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Diari dell’Antiquario-Non si è mai maestri di Mario Scippa | 10

Tra arredi d’epoca e un prezioso calamaio, Mario Scippa racconta perché nell’antiquariato non si è mai davvero maestri, ma sempre allievi 

di Mario Scippa

Qualche tempo fa fui nominato, come esperto, ausiliario del giudice per una delicata divisione ereditaria in una casa importante di Napoli.

Mi presentai puntuale per le operazioni peritali.

Bussai.

Dopo qualche secondo il battente cedette con un suono sordo.

Dentro, l’androne era fresco e in ombra. Le pareti portavano ancora tracce di decorazioni sbiadite. Il pavimento di pietra, consumato al centro, raccontava secoli di passaggi.

Salimmo lentamente la scala.

Gli avvocati parlavano a bassa voce tra loro. I nomi degli eredi tornavano nelle frasi come pietre: quote, diritti, inventari, divisioni.

Arrivati al piano nobile, la porta dell’appartamento era già aperta. Appena entrai capii che quella non sarebbe stata una visita semplice.

Gli eredi erano lì.

Appena mi videro entrare, le voci si alzarono.

Prima una frase secca. Poi iniziarono a litigare davanti a me.

Gli avvocati cercavano di mantenere la calma. Io restai fermo qualche istante sulla soglia.

Poi si alzarono anche le mani.

Il suono di una sedia spostata bruscamente graffiò il pavimento. Un bicchiere urtò il bordo di un tavolo e tintinnò.

Richiamai gli avvocati.

Sentivo sotto le scarpe la consistenza del pavimento antico, levigato da anni di passi. La pietra era liscia, quasi tiepida. Le pareti restituivano ogni rumore con una lieve eco.

Sospesi le operazioni e andai via.

Chiusi la porta dietro di me e il silenzio del corridoio mi avvolse come una stanza più grande.

Contattai subito il giudice. Lo misi al corrente della situazione. Chiesi di essere accompagnato dalle forze dell’ordine.

Fu fissata una nuova data.

Quando ritornai, dopo circa un mese, due carabinieri mi aspettavano all’ingresso del palazzo.

L’androne era fresco, quasi umido. Il portone alle nostre spalle si richiuse con un suono pieno che rimase a vibrare per qualche secondo nel vuoto della scala.

Salimmo.

La mano scorreva lungo il corrimano di legno scuro, lucidato da generazioni di passaggi. Prima di iniziare pretesi che gli eredi restassero in un’altra stanza, sorvegliati.

Rimasi solo.

La casa tornò a quello che doveva essere stata per secoli: uno spazio di silenzio. Si sentiva appena il rumore lontano della strada.

Un motorino che passava. Il richiamo di una voce nel cortile. Il resto era quiete.

Il mogano dei mobili aveva un colore profondo, quasi liquido. La luce scivolava sulle superfici lucide e si fermava negli spigoli come in piccole pozze d’ombra.

Passando accanto a un tavolo sfiorai il legno con le dita. Era liscio, compatto, con quella densità che solo il tempo riesce a dare alla materia.

I bronzi dorati a mercurio erano ancora scintillanti. Catturavano la luce e la restituivano in riflessi caldi. Candelabri francesi si alzavano sopra una consolle di epoca leggermente più antica. Era napoletana.

Piedi troncopiramidali. Un fronte che ricordava il timpano di un tempio pompeiano. Il legno era laccato in un bianco avorio morbido, attraversato da fregi in legno intagliato a bassorilievo, dorati a mecca, evocavano motivi archeologici.

Il piano in marmo era monumentale. Un bianco di Carrara alto quasi sette centimetri. Passai la mano sulla superficie fredda. Era perfettamente levigata. Talmente antico che, per un istante, pensai potesse essere un frammento archeologico riutilizzato.

Poi vidi le sculture, ai quattro angoli del salone. Poggiate su imponenti colonne. Marmi che riprendevano la forma dei busti imperiali romani. Ma non erano imperatori. Erano i ritratti degli antichi proprietari.

Il potere che aveva abitato quella casa aveva assunto la forma dell’antico per dichiararsi eterno.

In mezzo a tutto questo, quasi defilato, c’era un oggetto che continuava ad attirarmi.

Un calamaio.

Era in bronzo dorato e malachite.

Il verde profondo della pietra contrastava con il metallo caldo. La superficie della malachite aveva quelle venature concentriche che sembrano onde ferme.

Lo presi tra le mani.

Era pesante. La pietra era fredda, compatta, con quella consistenza setosa che hanno alcune pietre dure quando sono state lucidate molte volte.

Poteva essere napoletano. Ma anche francese. Eppure la malachite suggeriva una provenienza russa.

Più tardi ebbi la conferma, seppi che la famiglia di origine aveva avuto contatti stretti con ambienti nobiliari vicini allo zar. Ma nonostante la malachite, il fatto che il disegno del bronzo che parlava una lingua più francese, qualcosa, nell’equilibrio complessivo, mi diceva che aveva una misura familiare. Non capivo cosa.

Lo osservai ancora per molto tempo.

Nella stanza il silenzio era tornato pieno, compatto. Si sentiva soltanto il mio respiro e, lontano, il passo dei carabinieri nel corridoio.

Mi tornò in mente la voce di un vecchio antiquario.

«Guagliò, nel nostro lavoro non si è mai davvero maestri.»

Uscii dalla casa dopo ore, quasi inebriato da tanta ricchezza, da tanta monumentalità.

Gli eredi mi vennero incontro. Uno di loro, con un tono misto tra curiosità e impazienza, mi chiese:

«Ma… c’è qualcosa di buono tra queste vecchie cose?»

Lo guardai. Non risposi subito.

Nella mia mente c’era l’immagine del calamaio.

In quel silenzio capii che si continua a imparare. Sempre. Anche quando credi di sapere.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo , ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

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