racconti

Il Racconto, Firefox – Volpe di Fuoco

di Lucio Sandon

Eruzione del Vesuvio dall’otto al dieci dicembre 1861.

La popolazione di ventimila anime tutta poté fuggire con alquante masserizie accalcate sulle strade che, screpolate, impedivano i carri, anche la via ferrata si fermò.

Fu grandissima sventura con grandi disagi e perdite di roba, ma non pericolò uomo, onde questo e lo arrestamento della lava ascrissero a miracolo dell’Immacolata. Il giorno 11 tutta l’eruzione era spenta, il pietoso caso ebbe eco nell’animo di re Francesco che, quantunque esule e povero, incontanente mille ducati, posso dire tolti alla sua mensa, fè tenere al cardinale di Napoli, con questa lettera del 15 del mese «Come pastore della diocesi ov’è Torre del Greco, mando a Vostra Eminenza mille ducati da parte mia e della regina per aiuto a quei danneggiati infelici. Non è lagrima dei miei sudditi che non mi cada sul cuore, né penso alla mia povertà se non quando, come adesso, m’impedisce di fare il bene che ho sempre anelato di fare. Una nuova calamità aggiunge crude sventure alle tante che gravano sui popoli miei, gli abitanti d’una città vicina alla mia reggia erano raminghi in aspro inverno, attorno ai loro focolari distrutti. Vostra Eminenza sa quello che l’iniquità e il tradimento fecero della mia corona. Sovrano proscritto non posso accorrere tra i miei sudditi per sollevarne le pene. La mano del re delle due Sicilie è impedita, l’esule non ha ricchezze ché, lasciando la terra degli avi ne portava soltanto lo imperituro amore per la patria perduta. Mi siano pur grandissime le mie sventure e fievoli le mie facoltà, re sono e debbo l’ultima stilla di sangue e l’ultima mia moneta ai popoli miei. Non dimeno l’obolo del povero ch’oggi loro mando, valerà forse assai agli occhi loro che tutto quanto in più prosperosi tempi, che certo torneranno, potrò fare a lenimento delle loro infelicità».

Anche la rivoluzione fe’ pompa di largizioni: il medico ex luogotente Farini, che tante migliaia del reame s’avea beccate, dié magnanimamente dieci franchi. Ma il redentore Garibaldi, sentito anch’esso quel “grido di dolore” da Caprera, non avvilì sè e i danneggiati col dare danari ma, presa la penna, mandò una brava lettera promettente «… unire la sua voce a quella dei generosi che l’alzeranno per quell’infelice popolazione». E, argomento patetico, aggiunse: «Roma e Venezia sorelle schiave hanno l’amore dei liberi che giurano strapparle agli eserciti sterminatori. Torre del Greco non è infelice quanto Roma e Venezia perché la lava e i tremuoti non possono ammiserire la razza umana». Significava aversi a spendere per Roma e per Venezia, non per Torre… Ai torresi bastava il sollievo d’udire da quella bocca che nudi, al freddo, fuor dagli aviti tetti caduti, erano meno infelici dei Veneziani e dei Romani nei loro palagi.

La statua di Garibaldi a piedi è sistemata al centro della piazza principale della cittadina, e come un vigile a dirigere il traffico, con la sua spadona indica la direzione sbagliata cioè verso la Calabria, mentre il volto preoccupato è rivolto verso la montagna incombente, quasi ad implorarla di non far danni e non obbligarlo a un altro gesto magnanimo.

Dietro l’eroe dei due mondi da molti anni c’è un ambulatorio veterinario, dove sono al lavoro alcune persone.

Alessandra, la bionda giunonica dagli occhi verdi era alle prese con flaconi di soluzioni iniettabili e altri medicinali per cercare di salvare il cucciolo di alano arlecchino portato in mattinata dal suo fidanzato, tenente dei carabinieri, il quale aveva avuto la brillante idea di acquistarlo con un impulso di cuore tenero presso un noto negozio di animali della vicina metropoli.

L’ufficiale aveva notato il cucciolo in vetrina triste e raffreddato, e aveva pensato di sottrarlo alla sua sorte confinando ciecamente nelle abilità taumaturgiche dell’innamorata. Con un rapido test Alessandra aveva avuto invece la conferma dei suoi sospetti: la bestiola aveva una malattia che difficilmente perdona.

Marisa, l’altra assistente era in giardino, come spesso accadeva, a fumare avidamente una delle sue MS. I suoi occhi grigi erano persi a osservare il volo dei gabbiani mentre portava a passeggio uno dei cani ricoverati in ambulatorio, e i suoi lunghi capelli neri erano accarezzati dal vento, mentre il fumo stava già lavorando nei suoi polmoni.

Il dottor Gardenia era chiuso nel suo studio, intento a compilare fatture e catalogare certificati di antirabbiche e microchip con risultati che sarebbero parsi subito spaventosamente allarmanti per chiunque avesse un minimo di infarinatura di aritmetica e senso dell’ordine, ma che per lui erano perfettamente normali.

Il suo commercialista era già invecchiato prematuramente.

Era una bella mattinata d’estate e le ragazze del reparto toelettatura erano impegnate nelle loro faccende. Tutto procedeva per il meglio, tranne che per il povero fiscalista.

Un forte colpo alla porta interna che comunica con il reparto bagni e tosature ruppe l’operoso silenzio dell’ambiente. Anna, una delle ragazze si era affacciata con aria preoccupata alla stanza del dottor Gardenia e con uno sguardo supplicante degli occhioni scuri sussurrò:

«Scusi dottore, le dispiace venire un momento di là?»

«Cosa è successo?»

«Niente di grave, stavamo tagliando le unghie a un cane, ma una di esse era nera e non ho visto bene il punto in cui dovevo fermarmi. Adesso dall’unghia esce sangue, e la cagnolina piange di dolore!»

Lui corse subito nell’altra stanza, e gli si parò innanzi uno spettacolo terribile: le disgraziate ragazze avevano già provato a bloccare l’emorragia con il cotone bruciato, poi erano passate ad applicare garze, cerotti e quant’altro suggeriva loro la fantasia.

A causa però del copioso flusso di sangue che rendeva viscide tutte le applicazioni adesive, avevano ottenuto semplicemente il risultato di spargere materiale insanguinato e sangue vivo tutto in giro. Intanto il cane, una bastardina con lontane ascendenze di volpino di Pomerania, molto docile ma agitatissima a causa del dolore e per l’odore del sangue, esternava tutto il suo disappunto abbaiando a squarciagola… Un macello….

«È tutto sotto controllo, portatela di là che ci penso io! Voi tenetela ferma, che le do un colpetto con il termocauterio. Un attimo solo… Ma cos’è questa puzza?»

 

BANG! POUMM!…

Le ragazze avevano provato a bloccare il sangue anche con tamponi di alcool, che secondo il genio di turno era un ottimo antiemorragico. Al contatto con l’elettrodo rovente, l’alcool era esploso in una palla di fuoco. Avvolta nelle fiamme come una novella pulzella d’Orlèans, la povera bestia fece un salto a mò di canguro impazzito, atterrando alle spalle del veterinario proprio nel momento in cui un cliente maleducato spalancava la porta dello studio dopo aver dato un forte colpo all’uscio per vedere se poteva entrare. Contemporaneamente un altro cliente stava uscendo dalla porta esterna.

Con la capacità tipica degli animali di valutare in un attimo la possibilità di fuga, la malcapitata volpina non ci pensò due volte, e si infilò le due porte aperte. Come un fulmine il cane si lanciò a capofitto verso la libertà, via dai folli incendiari… Con pochi balzi si trovò sul marciapiede, dove si voltò per un attimo lungo una vita a guardare la torma esagitata dei suoi crudeli inseguitori: veterinari, infermiere, clienti, passanti e sfaccendati. Un gruppo di umani urlanti e con le mani adunche protese verso di lei, e lei decise allora di sfidare la morte buttandosi ad attraversare la strada di slancio piuttosto che lasciarsi ghermire da quella pericolosa torma di esaltati.

In quel momento sulla strada passava un ciclomotore con due ragazzi a bordo, i quali sbandando per frenare onde evitare di investire il volpino, caddero rovinosamente su una macchia di grasso con rumore di ferraglia, scintille, bestemmie e un florilegio di esclamazioni e urla da parte degli astanti.

Mentre il botolo illeso guadagnava il marciapiede opposto, e si dava alla fuga verso il centro cittadino, passando sotto il minaccioso spadone dell’eroe dei due mondi, i due ragazzi si alzavano faticosamente, e dopo aver controllato escoriazioni e danni ai vestiti e al motorino, si rivolsero in modo decisamente inurbano verso il personale della clinica, chiedendo notizie del cane kamikaze.

«Di chi è chillu bbastardo

L’espressione angelica del personale, risultò unanime e sincera.

«Mai visto prima!»

«Ma che è sto casino? Stavate correndogli appresso!»

«Si cercava di salvarlo dalla strada… Lo avranno abbandonato.»

«Si acchiappo chillu strunzo d’o padrone,’o rompo ‘a faccia

Nel frattempo il dottor Gardenia si stava affannando in direzione del centro cittadino,  all’inseguimento della fuggitiva, la quale però spinta dal terrore correva ad una velocità supersonica facendo lo slalom tra auto, bancarelle, vigli urbani e passanti, e così, come spesso accadeva, la situazione venne presa in pugno dalla bella Marisa.

Inforcato lo scooter del suo principale, la ragazza si mise alla rincorsa della bestiola, seguendone le tracce tra la folla, che fendeva a colpi di clacson, e tale era l’impressione che faceva con la tunica blu ed i capelli corvini al vento, curva sul manubrio del ciclomotore come ad esortarlo a correre più svelto, che miracolosamente la moltitudine si fendeva come il Mar Rosso davanti a Mosè, permettendole così di raggiungere e superare il cane, ormai trafelato.

Non è da tutti i giorni vedere una bella ragazza con una casacca sanitaria in pieno centro cittadino, bloccare un motorino di traverso un marciapiede e cercare di afferrare un cane terrorizzato che le ringhia contro.

Si potrebbe pensare a uno squinternato scienziato che bracca un bracco da vivisezionare.

Con la sola forza della disperazione e aiutandosi con le bestemmie più oscene sussurrate dolcemente, Marisa riuscì infine a bloccare la cagnetta, e stringendola sotto al braccio sinistro, la riportò in ambulatorio guidando con una sola mano. Il tutto guardandosi ansiosamente intorno, nel caso ci fossero ancora in giro gli infami motociclisti traumatizzati.

Raggiunta la clinica, la volpina venne sottoposta a un rapido controllo. Sarà stato l’effetto del cauterio o della corsa sull’asfalto rovente che aveva contribuito a rimarginare la ferita, l’emorragia si era perfettamente fermata, così con un nuovo bagno rinfrescante, una bella spazzolata, una bella atomizzata di profumo, la bestiola tornò in forma smagliante come se nulla fosse successo.

Dopo pochi minuti e in perfetto orario, tornò il padrone della volpina, che l’aveva lasciata per la toeletta.

«Mi sembra un po’ agitata.»

«Macché! In genere la prima volta che si fanno il bagnetto hanno un po’ paura di quel phon così grande …Vero carina? Come si chiama?»

La volpina sorrise al suo veterinario, con i canini malevolmente sguainati.

Mentre il proprietario di Kitty si pavoneggiava con al guinzaglio la sua profumata amichetta, che come ultimo saluto si abbassò elasticamente sulle zampe posteriori e lasciò un profumato omaggio in sala d’attesa, dal retro dello studio, dove erano sistemati i box per il ricovero, uscì Alessandra, l’unica che non aveva partecipato alla caccia al volpino.

Lei era rimasta vicino al cucciolo malato, e ora con le lacrime agli occhi e la testa bassa, singhiozzava per la rabbia.

«È finito, ho dovuto addormentarlo. Le convulsioni non gli davano tregua, soffriva troppo.»

Il suo principale la strinse in un abbraccio, ma essendo più basso di lei di parecchi centimetri il suo viso affondava non sulla spalla della ragazza ma più in basso, cosa che non gli dava stranamente alcun fastidio, specie quando Alessandra tossiva e singhiozzava.

Vedendo però il cadavere rattrappito di quello che era uno splendido cucciolo di alano arlecchino, la rabbia cominciò a prendere il dottor Gardenia allo stomaco, come una morsa che gli stringesse i visceri. Abbandonando la collaboratrice ai suoi tormenti, lui lasciò che la collera gli obnubilasse la mente come, e inforcò lo scooter abbandonato sul marciapiede, senza una parola con nessuno.

Mentre guidava verso la zona collinare della metropoli, la sua mente andava ai tanti episodi visti, raccontati e sussurrati da colleghi e amici riguardo il negozio di animali che vendeva perlopiù cuccioli malati o con tare fisiche, e il suo sdegno aumentava di minuto in minuto, finché giunto davanti al lurido esercizio, lasciò cadere a terra per l’ennesima volta a terra il ciclomotore, e si affacciò nel locale, accolto da un fetore che toglieva il fiato. Il venditore di cani malati, noto commerciante che si era arricchito con quel commercio infame, lo accolse con un sorriso untuoso.

«Caro dottor Gardenia, quale onore!» E si avvicinò tendendo la mano molle e sudaticcia, che il veterinario si guardò bene dallo stringere, misurandogli invece uno schiaffone sul volto.

Il commerciante preso alla sprovvista incassò il colpo, che gli fece compiere una mezza giravolta, e si andò a fermare contro lo scaffale dello scatolame, provocandone la rovinosa caduta.

«Questo è per il cucciolo che è morto oggi. Se vuoi il resto per quelli del mese scorso, non hai che venire da me, sai bene dove trovarmi.»

Lasciando il malfattore tramortito, il dottor Gardenia uscì dal negozio e cominciò a prendere a calci anche l’incolpevole motorino, nel tentativo di metterlo in moto. Tornando verso casa però, cominciò a connettere in modo più lucido e a pensare a ciò che aveva fatto. I guai non sarebbero tardati a presentarsi: il commerciante era sicuramente amico di qualche pericoloso camorrista che avrebbe potuto eseguire una terribile vendetta, o nel caso più benevolo il malandrino avrebbe certamente sporto denuncia alla polizia per aggressione.

Il dottor Gardenia meditava sull’eventualità migliore: se essere bastonato o andare in galera, e in tal guisa mentre guidava, cominciò a venirgli un mal di testa micidiale.

«Ciao dòttore. Salve Filofteia.»

La domestica rumena dagli occhi verdi viveva in Italia da almeno quindici anni e da oltre dieci lavorava presso quella famiglia, ma il suo modo di parlare era rimasto invariato dal primo giorno.

Filofteia veniva dal borgo che sorge intorno al castello di Bran in Transilvania, il che insieme alla circostanza di avere una pelle bianca come il latte, e al fatto di non sembrare per nulla cambiata dal primo momento in cui aveva cominciato ad esercitare il suoi servizi, faceva rabbrividire leggermente il dottor Gardenia ogni volta che si trovava con lei da solo.

Dopo aver fermato il motociclo in giardino, l’uomo si diresse verso il mobile bar e si versò una generosa dose di Glenlivet per cercare di distendere un po’ i nervi, ma mentre si accingeva ad assaporare l’ambrato nettare, sentì una voce alle sue spalle: «Dòttore, signora moglie dice che dòttore non devi bere vino liquore birra pèrche fa male fa diventare chiatto puoff…» E fece un gesto eloquente con le mani intorno ai suoi fianchi snelli guardando con ironia la silouhette del suo datore di lavoro.

Filofteia, oltre ad avere delle strane idee circa la cucina, aveva sviluppato un morbosa devozione per la padrona di casa, seguendone alla lettera i comandamenti .

«Hem, Filofteia, ho un forte mal di testa! »

«Dòttore mal di testa, dòttore prendi una bustina di aulìn!»

«Una sola o due bustine? Grazie per la consulenza.»

Abbandonato il bicchiere, il dottor Gardenia salì sconsolato le scale per andarsi a gettare un po’ sul letto, dopo aver chiuso le imposte, per riposare un po’, e fortunatamente il sonno lo coprì con una tenera coperta blunotte appena mise la testa sul cuscino. Sognò di essere nell’officina di un fabbro e di avere il cranio stretto nella morsa di ferro, mentre un robusto artigiano in tuta blu si accingeva a trapanargli la testa con un grosso trapano a colonna. Si svegliò di soprassalto con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto, ma il trapano non accennava a fermarsi, per cui si alzò cautamente dal letto ed andò ad aprire la portafinestra per vedere da dove venisse il frastuono.

Spalancata l’imposta gli si parò davanti agli occhi la vista di un militare in tuta da combattimento con tanto di elmetto, giubbotto antiproiettile e fucile mitragliatore, che gli fece imperiosamente cenno di rientrare in casa.

Cosa che lui fece all’istante, chiudendo nuovamente i battenti e rimettendosi a letto, convinto di essere ancora nel sogno, anche perché il trapano continuava a tentare di bucargli il cervello, impressione che venne però definitivamente accantonata quando un perentorio squillo del citofono risuonò nella casa.

«Dòttore, dòttore, correte, ci sono quelli. La Mìlizia!»

La mìlizia si manifestò in un plotone di carabinieri e poliziotti in assetto di guerra, che si accalcavano sull’uscio di casa affollando il giardino e premendo per entrare, ma bloccati da Filofteia decisa a vendere cara la pelle.

Il dottor Gardenia era confuso e frastornato, non sapeva che fare, ma alla fine la ragione prese il sopravvento.

«Filofteia: fai entrare i signori»

I signori entrarono.

I carabinieri nerovestiti e i poliziotti in tuta blu entrarono senza chiedere permesso, e cominciarono a salire le scale e scendere verso la cantina, mentre il padrone di casa li guardava sconsolato chiedendosi cosa mai potesse aver dichiarato il negoziante di animali per scatenare una reazione tanto eccessiva, così uscendo in giardino alzò gli occhi al cielo per chiedere perdono dei suoi peccati e vide l’elicottero che volava talmente basso da toccare quasi con i suoi pattini, il cancello di casa.

Ecco l’onirico trapano. Il dottor Gardenia scoppiò in pianto dirotto.

«Perché piangi?»

Un braccio potente gli strinse le spalle e gli diede un brusco scossone. Lui si girò, e vide un oplita che gli sorrideva attraverso la visiera, i baffi curatissimi sopra un lampo di denti candidi, ma non lo riconobbe. Impossibile, d’altra parte lo aveva sempre visto con il suo impeccabile vestito di grisaglia e cravatta regimental. Il commissario Cavallo, che lui chiamava affettuosamente Montalbano perché aveva sempre immaginato così il commissario uscito dalla penna di Camilleri, era palesemente in difficoltà nei panni dell’assaltatore, cosa che invece riusciva naturalissima al capitano Gazzelli, il fidanzato di Alessandra, che lo affiancava nel raid, essendo il comandante della locale compagnia.

I due erano entrati dalla porta carraia spalancata sulla strada, quando avevano riconosciuto il padrone di casa che si disperava in giardino: stupiti si erano avvicinati, e mentre il poliziotto lo abbracciava, il carabiniere lo apostrofò dubbioso.

«Scusi dottore, ma cosa ci fa qui?»

Il dottor Gardenia gli restituì uno sguardo dubbioso.

«Veramente me lo chiedevo anch’io di voi: questa è la mia casa. Però va bene, l’ho colpito, ma non l’ho mica ammazzato!»

«Dottore, lei è fuori di sé, non so di cosa parla!»

«Tonino il venditore di cani. Il cucciolo di alano è morto… Il cimurro. Alessandra ha dovuto addormentarlo.»

L’ufficiale fece un passo indietro, come colpito da uno schiaffo peggiore di quello che il veterinario aveva inflitto a Tonino. Gli mancò l’equilibrio per un attimo, fu sul punto di cadere.

«Morto, ma ma come?»

A quel punto le frasi sgorgarono come un fiume in piena: il cucciolo che non poteva sopravvivere, il dolore della collega, la corsa in moto e lo schiaffo dato al commerciante.

Al che il commissario Cavallo cominciò a sghignazzare sotto i baffi impomatati.

«Tu credevi che noi… Hahahaha… L’elicottero, il collega in terrazzo, ghhhh..urgghhh…»

Le risate contagiarono anche il carabiniere il quale, pur non tenendo in eccessiva simpatia il collega commissario perché sospettava che l’altro avesse un debole per la sua fidanzata, cominciò a ridere di gusto, dimenticando per un attimo il dolore per la morte del suo cucciolo.

«Stiamo facendo una retata per arrestare un noto latitante che è stato segnalato in una villa qui vicino, dovresti conoscerlo, è il nipote del Sultano, il famoso boss di questa zona! Si tratta di un’azione congiunta di tutte le forze dell’ordine, e come ben sai, quando si cerca un latitante, non c’è bisogno del mandato di un giudice per entrare nelle case sospette!»

«Intanto non conosco nessun sultano, e poi perché casa mia dovrebbe essere sospetta?»

«È in posizione strategica tra il mare ed il Vesuvio, e poi è vicina alla casa del boss!»

«Bene, qui non c’è nessun latitante tranne me, gradite un limoncello fatto in casa?»

Sempre se Filofteia ci permette di avvicinarci al mobile bar.

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprenso poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

Articolo correlato:

https://wp.me/p60RNT-4kS

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *