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La Recensione, The silent man

di Ciccio Capozzi

The silent man. Alla vigilia della rielezione data per certa di Richard Nixon nel 1972, scoppiò lo scandalo Watergate: furono sorpresi degli scassinatori nella sede del comitato elettorale del Partito Democratico in quell’albergo. Piano piano, tassello dopo tassello si ricompose il puzzle, grazie ai giornalisti Woodward e Bernstein del Washington Post, che portò alle dimissioni di Nixon nel ‘74, per evitare un umiliante impeachment, individuato come mandante dell’operazione. Ma ci fu una fonte, rimasta ignota fino al 2005, che dall’interno dell’Amministrazione li mise sulla strada…

La narrazione mitologica degli avvenimenti del Watergate ci è stata consegnata in un film che fece epoca, ed è a tutt’oggi considerato un classico: Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula del 76, che lanciò definitivamente Robert Redford e Dustin Hoffman. Ebbene, The silent man (USA, ‘17) ne è l’antefatto parallelo: l’incunabolo. Quello del ‘76 tracciava un profilo addirittura epico dei fatti, che s’inquadrava perfettamente in una fase, diciamo così, di riscossa della cultura e della società civile di allora, dopo il disinganno della sconfitta in Vietnam.

Il film odierno ha un’ottica molto più problematica. Regista e sceneggiatore ne è Peter Landesman, autore di non grande successo presso il pubblico, non solo abile e dotato artista, ma personalità di rilevato impegno civile. Egli nasce come romanziere, giornalista d’inchiesta e reporter: è stato in molti teatri di guerra in Africa e Asia. I suoi film hanno affrontato con coraggio tematiche spesso scottanti: come in Zona d’ombra-Una scomoda verità (‘15), da lui diretto, scritto e prodotto, con Will Smith, ha “osato” toccare il “sistema” sportivo-finanziario del football americano e l’elevata mortalità da tumore al cervello tra i suoi giocatori, indotto dallo scontro diretto testa a testa (Concussion è il suo titolo originale). Oppure La regola del gioco (‘14), da lui scritto e prodotto, con Jeremy Renner, sul giornalista, poi suicida, che scoprì lo scandalo della Presidenza Reagan, in cui la CIA, attraverso la compravendita della droga dai Narcos latino americani, foraggiava la guerriglia dei Contras contro i Sandinisti in Nicaragua. Insomma: è uno che sta sul pezzo e non molla. In realtà, si domanda l’autore nel film del ‘17, cosa spinse Mark Felt, di fatto il numero due dell’FBI a collaborare con i giornalisti? Cosa lo motivò? Tenendo conto che era anche più potente dello stesso Direttore Gray, esterno all’FBI, imposto da Nixon, dopo la morte di Edgar J. Hoover, lungamente suo potentissimo e intoccabile Direttore. In un qualche modo Mark Felt ereditò da Hoover, cui era stato sempre fedelmente vicino, la continuità del potere d’interdizione: l’FBI possedeva materiali scottanti su “tutti”, ma proprio tutti, i personaggi della politica Usa. Ma ne fece un uso assai parco: a differenza, anzi in forte opposizione col viscido Sullivan, non a caso sostenuto da Nixon in persona, che invece avrebbe voluto incrementare la potenza di ricatto e di condizionamento sulla politica americana: e come in parte fece contro personalità antinixoniane. Fu forse una vendetta per la mancata ascesa al posto di Hoover?

Il film The silent man su questo è possibilista: anzi direi che è piuttosto ambiguo. Ma non è improbabile che Felt fu “figlio” della concezione hooveriana della funzione dell’FBI. Per quanto è sempre molto problematico e quasi azzardato decifrare i comportamenti della principali Agenzie di Intelligence Usa, prevale la netta sensazione documentale che quella che ha procurato guai più grossi alla democrazia Usa e interferito più pesantemente sugli sviluppi in senso democratico di paesi nel mondo, magari in senso golpista, sia stata la CIA.  O l’altra, però sviluppatasi dopo, posta direttamente alle dipendenze del Presidente e del Pentagono (il Ministero della Difesa) la NSA (National Security Agency).

In un qualche modo, Hoover disegnava per l’FBI il ruolo di Vestale difenditrice ad oltranza di valori della Costituzione, indipendente da ogni e qualunque Esecutivo pro tempore. Fu ferocemente e istericamente anticomunista. Ma non difese il Senatore Joseph MacCarthy, quando nel ‘54 fu sottoposto a Mozione di censura da parte del Senato, e vide vanificare il suo potere: anzi, forse fu lui stesso che procurò i materiali d’accusa ai Senatori. Praticamente imbeccato da Hoover, MacCarthy fu colui che creò istituzionalmente la “Caccia alle Streghe”, ovvero la persecuzione dei sospetti comunisti, in ogni ambiente intellettuale (soprattutto il cinema): ma probabilmente stava travalicando il perimetro costituzionale.

Felt era già noto come tipico rappresentante dell’FBI: infaticabile, rigido e discreto, sicuramente affidabile. E fu Richard Nixon, nella sua sconfinata paranoia di gestione totale e di potere assoluto, che “oltraggiò” l’FBI volendo farla diventare un’”inoffensiva” appendice presidenziale.

Come si vede, anche se in modi molto sintetici, lo scenario storico-istituzionale su cui scoppiò il Watergate, era estremamente complesso: e di questo garbuglio, la personalità di Felt è la plastica rappresentazione umana. Il film, molto abilmente, “gioca” con questi materiali. Li tiene presenti, pur nella loro equivocità: ma fa prevalere il concept sceneggiatoriale che Felt operò per arginare le pretese di Nixon di controllo assoluto sulla macchina statale degli Stati Uniti. Liam Neeson incarna con padronanza e asciutta compostezza, un’umanità, fredda all’apparenza e controllatissima, ma ricca di piccole sfumature. Aveva una moglie che aveva problemi psichici (Diane Lane) ed era dilaniato dai complessi di colpa per la figlia che si era allontanata da casa per ragioni ideologiche e di conflitto con lui: ma tutto egli sopportava con stoico silenzio.

Molto efficace è l’attore Tom Sizemore, nel ruolo di Sullivan: in poche battute dà tutto il senso della sua personalità. La ricostruzione storica è precisa e compatta: la direzione artistica di Kristie Thompson ha fatto miracoli di minimalistica efficacia.

Ma il lavoro che mi ha colpito di più è quello della fotografia: prevalgono toni plumbei di poderosa metafora sulle tenebre shakespeariane che avvolgono la vita civile e democratica degli Usa. Curata da Adam Kimmel, un veterano tra pubblicità e sperimentalismo, sottolinea le fasi della narrazione sviluppando una cromaticità che si concentra sul livido grigiore dei personaggi e delle loro stanze: non solo essi vi sono rinchiusi, ma li circondano come incapaci di uscirne. Il film, data la sua non banalità e non scontatezza di giudizio storico-politico, ha avuto un bassissimo riscontro presso il pubblico.

 

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

#Cinema #Teatro #Roma di Portici.

 

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