archiviozeta in scena con l’Edipo re
L’Edipo Re di Sofocle nella versione di Condello: archiviozeta restituisce alla tragedia la forza originaria e il rigore del verso
CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI – Alla Galleria Toledo in Via Concezione a Monte Calvario venerdì 6 marzo alle ore 19.00 (in replica sabato 7 marzo ore 20.30 e domenica 8 marzo ore 18) la compagnia archiviozeta presenta un nuovo attraversamento di Edipo re di Sofocle, traduzione del professore Federico Condello, con drammaturgia, scenografia, regia, interpretazione Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, musica di Patrizio Barontini.
Da sottolineare che la traduzione del professore Condello si distingue dalle altre famose versioni italiane per il suo estremo rigore filologico, ma non sacrifica la precisione alla libertà poetica, rispettando, nello stesso tempo, la coerenza tra metrica e l’azione drammatica sia delle parti corali sia dei dialoghi del protagonista. Questo approccio restituisce l’esatto respiro ritmico sia delle parti corali sia dei dialoghi, assecondando con efficacia il pathos dei personaggi.
A distanza di qualche anno dalla sua ultima ripresa nel 2022, lo spettacolo torna in scena come terreno di ricerca sulle tracce metateatrali del testo mettendo in evidenza la postura poetica e formale della compagnia.
Il luogo del delitto è sotto gli occhi di tutti. La versione di Edipo di archiviozeta cammina sul filo dei contrasti, degli interrogatori e delle indagini alla ricerca ossessiva del colpevole: in scena due figure istruiscono il procedimento ineluttabile che porta alla conoscenza e quindi al dolore.
Note di regia
Colui che cerca è l’oggetto della ricerca
chi non sa è colui a proposito del quale si tratta di sapere
colui che ha sguinzagliato i cani è egli stesso la preda
la pista in cui li ha lanciati li riconduce al punto in cui li attende.
Michel Foucault – Lezioni sulla volontà di sapere/Il sapere di Edipo
Una lunga storia… Abbiamo iniziato a girare intorno a Edipo Re nel 2011 quando decidemmo di metterlo in scena a Fiesole, a cento anni di distanza dall’inaugurazione del Teatro Romano che – primo in Italia – nel 1911 ospitò un Edipo in un sito archeologico. Lo spettacolo era all’ora del tramonto e senza nessuna amplificazione, la musica era suonata dal vivo, in scena eravamo in quattro. Ma non si fa Edipo senza una lingua e senza una profonda conoscenza del greco antico, dei giochi di parole, dei lapsus, dei tranelli e delle false piste. Decidemmo di mettere in scena Edipo perché ci colpì profondamente la ricerca filologica attenta e la contemporaneità della nuova e ancora mai rappresentata traduzione di Federico Condello dell’Università di Bologna. Qualche tempo dopo facemmo un nuovo allestimento in due capannoni dismessi dai lavori dell’Alta Velocità nella Valle del Santerno, tra Imola e Firenzuola. Era un altro spettacolo. Eravamo al chiuso ma quando sul finale si aprivano i portelloni, il pubblico, da quello spazio industriale, poteva vedere il verde dei boschi intorno: il nostro Citerone era là a due passi!
Nel 2015 ci venne offerta la possibilità di riallestirlo in occasione delle serate in Aula Magna Santa Lucia dell’Università di Bologna, preceduto da una lezione di Massimo Recalcati. Decidemmo di ripensare tutto lo spettacolo per farne una cosa completamente diversa: tutto in due attori, doveva essere uno scontro dialettico fino all’ultimo respiro, un tentativo di far emergere al massimo le tracce metateatrali e di far risaltare uno straniamento che portasse ancora più in luce la lacerazione profonda della contemporaneità.
Ma come lavorare su un personaggio come Edipo, vittima e colpevole allo stesso tempo, come rappresentare la complessità dei diversi personaggi che si attorcigliano a lui per salvarlo o annientarlo? Pensare Edipo come un dialogo aumenta la complessità: il protagonista lo conosciamo. Ma chi è questa deuteragonista che in sequenza si trasforma in Sfinge, Tiresia, Giocasta, Messaggero, Pastore? Uno spettro che tenta di sviare il colpevole dalla verità pur dicendola apertamente, che sembra l’artefice del suo destino, che lo obbliga a vivere sul luogo del delitto e che lo precipita in un incubo oscuro dal quale non può uscire? È forse questo suo doppio ossessivo il responsabile di tutto?
L’importante è non rispondere a questa domanda, lasciare che il dubbio rimanga come un tarlo nella mente, come una lotta tra saperi.
Da questo naufragio nell’abisso è nata la partitura musicale e sonora di Patrizio Barontini ed è emerso il segno scenografico: una Y disegnata sul palcoscenico, una Lambda maiuscola – la lettera greca – lettera zoppa, simbolo della stirpe di Edipo, lettera genetica contenuta nel nome stesso dei Labdacidi, quasi un cromosoma di luce, abbiamo sotto gli occhi il crocevia di tre cammini, spazio sospeso, indefinito o iperdefinito, passaggio dalla visibile oscurità alla luce accecante.
Così è nato un nuovo Edipo, tragedia immensa e immensamente tragica: la storia di un bambino preso nella trappola genetica e abbandonato al suo destino.
Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
