una strana tempesta sveglia l’equipaggio: hanno una sorta di richiamo da un Pianeta simil-Terra, che non è quello cui sono destinati. Decidono di fermarsi.

L’inglese Ridley Scott, il regista e produttore di questo film (USA ‘17), nel ‘79, dopo che nel ‘77 aveva diretto l’interessante I Duellanti, se ne uscì con Alien.

E che fu?!? Un delirio di film! Un capolavoro che rimase impresso nella fantasia e nell’immaginario universale. Fu un film sconvolgente. Anche se tutti eravamo orribilmente attratti dall’invincibile crudeltà e potenza (nonché dalla sua spaventosa bellezza) delle forme dell’Alien, un astuto xenomorfo parassitoide in grado di sopravvivere in qualunque condizione.

Dall’incessante e spasmodica lotta contro di lui, il film si arricchiva di numerosi spunti e di diversi piani di riflessione. Però tutti convergenti sullo sviluppo dell’azione: non lo rallentavano, anzi, ne davano una valenza più intensa, corposa e complessa.

Il mostro fu opera dello scultore svizzero Hans Rudi Giger, che vinse l’Oscar. Le sue forme erano compatte e originali, e dinamicamente funzionali alla drammaturgia cinematografica adottata dal film, in un crescendo di velocissima, inarrestabile violenza claustrofobica.

Trovava di fronte a sé la combattiva, indimenticabile, affascinante e femminile pur nella sua androgina tostaggine, Sigourney Weaver. Due interrogativi colpirono più di tutti. Il primo riguardante la natura del viaggio, e quindi dell’alieno stesso: si alludeva al fatto che la Società di Navigazione proprietaria del cargo Nostromo, una grossa finanziaria con interessi nell’industria bellica, avesse volutamente e cinicamente diretto la nave verso quei mostri per testarli, a spese dell’equipaggio.

L’altro riguardava l’umanoide Ash, interpretato dall’inglese, attore shakespeariano, e bravissimo Ian Holm, di fatto un computer parlante: il suo ruolo era stato sviluppato in una modalità del tutto ambigua, perché pur a servizio dei naviganti e con loro benevolmente collaborativo, segretamente obbediva ai suoi programmatori, cioè la Compagnia, avendo comunque, se così si può dire, simpatia per Ripley, il personaggio della combattiva e combattente Weaver.

I sequel che ebbe il primo film furono tutti creati sull’onda del coté visionario dell’Alien in quanto tale: dell’86 di James Cameron (Aliens), del ‘93 di David Fincher (Alien 3, a mio avviso il più compatto e originale), del ‘97 di Jean Pierre Jeunet (Alien-La clonazione): tutti non diretti da Scott, ma sempre con la necessaria Ripley/Weaver.

Vi furono anche due cross-over: che intrecciavano personaggi di due cicli diversi, ovvero Alien vs Predator. Vi fu inoltre un Alien 2 sulla Terra, ma, sotto falso nome (Sam Cromwell), era del nostro geniale e irredimibile Ciro Ippolito, realizzato a tambur battente nello stesso ‘79.

Scott ha già diretto Prometheus (‘12), che si pone come un prequel, propriamente rispetto al suo del ‘79: e questo è il senso e la ragione della nota storica sul film. Cioè: ma chi è e da dove proviene questo Alien? È nato così o l’hanno programmato?

L’inizio della risposta che si dà nel film del ‘13 è molto filosofica e adombra una visione addirittura prebiblica della stessa umanità, tale da scardinare i nostri modi di concepirla. In Alien Covenant, invece, mette in luce, e approfondisce, un altro fondamentale personaggio dell’intera saga: l’umanoide, il computer dalle fattezze umane che ne accompagna tutti i viaggi. Non a caso nei titoli di testa sono accreditati anche gli sceneggiatori, O’Bannon e Shusett, del film del ‘79. Mentre quelli “operativi” sono John Logan, sperimentato e bravo ( l’innovativo cartone Rango, ‘11) e Dante Harper, che viene però dalla produzione esecutiva e dal montaggio. È lo stesso regista ad aver messo in evidenza in sue numerose dichiarazioni i nuclei tematici.

È decisamente l’umanoide il protagonista. Addirittura, è così importante e pervasivo il suo protagonismo che ce ne sono ben due. Ambo interpretati in modi esemplari e con sottili, profonde e inquietanti differenze da uno stesso dotato attore: Michael Fassbender. Il primo che appare sullo schermo è David: ma è in realtà è il “più vecchio”, presente in Prometheus, nonché in uno short movie (corto) di raccordo tra il film del ‘13 e l’attuale. È un androide che conosce, ama, apprezza e si emoziona davanti all’arte pittorica, la letteratura, la musica. Si avvia lungo i percorsi di una contraddittoria umanizzazione: più simile ad un personaggio di Blade Runner. Invece Walter, presente sulla Covenant, è più asimoviano, rassicurante e meno ambiguo.

La polarizzazione psicologica, nonché ideologico-culturale, che diventa ben presto conflitto tra i due, rende il film originale. Sono scontri di concezioni di ciò che è umano e di ciò che è post-umano, resi con differenziazioni solamente comportamentali, senza alcun plateale trucco o effetto speciale.

Sono rappresentate in chiave riuscitamente attoriali, solo con minimi ma impressionanti scarti gestuali, scontri tra diverse evoluzioni di concezioni e problematiche sulle Intelligenze Artificiali, che oggi cominciamo a porci con maggiori, più attente e motivate e … diciamolo … un po’ allarmate sensibilizzazioni.

Perché ciò, che era pura fantascienza negli anni di Alien e soprattutto di Blade Runner (‘82), sta divenendo oggi realtà: anzi post-realtà, come dice lo storico e saggista israeliano Yuval Noah Harari. Su questo nucleo si fonda prima l’incontro con lo strano e misterioso pianeta, avvolto in un’atmosfera rarefatta, minacciosa e, pur se verde, del tutto silenziosa, e poi lo scontro tra il mostro, l’equipaggio, e l’intelligente, sensibile ma per niente arrendevole eroina di turno, la “weaveriana” Katherine Waterston. Che è inglese, proveniente da serie tv e teatro.

Alien Covenant non è solo, ma anche, un’angosciante, riuscita, spasmodica lotta per la sopravvivenza, come nel film archetipo, ma qualcosa di più profondo e tematico. Perché, come accennavo sopra, sono posti interrogativi piuttosto rilevanti. Che però, anche qui, sono calati nel cuore stesso dell’azione cui fanno da scenario “attivo” le architetture create dal visionario production designer (scenografo) Chris Seagers.

Sono, da una parte, in continuità con quelle mostruose e fuori dal tempo del film del ‘79 di Michael Seymour, e dall’altra alimentano la dimensione onirica e la natura filosofica dello scontro in atto: sia tra i due androidi, che tra l’alieno e i nostri. Dando pure a quest’ultimo un senso e una prospettiva nuove, nonché l’imput per la necessaria continuazione.

Concludendo: Ridley Scott è tornato ad essere ‘o Masto (il Maestro).

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