La Recensione, Brutti e cattivi

di Francesco “Ciccio” Capozzi

Roma, periferia: un gruppo di variamente disabili architetta una rapina in banca di una cassetta di sicurezza della mafia cinese. Ma prima delle Triadi, è l’avidità a creare conflitti e divisioni.

Il regista di questo impagabile film (ITA-FRAN, ‘17), Cosimo Gomez, viene dalla scenografia: in questo settore professionale è attivo fin dagli anni ’90. Ha lavorato pure in Il Postino di Massimo Troisi e con Giuseppe Tornatore.

Il soggetto di Brutti e cattivi era del 2012, vincitore del Premio Solinas, mentre la sceneggiatura Gomez l’ha scritta con Luca Infascelli. E la sua gestazione è stata lunga e complicata: parte del merito della sua realizzazione si deve all’attore Marco D’Amore, la star di Gomorra. Serie tv, che ci aveva creduto fin dall’inizio, e a Luca Barbareschi, qui in veste di produttore. Ma il tutto ha preso velocità quando l’attore protagonista Claudio Santamaria, che era della partita, è stato definitivamente lanciato da Lo chiamavano Jeeg Robot.

Una volta realizzato, Brutti e cattivi ha avuto le porte aperte a Venezia ‘17, dove è stato presentato nella Sezione Orizzonti. È una commedia nera che ribalta con antibuonismo barricadero, torrenziale, allegro e ipercolorato, tutti gli stereotipi sui portatori di handicap. Non solo non hanno nulla della vittima, ma sono fortemente concentrati sulla vita e sulle passioni.

Sono criminali: ma fieri e orgogliosi di esserlo in quelle condizioni. Anzi la più tosta e cattiva, vera Dark Lady dei noir anni ‘40, è la bellissima Ballerina, ma senza braccia: che utilizza spudoratamente il suo corpo e la sua condizione per cercare di infinocchiare i tutti nemici, tra cui i mafiosi cinesi. L’enfasi che mette nel suo difendersi è chiaramente grottesca. Sara Serraiocco, ormai attrice lanciata, di talento e didecisa presenza, ne dà una versione pop-erotica assai divertente. Indossa mises sempre spiazzanti e vivaci, che mettono in mostra il suo fascino, senza nascondere l’handicap.

Marco D’Amore attraversa il suo personaggio di fattone rasta, con esistenziale instabilità, sempre in mutevole bilico: ma provvisto di una sua identità. E ci ricorda che, anche col successo da star in Gomorra, è un eccellente attore.

Ma pure i comprimari sono di rilievo: il loro disegno è curato e non sono presenze di riempitivo. Come il nano scassinatore, l’attore Simoncino Martucci, ci viene dato in un siparietto di affettività familiare molto toccante: lui proprio ricorda i personaggi dello storico, bellissimo Freaks (‘32) di Tod Browning, cui il regista si è rispettosamente e affettuosamente ispirato.

O il falso prete Charles, l’attore Narcisse Mame, di maschia e fisica apparenza, che suborna Ballerina. Vive in simbiosi, come il falso prete di Indivisibili – lui nero, ma né buono né credente – con un’intera comunità di portatori di handicap, dei quali si fa carico e portavoce e con i quali si esibisce in una coreografia scatenata e spiritosissima che ricorda The Rocky Horror Picture Show (‘75). Tra l’altro a lui si deve la frase chiave che suona così: «Il problema non sono i diversi ma quelli che vogliono tutti eguali: in natura non esistono due foglie uguali»

E poi c’è il protagonista, Papero, interpretato da un Claudio Santamaria, cattivo, ironico e spregiudicato: dà un’immagine fortemente antieroica, se non laida (il suo modo di “pettinarsi” maniacalmente il riportino è da antologia), di uno senza gambe, diventato cinico e violento, ma non privo di una sua umanità. Il cui percorso di trasformazione, mai zuccheroso, sempre, anche nel finale edificante ( a suo modo) con tracce di ironia e sfottò, si deve al fatto che subisce l’inganno: ma soprattutto è salvato dalla dolcissima prostituta nigeriana Perla.

L’attrice Aline Belibi ne dà un ritratto di spiritosa e ingenua umanità: vede Papero come inviato dalla Dea. Ma la sua prova non è sprovvista di una sua concentrata dignità e da un incedere fisico pieno e regale.

Il regista Cosimo Gomez, al suo primo lungometraggio, dirige questa un po’ allucinata sinfonia del politicamente scorretto, però sorretto da una visione morale di fondo, con eleganza e sicurezza, con un senso dinamico della comicità.

Molta parte positiva è nel taglio del montaggio, che è veloce, in grado di gestire rapidi passaggi di commento in parallelo o in flash back, curato da Mauro Bonanni, un professionista di lungo corso che ha lavorato con molti registi anche sperimentali.

La fotografia di Vittorio Omodeo Zorini è asciutta, fredda, talvolta spettrale, ma serve a esaltare quell’aridità estranea ed asincrona degli spazi urbani, in cui è immessa la storia.

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