Il medico risponde, violenza a scuola: qual è la soluzione?

di Carlo Alfaro

Dall’inizio dell’anno sono già diversi in Italia i casi clamorosi di violenza sui docenti da parte di alunni e genitori venuti alla ribalta della cronaca.

Il 10 gennaio, ad Avola (Siracusa), un professore di educazione fisica della scuola media, di 60 anni, reo di aver rimproverato con vigore un alunno dodicenne gettando un libro sul banco, è stato affrontato nel cortile della scuola dai genitori che, avvertiti telefonicamente in tempo reale dal figlio dell’accaduto, gli hanno provocato escoriazioni al volto e al torace e rottura di una costola, prendendolo a calci e pugni davanti a decine di studenti. Il pestaggio ha causato alla vittima un ricovero con una prognosi di dieci giorni: «Non torno più a scuola – ha dichiarato il docente – non ci sono più le condizioni. Sia io, sia il ragazzino, siamo vittime di un sistema sociale che non va più bene».

Il primo febbraio, a Santa Maria a Vico (Caserta), una professoressa di Italiano di 54 anni dell’Istituto tecnico commerciale è stata accoltellata e sfregiata al viso da un alunno di 17 anni. Lo studente, che aveva recato con sé a scuola un coltello a serramanico, si è scagliato contro la docente davanti ai compagni terrorizzati, colpendola al volto e ferendola alla guancia sinistra (prognosi 15 giorni). La furia è stata scatenata dalla “pretesa” della docente di interrogarlo per fargli recuperare una insufficienza. Pare che il ragazzo si sia sentito “offeso” dal fatto che la prof gli avesse messo una nota sul registro di classe per i suoi scarsi risultati scolastici.

Il 10 febbraio, il vicepreside di una scuola media di Foggia è stato invece preso a calci e pugni dal padre di un alunno undicenne della prima media, che il giorno prima aveva rimproverato perché, all’uscita di scuola, spingeva e rischiava di far cadere le compagne in fila davanti a lui, per cui l’aveva preso per il braccio e allontanato dalla fila. Pazzo di rabbia dopo aver ascoltato solo la versione del proprio figlio, che gli aveva raccontato di essere stato malmenato, il genitore, senza chiedere alcun colloquio o spiegazione, si è recato a scuola in orario di ingresso delle classi, e, eludendo con prepotenza e determinazione il freno dei bidelli, ha raggiunto il professore davanti all’aula, avventandosi su di lui di fronte agli studenti. Il docente, colpito violentemente al viso e all’addome, ha riportato traumi per una prognosi di 30 giorni.

Il 14 febbraio, i giornali hanno riportato notizia di una docente di una scuola in provincia di Piacenza, finita in ospedale con prognosi di 7 gg per essere stata colpita ripetutamente ad un braccio e al viso da uno studente di prima media, già noto come “bullo” (in passato aveva costruito un aggeggio per dare la scossa ai compagni e aveva fatto esplodere dei petardi nel doposcuola pomeridiano).

In un’altra scuola media piacentina, riportano le cronache, un’altra insegnante ha subito numerose angherie, tra cui il lancio di chewing-gum masticate tra i capelli.

Episodi del genere rappresentano segnali di un malessere profondo. I casi che vengono alla ribalta della cronaca, per denunce e intervento dei medici e delle forze dell’ordine, sono solo la punta dell’iceberg di una crisi educativa che è un’emergenza importante in tutti i Paesi sviluppati.

Il ruolo che l’insegnante di studenti adolescenti è chiamato a svolgere non è certamente semplice, ed è ancora più arduo in una società complessa come la nostra: compiere funzioni educative e formative con delle persone che stanno vivendo il conflitto fra dipendenza e autonomia, chiamati al compito evolutivo della conquista di un’identità e di un senso stabile del Sé. L’insegnante dovrebbe saper considerare lo studente come persona a tutto tondo, sia per le capacità scolastiche che negli aspetti relazionali e affettivi, cogliendone i punti di forza come i segni del disagio. Il centro del rapporto insegnante-studente è la relazione, che deve essere basata sull’ascolto e sull’osservazione.

Nella scuola delle competenze, che oggi sta superando la scuola dei contenuti, per gli insegnanti dovrebbe essere più possibile ricavarsi degli spazi per interagire con gli studenti, equilibrando ascolto e attenzione ai ragazzi con la responsabilità di dare risposte educative e didattiche. Ma per fare tutto questo, l’insegnante ha bisogno dell’appoggio e della fiducia della famiglia.

Genitori e insegnanti dovrebbero essere artefici di una congrua “alleanza educativa” a favore dell’adolescente, uniti in un patto di corresponsabilità nello sforzo comune di formare i ragazzi. I genitori di oggi sembrano invece più che altro gli avvocati del figlio, pronti a prendere sempre e comunque le difese del ragazzo, quando un professore si permette una valutazione che non rispecchia il suo presunto valore, ferendo il narcisismo imperante attorno al ragazzo.

La questione non è soltanto italiana: in Inghilterra la principale causa per la quale gli insegnanti lasciano la professione è lo stress del rapporto coi genitori dei ragazzi. In Francia un insegnante su due ha sottoscritto una polizza in caso di denuncia. La tensione con le famiglie sta sfiduciando la classe docente, come documenta una recente indagine della Fondazione Agnelli su 15mila insegnanti appena assunti, in cui emerge che la loro più grande ansia è come gestire la classe e la comunicazione con le famiglie.

Roberta Fanfarillo, rappresentante dei dirigenti scolastici della Flc-Cgil, lamenta al riguardo: «… oggi le famiglie sono sempre più protettive nei confronti dei figli e chiedono alle scuole di adattarsi alle esigenze degli alunni, mentre un tempo era l’alunno a doversi adattare alle regole delle scuole».

Fa eco Daniele Grassucci, di Skuola.net: «… basta leggere i Rav, i documenti di autovalutazione delle scuole, per comprendere il disagio sempre più diffuso di un rapporto con i genitori che, come denunciano gli istituti, delegittima la funzione istituzionale delle scuole e ostacola la crescita serena e consapevole dei ragazzi».

Di fatto, la scuola diventa sempre più il luogo dove le frustrazioni e le contraddizioni presenti nella società emergono in maniera drammatica. Alla scuola viene chiesto di sopperire a tutte le carenze di una società in crisi di identità, investendola di carichi e richieste che esulano dalla sua mission istituzionale di agenzia pedagogico-formativa. Di fronte a ragazzi cui la famiglia ha latitato nell’impartimento di valori, contenimento e regole, alla scuola compete un pronto soccorso educativo, ma osteggiato dai giovani stessi, non predisposti a riceverlo, e dai genitori che tendono pericolosamente a proteggerli, a prescindere dai loro errori, da qualunque frustrazione o emozione negativa, anziché fare tesoro dell’opportunità di un confronto e un dialogo sulla efficacia della propria modalità educativa.

Si assiste sempre più spesso a bambini e ragazzi educati come piccoli monarchi abituati a pretendere sempre tutto senza riconoscere le ragioni degli altri, e incapaci di resistere a qualunque dispiacere, rinuncia o negazione, per cui qualsiasi rifiuto, regola o contrarietà gli appare uno stress intollerabile o un abuso ai loro inalienabili diritti. Inoltre i giovani di oggi hanno imparato – anche dai media- ad utilizzare il linguaggio della violenza e della forza piuttosto che il dialogo e il confronto aperto e non combattivo.

Quale soluzione? Telecamere nelle aule, presidi di forze dell’ordine nelle scuole, come suggeriscono alcuni? Addirittura per Donald Trump, presidente degli Stati Uniti (dove si è arrivati ai casi di ragazzi che vanno a scuola con la pistola) bisogna armare gli insegnanti e addestrarli all’uso delle armi: costerebbe meno che impiegare le guardie nelle scuole. Uno scenario che a dir poco ci fa inorridire. Speriamo che ci sia un’altra strada.

Mario Sellini, segretario generale del sindacato degli psicologi italiani (Aupi) e presidente della società scientifica Form- Aupi, a proposito degli ultimi fatti di cronaca, ha dichiarato che è urgente ripartire dalle linee guida del luglio 2017 elaborate al Miur sotto l’imput del sottosegretario del Ministero dell’Istruzione Vito De Filippo, che puntano sulla prevenzione e il recupero del dialogo: «Il gruppo di lavoro istituito nel luglio 2017 con esperti di tutti gli ambiti e discipline insieme ai tecnici del Ministero dell’Istruzione, ha elaborato a dicembre scorso un documento contenete le linee guida sulla prevenzione e gestione del disagio a scuola, a partire dalla rilevazione dello stress lavoro correlato».

Una strada auspicabile può essere lo sviluppo, nei rapporti tra individui, compreso quello docenti-genitori e alunni, della “comunicazione nonviolenta”, o “comunicazione empatica”, il processo di comunicazione sviluppato da Marshall Rosenberg a partire dal 1960, per evitare i conflitti: un tipo di linguaggio che si ispira alla “giraffa”, per il suo lungo collo gli permette di avere un’ampia visione, e per il fatto che ha il cuore più grande tra i mammiferi terrestri, e che si fonda su auto-empatia (profonda consapevolezza di sè), empatia (ascolto compassionevole dell’altro), auto-espressione onesta (esprimersi autenticamente e sinceramente).

Il dottor Carlo Alfaro, sorrentino, 54 anni, è un medico pediatra Dirigente Medico di I livello presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi della ASL NA3Sud, Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifica SLAM Corsi e Formazione, e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA). 

Inoltre è giornalista pubblicista, organizzatore e presentatore di numerosi eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio, direttore artistico di manifestazioni culturali.

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