Diari di Frontiera – Salomon Maimon e la crisi della conoscenza moderna di Ivan Pozzoni | 11
L’autore rilegge il pensiero di Salomon Maimon, filosofo che mise in discussione i fondamenti della filosofia kantiana e contribuì al dibattito da cui nacque l’idealismo tedesco
di Ivan Pozzoni
La crepa nella ragione: Maimon contro Kant
La storia della filosofia tende a organizzarsi intorno a nomi capaci di trasformare le proprie intuizioni in sistemi, scuole e istituzioni. Salomon Maimon (1753–1800) occupa una posizione diversa: è una figura che acquista significato attraverso le difficoltà che introduce nel sistema altrui. La sua marginalità storiografica è interessante perché contrasta con l’importanza riconosciutagli da alcuni protagonisti dell’idealismo tedesco.
Il suo Versuch über die Transzendentalphilosophie del 1790 interviene nel momento in cui la filosofia kantiana ha modificato radicalmente il problema della conoscenza, rendendo necessario spiegare come il soggetto riesca a conoscere oggetti che gli si presentano attraverso l’esperienza. La questione è: se la conoscenza dipende dalle strutture attraverso cui il soggetto organizza l’esperienza, come possiamo spiegare il rapporto fra queste strutture e ciò che viene conosciuto? Kant distingue la materia della conoscenza, ricevuta attraverso la sensibilità, dalle forme e dai concetti che rendono possibile l’esperienza. Maimon considera problematica la connessione fra questi elementi. La sua obiezione investe il punto in cui la filosofia critica deve spiegare il passaggio dalla datità sensibile alla determinazione concettuale. Come si giustifica il fatto che un contenuto particolare possa essere ricondotto a una categoria generale? E quale fondamento consente di affermare che la categoria sia legittimamente applicabile a quel contenuto? La difficoltà riguarda il quid juris, cioè la giustificazione del diritto con cui i concetti vengono applicati agli oggetti. La filosofia trascendentale deve dimostrare la validità delle condizioni che rendono possibile l’esperienza. Per Maimon, questa dimostrazione incontra un limite quando la sensibilità e l’intelletto vengono trattati come facoltà distinte, la cui relazione rimane da chiarire. La separazione rischia di introdurre nel cuore della teoria una discontinuità che il sistema dovrebbe spiegare. Il problema emerge con particolare forza nella discussione della cosa in sé. Se il soggetto conosce soltanto gli oggetti come appaiono entro le condizioni dell’esperienza, quale funzione teorica possiede ciò che viene pensato come indipendente da tali condizioni? La critica di Maimon non si esaurisce nel negare la conoscibilità del noumeno. Essa domanda quale valore esplicativo debba avere un elemento che viene presupposto dove la spiegazione della conoscenza incontra il suo limite. Il rischio è che la cosa in sé diventi un nome assegnato a una difficoltà irrisolta. La radicalità della posizione maimoniana emerge nella ricerca di un principio capace di rendere intelligibile la genesi delle rappresentazioni.
Nel Versuch, il problema della conoscenza viene affrontato attraverso il rapporto fra sensibilità, immaginazione, intelletto e differenziazione degli oggetti. L’esperienza non è una raccolta di contenuti perfettamente determinati: richiede un processo attraverso il quale le rappresentazioni acquistano relazioni, continuità e identità riconoscibili. Il soggetto conoscente non si limita a registrare un mondo organizzato in ogni dettaglio. Deve essere spiegato il modo in cui qualcosa diventa oggetto per la coscienza. Una formulazione significativa, attestata nel testo tedesco del Versuch, è: «Das Bewußtsein überhaupt beruhet auf Einheit im Mannigfaltigen» («La coscienza in generale si fonda sull’unità nel molteplice»). La frase concentra un problema decisivo: l’unità dell’esperienza presuppone una relazione fra elementi differenti. Il molteplice, da solo, non costituisce una conoscenza organizzata; l’unità, a sua volta, deve poter spiegare come elementi distinti entrino in relazione. Il lavoro filosofico consiste nell’individuare le condizioni di questa relazione e nel comprenderne la genesi. La nozione di Einheit im Mannigfaltigen, unità nel molteplice, consente di accostare Maimon a una questione che attraversa la filosofia contemporanea della mente: come si produce un’esperienza unitaria a partire da processi distinti? Nelle scienze cognitive, il problema assume la forma dello studio dell’integrazione delle informazioni, della costruzione percettiva e della formazione delle rappresentazioni. Questi ambiti non confermano automaticamente la metafisica maimoniana. Offrono un lessico utile per distinguere il problema filosofico dalle ipotesi empiriche che tentano di affrontarlo. La filosofia della mente di Susan Schneider, in The Language of Thought (MIT Press, 2015), pone al centro il rapporto fra strutture cognitive, rappresentazioni e spiegazione scientifica del pensiero. Il confronto è metodologico: in entrambi i casi la conoscenza richiede un’analisi delle condizioni che rendono intelligibile l’attività mentale.
Maimon opera entro una teoria trascendentale della conoscenza; Schneider si confronta con modelli contemporanei della cognizione. La somiglianza riguarda la domanda esplicativa, le risposte appartengono a contesti teorici differenti. La pragmatica permette di precisare ulteriormente il problema. In linguistica, il significato di un enunciato dipende dalle condizioni in cui viene pronunciato, dalle intenzioni del parlante e dalle inferenze disponibili all’interlocutore. La nozione di common ground designa l’insieme delle informazioni che i partecipanti a una conversazione trattano come condivise. Il significato emerge entro una rete di relazioni e aspettative. In Maimon si trova una questione affine: la determinazione di un contenuto richiede condizioni che ne rendano possibile l’identificazione. L’analogia non trasforma la filosofia trascendentale in pragmatica linguistica; consente di riconoscere che il problema della determinazione riguarda tanto la conoscenza quanto la comunicazione. Un’analisi pragmatica del testo maimoniano deve considerare anche la funzione delle domande, delle obiezioni e delle distinzioni concettuali. L’argomentazione procede mettendo in crisi una presupposizione, mostrando che essa non è sufficiente a spiegare il fenomeno da cui dipende. La domanda retorica non svolge una funzione stilistica: obbliga il lettore a riconoscere un passaggio inferenziale che il sistema criticato non ha adeguatamente giustificato. Il testo diventa una forma di intervento filosofico. La sua forza consiste nel rendere visibile una difficoltà che, una volta riconosciuta, modifica il modo in cui il problema viene formulato. In questo senso Maimon è un autore adatto a una critica letteraria analitica. Il suo stile argomentativo deve essere studiato attraverso la distribuzione delle premesse, l’uso degli esempi, il passaggio dal caso particolare al principio generale e la funzione delle distinzioni terminologiche.
L’analisi non deve attribuire a ogni scelta lessicale un’intenzione psicologica certa. Deve mostrare come il testo orienti l’interpretazione e organizzi il consenso o il dissenso del lettore. La posta in gioco è anche istituzionale. Maimon scrive in un ambiente intellettuale in cui l’autorità filosofica è associata alla capacità di produrre sistemi coerenti, ottenere riconoscimento e partecipare alle reti di pubblicazione e insegnamento. La sua posizione sociale, la sua formazione eterogenea e il suo rapporto difficile con le istituzioni contribuiscono a rendere la sua ricezione un caso significativo per la sociologia della conoscenza. La marginalità di un autore dipende dalla difficoltà delle sue idee, dalla circolazione dei suoi testi e dalle condizioni che regolano l’accesso al prestigio culturale. Pierre Bourdieu, in Les Règles de l’art (Seuil, 1992), analizza il campo culturale come uno spazio di posizioni, conflitti e forme di capitale simbolico. Applicare questo modello a Maimon richiede cautela storica: il concetto di campo non deve essere trasferito meccanicamente alla cultura filosofica del Settecento. Tuttavia, consente di formulare una domanda produttiva: quali condizioni permettono a un pensiero di diventare parte del canone? La storia della ricezione di Maimon mostra che la rilevanza teorica e la centralità istituzionale non coincidono necessariamente.
Dalla critica all’idealismo: genesi della conoscenza, testo e istituzioni
Definire Maimon un precursore dell’idealismo tedesco significa individuare il ruolo svolto dalle sue obiezioni nella trasformazione del problema kantiano.
La formula richiede una distinzione storica: Maimon non appartiene semplicemente alla scuola idealistica successiva, né la sua filosofia coincide con i sistemi di Fichte, Schelling e Hegel. La sua importanza deriva dal fatto che contribuisce a rendere urgente una domanda alla quale tali sistemi offriranno risposte differenti: come riesce la filosofia spiegare l’unità del soggetto e dell’oggetto senza lasciare fra loro una frattura originaria? La ricezione di Maimon da parte di Fichte è significativa. In una lettera a Karl Leonhard Reinhold, Fichte esprime un giudizio straordinariamente favorevole sulla sua capacità critica: «Maimon hat die ganze Kantische Philosophie, so wie sie von allen bisher verstanden worden ist, umgestoßen» («Maimon ha rovesciato l’intera filosofia kantiana, così come era stata compresa fino a quel momento»). La formulazione, riportata nella Gesamtausgabe fichtiana, documenta l’intensità della reazione di Fichte alla critica maimoniana. Il passo non dimostra da solo che Maimon sia la causa unica dell’idealismo, attesta che la sua lettura di Kant fu percepita come una sfida teorica. La risposta fichtiana consiste nel cercare un principio capace di spiegare l’attività del soggetto e la costituzione dell’esperienza. La nozione di Setzen, porre o porre-in-essere, assume una funzione fondamentale nella Wissenschaftslehre. L’attività dell’Io diventa il punto di partenza di una spiegazione sistematica del rapporto fra soggettività e oggettività. Maimon contribuisce a rendere urgente questa trasformazione, pur mantenendo una posizione scettica sulla possibilità di raggiungere una fondazione definitiva della conoscenza. La sua influenza si colloca nel passaggio da una filosofia critica, impegnata a stabilire i limiti e le condizioni dell’esperienza, a una filosofia che cerca di derivare tali condizioni da un principio unitario. L’idealismo tedesco nasce da questa pressione interna: una teoria della conoscenza deve spiegare le relazioni che assume come fondamentali. Se la sensibilità e l’intelletto sono distinti, occorre chiarire la loro connessione; se soggetto e oggetto appartengono a ordini differenti, occorre spiegare come diventino reciprocamente accessibili.
La questione si collega al concetto di genetische Erklärung, spiegazione genetica. Una spiegazione è genetica quando chiarisce come una struttura o un fenomeno si costituiscano attraverso un processo. In Maimon, l’analisi della conoscenza tende a indagare la formazione delle rappresentazioni e le condizioni della loro determinazione. L’oggetto conosciuto viene considerato in rapporto alle operazioni che lo rendono intelligibile. Questo orientamento costituisce un riferimento interessante con l’idealismo successivo. Il confronto con Gilles Deleuze è utile sul terreno della genesi e della differenza. In Différence et répétition (Presses Universitaires de France, 1968), Deleuze attribuisce alla differenza un ruolo costitutivo e critica i modelli che la subordinano all’identità. La sua lettura di Maimon, sviluppata in relazione al problema del trascendentale, contribuisce a riportare l’autore settecentesco nel dibattito filosofico contemporaneo. La relazione fra i due pensatori non deve essere ridotta a una semplice anticipazione: Deleuze rielabora il problema in un contesto teorico autonomo. La continuità risiede nella ricerca delle condizioni genetiche della determinazione e nella critica di una concezione statica dell’esperienza. Il termine Differenz, differenza, assume un valore importante nel testo maimoniano. Le rappresentazioni devono essere determinate attraverso rapporti che permettano di distinguerle e collegarle. La differenza rende possibile l’individuazione, mentre l’unità permette di organizzare il molteplice. Il problema non riguarda soltanto il modo in cui una coscienza riconosce oggetti costituiti. Riguarda il processo attraverso il quale un contenuto diventa determinato e può essere inserito in un sistema di relazioni. Una delle formulazioni del Versuch riguarda la distinzione fra Noumena e Phänomena, noumeni e fenomeni, all’interno della ricostruzione maimoniana delle condizioni della conoscenza.
Maimon attribuisce alle strutture differenziali una funzione esplicativa nella determinazione degli oggetti. La terminologia va letta nel suo contesto: non coincide automaticamente con l’uso kantiano dei termini, perché Maimon sta tentando di riformulare il problema della relazione fra ciò che può essere pensato e ciò che può essere dato nell’intuizione. La sua proposta si lega alla nozione di unendlicher Verstand, intelletto infinito. L’intelletto umano finito conosce attraverso processi parziali, mentre un intelletto infinito rappresenterebbe il limite teorico di una conoscenza capace di comprendere integralmente la genesi dei suoi oggetti. Il concetto ha una funzione importante perché permette di misurare la distanza fra la conoscenza umana e una spiegazione completa della determinazione. La sua interpretazione coinvolge elementi razionalistici, il confronto con Spinoza e la riflessione sulla natura dell’intelletto. Il tema offre un punto di contatto con la neuroscienza contemporanea, purché il confronto resti circoscritto. Le ricerche sulla percezione mostrano che il sistema nervoso integra informazioni eterogenee e costruisce rappresentazioni sensibili al contesto, alle aspettative e alle condizioni dell’organismo. I modelli di elaborazione predittiva, ad esempio, studiano il rapporto fra segnali sensoriali e previsioni generate dal sistema cognitivo. Questa ricerca riguarda processi empirici misurabili; la teoria maimoniana riguarda le condizioni filosofiche della conoscenza. Anche la sociologia e l’antropologia dell’arte possono contribuire a comprendere la questione. Un’opera non viene riconosciuta soltanto attraverso le sue proprietà materiali: intervengono convenzioni, pratiche interpretative, istituzioni espositive e aspettative collettive. Il concetto di framing, cornice interpretativa, permette di studiare il modo in cui un oggetto acquista significato entro un contesto. L’analogia con Maimon è limitata: in entrambi i casi, l’identificazione di un oggetto richiede condizioni che ne rendano possibile la determinazione. Howard S. Becker, in Art Worlds (University of California Press, 1982), analizza la produzione artistica come risultato di cooperazioni, convenzioni e reti sociali. Questa prospettiva aiuta a comprendere la distanza fra valore teorico e riconoscimento pubblico. Il caso di Maimon suggerisce che la ricezione di un autore dipende anche dalle condizioni di circolazione dei testi e dalle istituzioni che stabiliscono quali opere meritino di essere conservate, commentate e insegnate. La sua marginalità deve essere studiata come problema di storia culturale, senza essere trasformata in una spiegazione esclusiva della sua fortuna. La politologia dell’arte introduce un ulteriore livello.
Le istituzioni culturali contribuiscono a definire il patrimonio intellettuale di una comunità, stabilendo quali voci diventino rappresentative e quali rimangano periferiche. Il canone è un dispositivo di selezione e trasmissione. Nel caso di Maimon, la sua origine ebraica, il suo percorso di formazione e la sua posizione rispetto alle istituzioni della cultura tedesca costituiscono elementi storici da considerare nell’analisi della ricezione. Sarebbe riduttivo ricondurre la sua relativa oscurità a un’unica causa identitaria: complessità filosofica, forma delle opere, reti intellettuali e successivi orientamenti storiografici concorrono a spiegare la sua collocazione. Il problema della marginalità intellettuale si collega alla nozione di recognition, riconoscimento. Una teoria è idonea a esercitare un’influenza importante attraverso interlocutori che ne trasformano le intuizioni, anche quando il nome del suo autore rimane poco visibile nella memoria collettiva. Il caso di Maimon invita a distinguere la presenza storica di un problema dalla notorietà di chi lo ha formulato. L’idealismo tedesco deve essere studiato accuratamente quando si ricostruiscono anche le obiezioni, i conflitti e i tentativi incompiuti che hanno contribuito alla sua nascita. In questa prospettiva, il confronto con la filosofia contemporanea della conoscenza permette di formulare una domanda generale: quali condizioni rendono possibile una spiegazione delle condizioni stesse del conoscere? La questione attraversa la filosofia della mente, la linguistica, la teoria dell’arte e la sociologia della cultura. I loro metodi restano distinti. La pragmatica studia l’uso degli enunciati e le inferenze contestuali; la neuroscienza analizza processi cognitivi attraverso strumenti empirici; la sociologia dell’arte ricostruisce pratiche e istituzioni; la filosofia trascendentale interroga la validità delle condizioni della conoscenza. Il loro accostamento ha valore quando chiarisce le differenze e individua problemi condivisi. Maimon rimane centrale: mostra che la filosofia critica non riesce a considerare definitivamente risolto il problema della conoscenza perché ha identificato le sue condizioni formali. Occorre spiegare come queste condizioni si connettano all’esperienza concreta e come gli oggetti acquisiscano una determinazione riconoscibile. L’idealismo tedesco raccoglierà questa esigenza, sviluppandola in direzioni differenti. Maimon rappresenta un passaggio teorico, una figura la cui forza risiede nella capacità di trasformare una difficoltà locale in un problema sistematico.
Perché Maimon conta ancora
Maimon conta perché costringe a guardare da vicino il funzionamento della conoscenza. La sua critica a Kant parte da una domanda concreta: come si collegano ciò che percepiamo e i concetti con cui lo comprendiamo? Se la risposta lascia questi due elementi separati, la spiegazione resta incompleta. Per questo Maimon cerca una teoria capace di chiarire la formazione delle rappresentazioni e il modo in cui diventano oggetti riconoscibili. Il suo contributo all’idealismo tedesco consiste nell’avere reso urgente il problema dell’unità fra soggetto e oggetto. Fichte e gli idealisti successivi cercheranno di rispondervi attraverso sistemi diversi. Maimon conserva invece un atteggiamento inquieto: la ragione può indagare le proprie condizioni, ma deve continuare a interrogare i punti in cui la spiegazione sembra arrestarsi. La sua attualità si vede anche fuori dalla storia della filosofia. La pragmatica studia come il contesto contribuisca a determinare il significato; le neuroscienze indagano come si organizzino le informazioni; la sociologia dell’arte mostra quanto il riconoscimento dipenda da pratiche e istituzioni. Questi campi affrontano problemi diversi, e il confronto permette di capire meglio la domanda di Maimon: che cosa rende possibile riconoscere qualcosa come un oggetto, un significato o un’opera? La sua marginalità, infine, ricorda che la storia intellettuale non coincide con la storia dei sistemi vincitori. Alcuni autori diventano fondamentali perché costruiscono una dottrina destinata a durare; altri perché individuano una difficoltà che le generazioni successive non possono ignorare. Maimon appartiene a questa seconda categoria. La sua eredità non è una soluzione definitiva, è una domanda che continua a mettere alla prova ogni teoria della conoscenza: come possiamo spiegare il pensiero senza dare per scontate le condizioni che lo rendono possibile?
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue.
Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.
