Memorie – Fine I volume

Certo di fare cosa gradita, LoSpeakersCorner.eu pubblica a puntate le memorie dii guerra del preside Sante Grillo, che durante il secondo conflitto mondiale, nel 1943, era Sottotenente del 454° Nucleo Antiparacadutisti di stanza a Scicli, Ragusa.

Dedico questa mia piccola fatica ai miei cari lettori. Pochissimi, per la verità, ma non per questo meno cari e a … coloro che sono oggetto del mio affetto anche se non non tutti, oggi, possono percepirne il calore in questa nostra dimensione terrena.

                                                                         Sante Grillo

.Tragico epilogo

Erano circa le ventidue quando senti squillare il telefono. In genere non sono ottimista quando sento trillare il telefono in orari isoliti ma questa volta il mio stato d’animo era euforico e non mi passò minimamente per la testa che potesse trattarsi di qualcosa di non gradito. Forse il mio futuro sostituto mi comunicava l’ora in cui presumibilmente sarebbe arrivato.

Presa la cornetta riconobbi la voce del colonnello: «Grillo, è stato segnalato un lancio di paracadutisti fra Marina di Ragusa e Ragusa. Con il reparto vai a presidiare la strada  onde evitare che si verifichino infiltrazioni verso Ragusa stessa.»

Il mondo intero mi crollò addosso. Come poteva essere accaduto se l’allarme era appena cessato? Era un episodio isolato oppure faceva parte di un disegno più grande? Propendevo più per la prima ipotesi, visto che non c’erano stati segni di maggiore importanza e di più largo impiego – almeno così mi faceva pensare la segnalazione scarna e senza commenti – o contorni di altro genere.

In un attimo vidi tutto ed il contrario di tutto: ogni ipotesi contraddiceva quella che avevo formulato nella mia mente un secondo prima. Non avevo più tempo per pensare, dovevo agire e senza perdere un secondo in più di tempo.

 «Si  parte, ragazzi, forza, su, animo e via!», furono le mie prime parole, ma loro forse avevano intuito più di quanto non avessi capito io stesso. La massima parte di loro erano veterani e comprendevano che non c’era più da scherzare.

Eravamo molto bene organizzati ed in pochissimi minuti eravamo già sul camion in partenza. Non sapevo dove ci saremmo fermati perché solo il terreno avrebbe potuto suggerirmi la migliore soluzione per adempiere all’incarico. La luna ci aiutò a trovare quello che a me sembrò più adatto  ed opportuno: un piccolo avvallamento che ci consentiva di guardare verso il mare e nello stesso tempo di non essere sorpresi alle spalle. Per questo motivo, appunto, collocai degli uomini che potessero dare l’allarme nel caso qualcuno venisse da quel lato: certamente con i paracadutisti era la cosa più facile che potesse accaderci.

A rifletterci la frase “Evitare che ci siano infiltrazioni” non faceva intendere che in atto ci fossero avvenimenti in grande stile per cui mi sentii quasi tranquillizzato per quello che era possibile in quel momento. Mi venne istintivo mettermi le mani in tasca e toccare la licenza bella e firmata, non volevo perderla: mi illudevo ancora che potessi usarla.

Comunque, non era quello il momento per pensarci: mi dedicai perciò all’opportunità di sentire ad uno ad uno i miei soldati e così quasi strisciando passai da uno all’altro per sentire le loro idee per conoscere non solo la loro opinione ma soprattutto il loro stato d’animo. Avevo quasi intuito dal loro improvviso silenzio che anche loro come me avevano le stesse precise perplessità e la volontà di non pensare a quello che eventualmente sarebbe accaduto di lì a poco.

Lo facevo soprattutto per dare loro coraggio con il mio personale intervento, per far capire che ero lì insieme a loro, che la mia vita era con la loro vita.  E se era vero che non mancava il pericolo, che anzi era imminente ed immanente, in ogni caso io avrei condiviso la loro sorte. Forse c’era una seconda verità un pochino più recondita ma non per questo meno vera e cioè che ero io ad aver bisogno di loro, di sentirmeli vicini, per far tesoro della loro esperienza, soprattutto.

Ero in uno stato che non riuscivo a determinare con esattezza ma che per sensazioni e per sentimenti si avvicinava, come dire, alla levitazione. Ero pieno di vuoto, agivo per delega, in funzione di quello che avevo imparato a fare nei casi che, virtualmente, erano stati predefiniti da continue esercitazioni e che per questo le mie decisioni non erano prese perché reagivo ai fatti concreti che si svolgevano intorno a me, ma li vedevo come se fossero lontani dalla realtà presente e li vedevo come se fosse un altro a vederli. Non avevo paura ma non avevo neppure coraggio.

Forse sarebbe stato meglio che qualche altro vicino a me mi desse gli ordini da eseguire, in quel caso sarei stato capace persino di contestarli se li avessi considerati non idonei, ma allora, in quel preciso momento, la domanda che mi assillava era se stavo facendo bene o se stavo operando in modo da mettere inutilmente in pericolo la vita dei miei soldati e, perché no, anche la mia.

La luce della luna era intanto a poco a poco declinata e non sentivamo muovere una foglia intorno a noi malgrado la tensione avesse raggiunto dimensioni straordinarie. Ormai non parlavamo più per non dare segni della nostra presenza e questo per ovvi motivi: non volevamo diventare preda per nessuno sperando che la sorpresa di trovarci lì da parte di altri fosse un motivo in più di difesa per noi. Non ebbi bisogno di dare ordini in tal senso perché ciascuno di noi lo sentiva come essenziale per la sopravvivenza e nessuno tentò di accendersi una sigaretta, anche se, come immagino, molti di noi ne sentissimo la assoluta necessità. Il minimo errore ci sarebbe costato carissimo e noi quell’errore non lo commettemmo.

Poi all’altezza del mare vedemmo un faro che spingeva il suo fascio di luce lontano sventagliando i suoi raggi in un grande semicerchio. Per contro notammo in un bagliore repentino, una traccia luminosa che si sgranava in molteplici fasci di luce in prossimità della fotoelettrica.. Sopra di noi il rombo degli aerei si fece sentire e sul mare cominciarono ad innalzarsi verso il cielo molti colpi di contraerea: sulla sua superficie c’era qualcosa che non potevamo assolutamente vedere ed i nostri aerei cominciavano a bombardare.

Fu la mia prima considerazione, visto che sul mare si verificavano degli scoppi evidentissimi e che sulle nostre teste gli aeroplani rombavano veloci con le luci accese, quindi non potevano essere che nostri.

Il mio caporal maggiore, quello, per intenderci, della medaglia di bronzo, mi si avvicinò strisciando e parlando a bassissima voce mi fece capire che quegli aerei non erano nostri e che andavano con le luci accese perché i loro portelloni erano aperti per permettere il lancio di paracadutisti.

Mi si agghiacciò il cuore: non c’erano più ipotesi da fare ma occorreva prendere atto di una situazione che da un momento all’altro sarebbe divenuta pericolosa. Da quel momento non ci furono più attenuanti che potessero farci sperare in una situazione diversa da quella che nella realtà era, e cioè gravissima.

Ad un certo momento, direi quasi all’improvviso, si scatenò la fine del mondo. Oggi con la visione di film che riproducono la stessa situazione si potrebbe dire che non c’è grande differenza da quello che vedemmo in quella notte da tregenda. Nelle pellicole cinematografiche dello sbarco in Normandia la vicenda fu riprodotta alle prime luci dell’alba perché soltanto da quel momento si iniziarono gli sbarchi ed i bombardamenti che li precedettero. Sulla costa che poteva intravedersi dalla posizione nella quale avevo disposto il mio reparto lo spettacolo fu di ben diverso genere, perché si svolse durante le ore notturne e quello che potemmo scorgere non potrei paragonarlo neppure ad uno spettacolo pirotecnico, non solo perché era di proporzioni molto più vaste: abbracciava l’orizzonte da oltre Pozzallo e si allargava al di là della costa di Gela. Soprattutto per la distruzione che si poteva indovinare sugli obbiettivi su cui si scaricava tutta quella massa di bombe e di proiettili esplosivi, proiettili che si aprivano a ventaglio sulle difese della spiaggia in una miriade di traccianti che si incrociavano come tante, tantissime comete maledette. Era assolutamente terrificante quello che stava riversandosi sulle povere difese della spiaggia, pensavo e pensavamo che sarebbe stato impossibile sopravvivere  a tanto disastro di fuoco e di morte.

Cominciammo a vedere che Marina di Ragusa si incendiava, un enorme rogo di fiamme altissime. Tramite il motociclista inviai le notizie al Comando di sottozona e di lì a poco mi fu confermato che avrei dovuto impedire ad ogni costo infiltrazioni di qualsiasi genere: se non fosse stato un momento così straordinariamente drammatico, quel “ad ogni costo” mi avrebbe fatto sorridere. Forse ho anche sorriso, ma con una smorfia di profonda amarezza.

La tregenda di fuoco si protrasse per lunghissime ore e quando finalmente spuntarono le prime luci dell’alba, potemmo osservare uno scenario da apocalisse. La foschia, che tuttavia faceva sembrare lo spettacolo come una scena da sogno, non ci impedì di avere la precisa sensazione che ormai era finita: le navi alla fonda ed altre da guerra in continuo movimento erano innumerevoli e non avrebbero potuto essere enumerate in nessun caso, specie in quel momento di dolorosa certezza della catastrofe.Inviai un altro messaggio e questa volta mi si ordinò di tornare all’accantonamento.

Un’altra telefonata mi comunicò che era stata segnalata la presenza di paracadutisti alla stazione ferroviaria di Genisi e che avrei dovuto verificarne la veridicità. Chiesi il permesso di rifocillarci, permesso che ottenni con la raccomandazione di fare presto.

Mentre il reparto potette rifocillarsi alla bell’e meglio io non riuscii a mettere un boccone in bocca: avevo altro a cui pensare. Sulla carta topografica di cui ero stato fornito potei  verificare la posizione della stazione e come la si potesse raggiungere seguendo un itinerario appena più lungo ma che ci avrebbe consentito di non andare a finire direttamente in bocca al lupo. Dopo pochissimi momenti partimmo per un destino che non avremmo potuto in ogni caso indovinare.

Raccomandai ai miei la massima prudenza: non eravamo  più  lì per una esercitazione. Non c’era dubbio ormai che ci trovassimo di fronte ad una realtà quanto mai incerta ma certamente, per usare un piccolo bisticcio di parole, dinanzi ad una realtà dolorosissima. Ed alla quale non ci si poteva sottrarre in alcun modo.

Rifacemmo il percorso fatto durante la notte precedente non senza una certa preoccupazione, perché non sapevamo che cosa potesse essere accaduto dopo aver lasciata la zona nella mattinata. Eravamo con i nervi tesi pensando che da un momento all’altro avremmo potuto trovarci dinanzi ad un fatto nuovo, non previsto, ma che in ogni modo poteva improvvisamente impegnarci.

Ad un certo momento imbroccammo una stradina in terra battuta sulla nostra destra e ci attestammo dopo qualche centinaio di metri in maniera in certo qual modo defilata perché, almeno da una parte, eravamo protetti da un grandissimo albero di carrubo. Con la massima attenzione ci disponemmo a semicerchio lungo la piccola valle che si apriva davanti a noi e guardando un rilievo che, secondo la carta topografica, copriva la stazione ferroviaria di Genisi.

In quel momento mi resi conto che se la stazione fosse occupata veramente dai paracadutisti ci saremmo esposti come probabile bersaglio. Ormai era troppo tardi per  prendere decisioni diverse perciò mi parve opportuno neutralizzare, in parte, quella cattiva situazione allargando al massimo il ventaglio del nostro dispiegamento.

Cominciammo a muoverci e con noi volle unirsi l’autista, perché voleva a tutti i costi far fuori un americano. Questa vicenda, che mi piace ricordare, ci convinceva sempre di più che questa volta avremmo visto in faccia il nemico. E, invece, il nemico non lo vedemmo neppure in quella occasione.

Quando giungemmo alla stazione dopo aver superata una scarpata che, a dire scoscesa è poca cosa, eravamo esausti. Incontrammo il personale della stazione che ci disse che non avevano visto nessuno e che i treni già dalla mezzanotte non transitavano più.

Oggi non so dire se eravamo delusi o felici di non averli incontrati. Ormai eravamo convintissimi che ci saremmo scontrati e, per la verità, non fummo perfettamente convinti che non ci fosse stata detta una bugia. Per esserne sicuri perlustrammo in un largo raggio tutta la zona circostante ed in effetti non avemmo modo di vedere paracadutisti di nessun genere. In un certo senso mi lasciò perplesso una certa ansia che era scritta a caratteri cubitali sul viso di ciascuno del personale e poi mi sembrò che avessero fretta di mandarci via dal posto con il volerci rassicurare incessantemente che lì non c’era proprio nessuno.

Invece, forse anche per quella impressione, ci mantenemmo sul posto abbastanza a lungo fino a che non fummo sicuri che almeno da quella parte i paracadutisti non c’erano.

Tornammo sui nostri passi fino al camion ma con molta circospezione: c’era infatti la probabilità che vedendoci si fossero sottratti alla nostra vista e che poi avessero tentato di tagliarci la strada.

Ho avuto occasione di precisare che la mia mente era come svuotata dinanzi agli avvenimenti che stavano precipitando dinanzi a noi, sempre pensando se agissi sotto l’azione della paura o se mi muovessi invece spavaldamente sotto l’influenza di un incosciente furore di coraggio. Ero dunque lucidissimo e come potevo ben capire anche i miei soldati erano altrettanto lucidi. Erano silenziosi ma nessuno dette segni di scollamento o di indecisione: infatti avevano seguito tutte le mie indicazioni senza mostrare tentennamenti ed ebbi la precisa sensazione che si fidassero molto delle mie decisioni, forse perché si erano accorti che ogni mio ordine era improntato alla necessità di fare tutto quello che era dovuto ma con opportuna cautela, quella cautela che ci consentiva di non andare allo sbaraglio. Avrebbe potuto accaderci di tutto anche a quelle condizioni ma, almeno in quel caso , non sarebbe accaduto per eccesso di sicurezza o di inopportuna caparbietà.

Rientrammo facendoci precedere dalla necessaria comunicazione di tutto quello che era stato fatto e di quello che avevamo visto. Lo stesso motociclista ci portò l’ordine di ripartire immediatamente per impedire che truppe nemiche avvistate lungo la strada Ragusa-Comiso potessero avvicinassi alla città.

Pensai per un attimo alle difese che avevo fatto costruire dai miei soldati proprio con lo scopo di opporci all’eventuale avvicinamento a Ragusa di truppe nemiche, ma .invece ci spingemmo molto più oltre. Avevamo avuto per altro l’indicazione che il nemico si era attestato in prossimità di un quadrivio quasi a mezza strada fra Comiso e Ragusa.

Ogni tanto ci fermavamo e mandavamo avanti in perlustrazione alcuni uomini che potessero garantirci la sicurezza per un altro passo avanti. Sentivamo in lontananza il rombo tumultuoso delle cannonate che ormai distinguevamo da quelle dei bombardamenti aerei. Ed a tratti sembravano allontanarsi per riavvicinarsi poi con un crescendo di tuono sempre più possente e sempre più pericoloso. Non avevamo però la possibilità di capire se l’una o l’altra alternativa fosse da considerarsi quella più negativa per noi. Comunque era ormai certo che da qualche parte, e certamente non molto lontano, si combatteva con accanimento e con alterna fortuna. Stabilirlo in quel momento non era affatto possibile perché anche noi avevamo una gatta da pelare non meno pericolosa.

Deviammo dalla strada principale per raggiungere una fattoria dove trovammo dei contadini in allarme. Comprendemmo che la loro preoccupazione non era la presenza degli americani ma la nostra perché certamente i nostri soldati avrebbero attirato sulla fattoria il fuoco del nemico. Oggi non sono molto sicuro che gli americani fossero considerati nemici più di quanto non potessimo essere noi stessi, quelli che i contadini temevano di più. Consigliai a tutti loro di ritirarsi nelle loro case e di non farsi vedere più per nessun motivo. Una contadina, preso il coraggio a due mani, mi supplicò di allontanarci per non compromettere con la nostra presenza la salvezza dei bambini e di tutti loro.

Non ebbi neppure la facoltà di commuovermi e neppure ne ebbi il tempo, perché i miei soldati avevano avvistato gli americani attestati al di là di una piccola valletta sulla strada principale: erano la maggior parte seduti per terra, alcuni erano intenti a perquisire i carri dei contadini che andavano verso Ragusa con i loro carichi di paglia e di altro che noi a quella distanza non avevamo certo la possibilità di accertare.

Si muovevano spesso e forse i più stavano rifocillandosi ignorando del tutto la nostra presenza. Non pensavano che ci potessimo avvicinare a loro senza che ci avvistassero. Forse in questo la mia tattica era quasi perfettamente riuscita.

Disposi i soldati dietro i muretti a secco lentamente ma con una certa distanza fra ciascun elemento ed ordinai che non sparassero se non dopo che l’avessi fatto io stesso. Ma, come si dice, l’uomo propone e Dio dispone. Evidentemente qualcosa non deve aver funzionato perché la sorpresa venne meno: forse un elmetto forse un luccichio, forse un riflesso inopportuno destò un allarme prematuro e così potemmo notare un corri-corri affannoso come se avessimo messo il piede su un formicaio.

E non fummo più noi a sparare per primi: una pioggia di proiettili si rovesciò sul nostro reparto come una grandinata tempestosa. Al fuoco rispondemmo, anche se non con la stessa intensità. D’altra parte non avremmo potuto mai raggiungere quella stessa potenza di fuoco, visto che il nostro armamento era quello che era. Il nostro compito non era quello di sterminarli e neppure quello di impegnarli ma soltanto di riferire quale era la situazione, dove erano i paracadutisti e quanti erano. Conosciuta con una certa approssimazione quale era la realtà cominciammo a ritirarci.

Lo facemmo con buon tempismo e seguendo le norme che mi avevano insegnato alla scuola allievi ufficiali. Ci ritirammo un gruppo alla volta lasciando che il rimanente tenesse a bada i paracadutisti con il fuoco continuo. Raggiungemmo il camion che avevamo defilato dietro la fattoria e tornammo sulla strada principale. Facemmo appena in tempo a raggiungerla quando ci accorgemmo che un loro reparto stava per chiuderci la strada. Bastò una prolungata raffica di mitragliatrice per costringerli a bloccarsi. Tornammo a fermarci dopo qualche centinaio di metri con la copertura di una casa cantoniera disabitata e lì ci disponemmo lungo tutto il muretto a secco che ci offriva l’unico possibile riparo.

Emozioni? Non saprei dire: era come se agissi secondo un copione prestabilito con una certa approssimazione di cui io non ero l’autore e perciò non potevo permettermi  correzioni o iniziative che non fossero previste dal copione stesso. Mi muovevo indipendentemente da quello che passava per il mio cervello per cui non potetti permettermi il lusso di avere paura.

Il porta-ordini partì per raccontare i fatti e noi rimanemmo in attesa, in attesa di che cosa non riuscirei mai a dirlo: aspettavamo, sì, aspettavamo.

Ad un certo momento vedemmo venire verso di noi due militari in non perfetta tenuta di ordinanza. Erano due soldati tedeschi che però non feci avvicinare più di tanto per evitare sorprese e dopo averli costretti a mettere a terra le armi. Seppi dal loro racconto alquanto concitato che gli americani erano a poca distanza e che loro erano riusciti ad aggirarli fino al momento del nostro incontro. Non avevo più motivo di dubitare della loro versione, pertanto feci riprendere le loro armi e così venni a sapere che appartenevano alla marina tedesca e che erano dislocati per il funzionamento della fotoelettrica che avevo notato in azione durante la notte. Non potei nascondere la mia ammirazione così come avevo pensato durante la notte quando avevo visto la sua luce sventagliarsi sul braccio di mare davanti a Scoglitti.

Lasciai che andassero oltre anche se per un attimo mi passò per la mente che forse avrei avuto il diritto di pretendere che si fermassero con noi per condividere il nostro stesso compito. Non so se intesero per un attimo quali fossero le mie intenzioni perché cercarono di spegnere i miei ardori facendomi comprendere che era assolutamente inutile fare quello che stavo facendo in considerazione dell’enorme numero di mezzi con cui gli americani erano sbarcati e dell’immenso volume di fuoco di cui disponevano.

Sorrisi e li salutai augurando loro una migliore fortuna. Naturalmente pensavo ad una fortuna migliore della mia perché ero convinto che quella in cui mi trovavo fosse una situazione senza via di uscita.

Spuntarono a distanza con un mezzo celere su cui era montata una mitragliatrice ma quando aprimmo il fuoco contemporaneamente con un sorprendente volume di fuoco sterzarono velocemente invertendo in tutta fretta la marcia.

Dopo pochi minuti un aereo venne sulle nostre teste con l’evidente compito di trovarci e di convincerci con le buone o con le cattive che lì, dove eravamo, non stavamo bene. Si allontanò forse senza vederci o se ci vide considerò la nostra consistenza e non volle sprecare proiettili. Nel frattempo giunse il motociclista con nuovi ordini. Dovevamo ritirarci in caserma e restarvi in attesa di ordini … che non giunsero mai più. Era proprio finita.

L’esistenza del 454° Nucleo Antiparacadutisti di stanza a Ragusa per la sua difesa ebbe termine. Il giorno successivo, infatti, con una convergenza straordinaria Ragusa fu investita dal sud e dal nord da truppe e mezzi americani da una parte e canadesi dall’altra. Gli americani si fermarono e lasciarono la precedenza ai canadesi, che dopo un colpo di cannone dimostrativo che colpì uno dei tanti campanili, occuparono la città.

Considerazioni conclusive sul primo volume

Sono passati appena sessanta anni [il preside Grillo scrisse le sue memorie nel 2004,ndr] da quando si sono verificati gli avvenimenti che ho descritti. I fatti sono tutti verissimi perché supportati da una memoria ancora, fortunatamente, aperta e perché no, vivace. Tutto quello che non ho raccontato è perché non ho potuto verificarlo se non attraverso un ricordo traballante ed incerto e pertanto non eccessivamente sicuro e corrispondente alla “vera” verità.

La questione principale è che soprattutto dopo le vicende raccontate la vita non mi riservò eccessive fortune per cui il travaglio, le difficili condizioni di vita, il disagio fisico e soprattutto intellettuale mi indussero spesso a tirarmi fuori dalla massa e a fare una vita tutta mia che non mi fu certo utile.

Spesso, nella mia solitudine virtuale, per salvarmi, almeno così credevo, da tutto il futile che vedevo in tutto ciò che mi circondava, mi creavo artificiosamente un realtà tutta mia che tuttavia non era la realtà. Spesso nei miei sogni rivedevo tutto ciò che avevo sofferto ma in forma assolutamente diversa, non rispondente ai fatti realmente avvenuti. Così accadeva che il sogno si sovrapponesse e mi lasciasse nel dubbio tutte le cose.

Ad un certo momento i sogni, o forse è meglio dire gli incubi di cui soffrivo, non mi facevano più distinguere quello che era vero da quello che era falso. Purtroppo la loro verosimiglianza era tale che la confusione avveniva in modo da eliminare in me stesso ogni possibilità di distinzione, causando sovente la distruzione sistematica del ricordo, manomesso, distorto e confuso. Come direbbe oggi  uno specialista  rimuovevo dalla mia mente tutto ciò che non accettavo e ricordavo soltanto quello che mi faceva piacere.

Non sono d’accordo del tutto su questa facile sentenza, infatti mi capita di ricordare anche quello che non desideravo affatto ricordare e butto alle ortiche anche cose che forse sarebbero state ben riposte nella mia memoria. Facendo un riesame di tutti gli avvenimenti mi viene spesso difficile metterli in ordine cronologico e più spesso li ho collocati un poco alla rinfusa senza però menomarne la veridicità. Avrei potuto con un non difficile controllo storiografico riordinarli secondo una sequenza storica, ma alla fine non ho voluto farlo perché, forse, avrei compromesso la spontaneità del mio racconto.

Soprattutto, non tocca a me fare da storico e mettere le cose in buon ordine, una dopo l’altra, su di un bel mobile di antiquariato. Mi interessava e mi interessa molto di più mettere in evidenza quello che i fatti suscitavano nel mio animo ed in quello dei miei soldati. In effetti non tradivo le vicende e non sono mai arrivato ad un compromesso perché tutti i fatti raccontati sono veri e, direi, verificabili.

Non ho descritto soltanto ciò di cui non ero ed ancor oggi non sono sicuro a causa anche di vuoti di memoria che ho cercato di spiegare un momento fa con motivazioni di cui non sono poi tanto certo.

Molti collegamenti sono saltati via e non solo perché sono passati oltre sessanta anni. Non so infatti come sia accaduto ed in che modo poi io sia andato a finire nella prefettura con alcuni ufficiali del distretto militare.

Non ricordo affatto come sia stato portato e con che mezzo fino ad Ispica in un recinto sorvegliato da sentinelle canadesi. Ricordo invece come sia andato a finire nel porto di Siracusa con un viaggio sui trucks sempre delle truppe canadesi.

Ho perfettamente in mente la partenza da Siracusa, dopo un intermezzo drammatico per una marcia, andata e ritorno, Siracusa-Priolo-Siracusa. Sono ormai fatti che non intendo raccontare, in questo momento, perché non fanno parte degli episodi vissuti nel Nucleo Antiparacadutisti. Lo scrivo persino con le lettere maiuscole, perché è parte integrante della mia vita. Vi ho trascorso dai venti ai ventitré anni, forse i più difficili fra i miei, ad oggi, ottantatré. Certamente mi necessita dire che sono stati i più difficili e non i più drammatici perché, purtroppo, il dramma non venne meno nella mia vita successiva.

Sicuramente da allora diverse cose meriterebbero di essere menzionate, ma ne vale la pena? Sono forse importanti per me ma agli altri quale interesse può alimentare una vita non propria? In definitiva, quello che ho scritto è servito soltanto a me stesso e non ha la minima ambizione di farsi ascoltare da qualunque altra persona. In altri termini ho soddisfatto una mia esclusiva esigenza che riempie alcune ore  del mio quotidiano e mi fa provare le stesse identiche emozioni che ho provato quando le ho vissute.

E questa, cari miei, è vita. Sto osservando un film. Bello? Non lo so ma è mio, soltanto mio. Voglio unire a questo mio racconto una considerazione: non ho di proposito fatto i nomi di nessuno, ma, per la verità, all’ottanta per cento, li ho impressi tutti nel mio cuore e se potessi ritrovarli lo farei con grandissimo piacere. Di alcuni ho avuto notizie indirettamente e, guarda un po’, sono contentissimo che al ricordo della mia persona abbiano espresso sentimenti di grande stima.

Mi riferisco, per non fare un giro di parole troppo lungo, all’ex comandante della nona sottozona di Ragusa che mio fratello ebbe modo di incontrare alla Legione dei Carabinieri di Napoli. Il comune cognome fra me e mio fratello fece scattare il momento della memoria.

Oggi, sono felice di questo epilogo perché riassume in pochissime parole di stima tutto il comportamento di una vita, la mia, la cui valutazione era dettata da una visione unilaterale senza riscontri oggettivi che provocassero in me, nel mio animo e nella mia memoria una certa soddisfazione, oltre alla certezza di non aver operato male, almeno nella mia vita militare.

(Fine del primo libro)

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