ArteCulturaIn memoriam

Hans Werner Henze, il maestro dell’ascolto

Nel centenario della nascita (1926-2026) di Hans Werner Henze un omaggio affettuoso e tanti ricordi …

di Sergio Sivori

Ci sono incontri che segnano una carriera. E altri che cambiano una vita.

Sergio Sivori con Hans Werner Henze

L’incontro con Hans Werner Henze appartiene, per me, alla seconda categoria.

Nel 1990 fui chiamato a partecipare alla XV edizione del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, quel laboratorio umano e musicale che Henze aveva immaginato come un luogo d’incontro tra grandi maestri, giovani artisti e pubblico. Interpretavo il ruolo di Pulcinella, protagonista dell’operetta fantastica Gli spiriti dell’aria, di Matteo D’Amico. Lo spettacolo ottenne un successo che andò ben oltre le aspettative: la critica se ne occupò con grande attenzione, la stampa italiana e straniera gli dedicò ampio spazio e quella produzione rimase uno degli eventi più significativi di quell’edizione del Cantiere.

Per me, allora ventiquattrenne, fu un debutto importante. Ma soprattutto fu l’inizio di un incontro destinato a orientare il mio percorso artistico.

Ricordo ancora un pomeriggio d’estate in Piazza Grande, a Montepulciano. Eravamo seduti a un tavolino, davanti a un aperitivo. Hans parlava con quella semplicità che metteva tutti a proprio agio. A un certo punto mi disse che avrebbe desiderato scrivere un’opera per me.

Non fu una frase di circostanza. Era una proposta concreta.

Confesso che in quel momento non riuscivo ancora a misurare pienamente il significato di quelle parole. Sapevo di trovarmi davanti a uno dei più grandi compositori viventi, ma non conoscevo ancora fino in fondo la vastità del suo universo umano e artistico. Provai soprattutto gratitudine. E un senso di enorme responsabilità.

Da quella conversazione nacque un sodalizio destinato a durare negli anni.

L’anno successivo iniziammo a incontrarci regolarmente alla Leprara, la splendida casa di Hans a Marino. Lì prese forma il progetto di Le disperazioni del Signor Pulcinella, nato dalla rielaborazione del balletto Jack Pudding. Mi affidò la scrittura del libretto e immaginò per me il protagonista dell’opera, in una partitura nella quale recitazione, canto e tradizione teatrale italiana trovavano una sintesi nuova e sorprendente.

Non dimenticherò mai il metodo di lavoro di Henze.

Chi immagina il grande compositore chiuso nella propria autorevolezza sbaglia completamente prospettiva.

Hans costruiva le opere dialogando.

Ascoltava.

Faceva domande.

Accoglieva suggerimenti.

Discuteva ogni soluzione drammaturgica senza mai rinunciare alle proprie convinzioni, ma senza trasformarle in dogmi. Era uno dei rarissimi artisti capaci di esercitare l’autorità attraverso l’intelligenza e non attraverso il prestigio.

La sua curiosità era inesauribile.

Voleva capire Napoli attraverso Pulcinella, ma non gli interessava il folklore. Cercava la verità culturale di una città che aveva fatto della contraddizione la propria identità. Per questo mi coinvolse nella ricerca dei testi e dei canti della tradizione popolare napoletana destinati a entrare nella partitura.

Lavorare con Hans significava entrare in una continua conversazione tra musica, teatro, poesia e filosofia.

Ricordo con particolare affetto alcuni giorni trascorsi insieme a Sabaudia. Erano giornate di lavoro, certo, ma anche di amicizia. Con noi c’era Fausto, compagno di vita di Hans e presenza discreta, intelligente, fondamentale nel suo equilibrio quotidiano.

Le ore trascorrevano tra il manoscritto dell’opera e discussioni che sembravano non finire mai.

Un ricordo particolare, che porto ancora oggi con grande emozione, risale al luglio del 1992.

Era il 24, il giorno del mio compleanno. Hans mi telefonò e, con il suo tono affabile e diretto, mi disse semplicemente: Vieni alla Leprara, ti devo parlare.

Andai pensando a un incontro di lavoro. In realtà mi aveva preparato una sorpresa.

Alla Leprara trovai un piccolo pranzo organizzato per me: c’erano alcuni amici, Hans, Fausto e le persone che vivevano e si prendevano cura di quella casa che per lui era un luogo dell’anima.

A un certo punto Hans mi fece il suo regalo.

Mi donò un cucciolo di Whippet, uno dei levrieri che tanto amava e che erano una presenza costante nella sua vita.

La cosa mi commosse particolarmente perché sapeva della mia passione per questi animali. Non era un regalo casuale: era il frutto di un ascolto attento, della conoscenza nata negli anni, di una confidenza che andava oltre il rapporto professionale.

Quel giorno parlammo anche di letteratura. Il discorso cadde su Henry James, un altro degli autori che Hans mi invitava a leggere, come faceva spesso con i libri e la musica che riteneva fondamentali per aprire nuove prospettive.

Dopo qualche ora arrivammo a una decisione: quel cucciolo avrebbe avuto un nome legato a quella conversazione.

Lo chiamammo James.

E James rimase con me e la mia famiglia per molti anni.

Ancora oggi considero quel gesto uno dei ricordi più belli del mio rapporto con Hans: perché racchiudeva qualcosa di profondamente suo. La sua capacità di unire cultura e vita quotidiana, grandi passioni e piccoli gesti, profondità intellettuale e affetto autentico.

In quel regalo c’era tutto Henze: l’uomo curioso, il lettore instancabile, l’amico capace di trasformare un incontro in una memoria destinata a durare.

Un altro ricordo legato alla genesi di Le disperazioni del Signor Pulcinella risale proprio a quel periodo alla Leprara.

Durante uno dei momenti di incontro e di lavoro ebbi modo di conoscere Dieter Heitkamp, coreografo tedesco che sarebbe stato poi coinvolto nell’allestimento dell’opera-balletto.

Fu un incontro importante, perché da quel momento si aprì un nuovo percorso di ricerca legato alla dimensione teatrale e visiva del progetto.

Con Dieter nacque l’idea di andare insieme a Napoli per raccogliere immagini, atmosfere e luoghi. Io feci da guida, insieme a un mio amico attore, originario dei Quartieri Spagnoli, che ci accompagnò nella scoperta di una città vissuta e non semplicemente osservata.

Dieter aveva con sé una telecamera e girammo quello che divenne, di fatto, un piccolo documentario preparatorio. Non era una ricerca folkloristica, ma il tentativo di entrare nello spirito profondo di Napoli: nei suoi contrasti, nella sua energia, nella sua capacità di tenere insieme ironia e dolore.

Tempo dopo Dieter mi inviò la VHS di quel materiale che avevamo raccolto insieme. La conservo ancora oggi come una testimonianza preziosa di quel momento e di quella fase creativa.

Quelle immagini contribuirono alla costruzione della dimensione scenica dell’opera, alla sua trasposizione teatrale contemporanea e a quella idea di Pulcinella che Hans aveva cercato: non una maschera del passato, ma una figura ancora viva, capace di parlare al presente.

Si parlava di Thomas Mann e di Kafka, di Brecht e di Shakespeare, ma soprattutto di Dostoevskij.

Fu Hans a regalarmi una copia di L’idiota.

Leggilo, mi disse con quella sua gentile fermezza.

Non era un semplice consiglio di lettura. Era un invito a guardare il mondo in maniera diversa.

Successivamente tornammo più volte sul capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov. Quelle conversazioni sono rimaste dentro di me per decenni. Molto tempo dopo, quando ho affrontato teatralmente quel testo, mi sono accorto che il seme era stato piantato proprio allora, durante quelle interminabili discussioni con Hans.

Ecco perché, pensando oggi a lui, mi rendo conto che il suo insegnamento andava ben oltre la musica.

Hans era un mentore nel senso più alto del termine.

Non trasmetteva soltanto competenze.

Apriva prospettive.

Ti obbligava a uscire dalle certezze.

Ti spingeva verso libri che non avresti letto, autori che non avresti incontrato, idee che non avresti avuto il coraggio di esplorare da solo.

La stessa filosofia animava il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano: un luogo nel quale giovani artisti e grandi maestri lavoravano insieme senza steccati, nella convinzione che la cultura dovesse essere prima di tutto condivisione.

Ebbi poi il privilegio di partecipare ai festeggiamenti per il suo settantesimo compleanno. Attorno a lui gravitava una comunità internazionale di musicisti, scrittori, registi e intellettuali. Non era soltanto una festa: era il ritratto vivente della sua idea di Europa, costruita sul dialogo tra le arti e tra le persone.

Oggi, a cento anni dalla sua nascita, molto è stato scritto su Hans Werner Henze compositore.

Le dieci sinfonie.

Le opere teatrali.

I balletti.

La musica da camera.

Il Requiem.

L’impegno civile.

Il rapporto privilegiato con l’Italia.

Tutto questo appartiene alla storia della musica del Novecento.

Io, però, continuo a ricordare soprattutto l’uomo.

La sua eleganza morale.

La sua ironia.

La sua dolcezza.

La sua capacità di mettere un giovane artista nelle condizioni di esprimere il meglio di sé senza mai fargli avvertire il peso della propria immensa autorevolezza.

Riguardando oggi il mio percorso, mi accorgo che molte delle scelte artistiche compiute negli anni successivi hanno radici in quel periodo.

Hans non mi ha soltanto affidato un’opera.

Mi ha insegnato che la cultura non è accumulazione di sapere, ma esercizio quotidiano della libertà.

Ed è questa, forse, la sua eredità più profonda.

Non soltanto un catalogo straordinario di composizioni destinate a rimanere nella storia, ma l’esempio di un artista europeo capace di vivere la musica come responsabilità civile, il teatro come luogo della coscienza e l’amicizia come una forma alta di educazione.

Ogni volta che torno con la memoria a quell’estate del 1990, rivedo Hans seduto in Piazza Grande, con un bicchiere davanti e uno sguardo insieme severo e affettuoso.

Fu lì, senza enfasi e con la naturalezza dei grandi, che cambiò il corso della mia vita artistica.

Per questo, nel celebrare il centenario della sua nascita, sento di non rendere omaggio soltanto a uno dei massimi compositori del Novecento.

Rendo omaggio al grande maestro che mi ha insegnato la libertà.

Un pensiero su “Hans Werner Henze, il maestro dell’ascolto

  • Angela Procaccini

    Davvero commovente!
    Un insegnamento di vita e di cultura…

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