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Cronache francescane tra tradizione, fede e radici secolari

Nel nuovo capitolo delle Cronache di un Convento 1901-2000, le origini antiche del complesso porticese rivivono e la tradizione del pozzo di San Francesco, simbolo di fede e memoria che attraversa i secoli

PORTICI | CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI – In questi giorni è in uscita il secondo capitolo del libro Cronache di un Convento 1901-2000, edito da Fondazione San Bonaventura.

In questo nuovo volume delle Cronache di un Convento, l’autore Stanislao Scognamiglio prosegue il suo lungo lavoro di ricostruzione dedicato ai Francescani Conventuali di Portici. Il suo racconto si apre a nuovi periodi e nuove vicende che, nel corso del Novecento, hanno segnato profondamente la vita del convento di Sant’Antonio e della Città di Portici.

 Attraverso una ricerca d’archivio paziente, quai certosina, l’autore riporta alla luce la memoria di uomini, eventi e trasformazioni che hanno attraversato la comunità religiosa fino al nuovo millennio. Ne emerge un quadro vivo, fatto di difficoltà, rinascite, momenti di prova e di grande dedizione.

Il convento, infatti, non è mai stato soltanto un edificio: è stato un punto di riferimento spirituale, culturale e sociale, capace di accompagnare Portici nei suoi cambiamenti più profondi.

Il volume si inserisce nel solco del precedente, Cronache di un Convento 1337-1900, mantenendo lo stesso rigore storico e la stessa chiarezza narrativa, ma arricchendo ulteriormente il legame tra la comunità francescana e la storia locale. Ne nasce un racconto che parla di fede, di servizio e di memoria condivisa.

Il grande libro Cronache di un convento si conclude, in questa seconda parte, nell’anno 2000. Gli ultimi decenni — ancor più ricchi di eventi, testimonianze e documenti — restano un capitolo ancora da raccogliere, custodire e consegnare alla memoria.

La storia dell’antichissimo convento di Sant’Antonio, viene come sempre narrata con grande cura dal dottor Scognamiglio, attento cultore di storia locale. Ripercorrendo le fonti, ricostruisce la vita quotidiana dei Frati Minori Conventuali, mostrando il loro percorso umano e spirituale. Un cammino spesso difficile, segnato da momenti drammatici che hanno messo alla prova la loro missione: vivere il Vangelo nella povertà, nella fraternità e nel servizio agli altri, seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte.

In origine il convento era dedicato proprio al Poverello di Assisi. Solo nel 1738, per volontà del re Carlo di Borbone, molto devoto al santo patavino, venne intitolato a Sant’Antonio di Padova, figura amatissima e profondamente legata all’Ordine Francescano.

In queste pagine vive ancora la memoria di Padre Oreste Casaburo, del suo metodo paziente, a volte severo, e della sua presenza spirituale. Per l’autore è stato un sincero amico, e il suo esempio l’ha accompagnato e ispirato anche la stesura di questa seconda parte del grande lavoro dedicato al convento.

Per comprendere appieno la portata di questa ricerca, basta ricordare che la fondazione ufficiale del Convento di Sant’Antonio risale al 1337. Tuttavia, secondo lo studioso Tavani, le sue origini potrebbero essere ancora più antiche, risalenti al 1285. Se così fosse, il convento sarebbe opera dei primissimi seguaci di San Francesco, quei frati che, fedeli al suo insegnamento, percorrevano le strade per annunciare il Vangelo.

La tradizione racconta che quei frati camminassero con un semplice bastone, e che là dove la terra percossa con esso rispondeva facendo sgorgare una vena d’acqua viva, innalzassero una Porziuncola: un rifugio di preghiera, accoglienza e fraternità.

Così, dice la memoria antica, sarebbe nato anche il primo nucleo del convento porticese, come un seme di fede posato nella terra e nel cuore delle persone.

Ad avvalorare questo racconto, ancora oggi c’è un pozzo silenzioso, in fondo sulla sinistra del chiostro: la sua architettura intatta attraversa i secoli e porta il nome di San Francesco, come un respiro d’acqua che non ha mai smesso di sussurrare.

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