Il Tango delle parole: Anne Carson, Nobel 2026
Il Premio Nobel per la Letteratura 2026, Anne Carson conquista anche i lettori con una scrittura libera, colta e imprevedibile che intreccia poesia, mito e desiderio
di Mario Scippa
Quando ho saputo che il Nobel per la Letteratura è stato assegnato ad Anne Carson, ho provato una felicità particolare.
L’Accademia Svedese le ha conferito il riconoscimento «per la sua opera audace e inventiva che, in un gioco giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
Una di quelle rare volte in cui un premio arriva proprio dove avresti desiderato.
Mi è venuta voglia di rileggere La bellezza del marito.
E l’ho fatto.
Ventinove tanghi per raccontare un matrimonio, il desiderio, la menzogna, il tradimento, quella misteriosa ostinazione che ci tiene legati a una persona anche quando abbiamo imparato a conoscerne le peggiori miserie.
È un libro strano, bellissimo, a tratti irritante.
Carson prende una storia d’amore e la porta continuamente fuori strada. Si ferma su un verso di Keats, interroga un’immagine, chiama in causa i classici, azzarda interpretazioni, apre parentesi che sembrano destinate a portarci chissà dove. Poi, all’improvviso, ci ritroviamo dentro la storia, in un punto ancora più doloroso di quello che avevamo lasciato.
È questo che amo della sua scrittura.
La libertà di tradire la trama, di inseguire un pensiero anche a costo di smarrire il lettore. La sua fiducia nelle digressioni, nelle citazioni, negli accostamenti improbabili. Il coraggio di affidare alla parola qualcosa che la sola successione degli avvenimenti faticherebbe a raccontare.
Nel libro, e nella sua scrittura in genere c’è quel qualcosa che ormai la letteratura degli ultimi decenni sembra abbondonare, preferendo la stitichezza di restare dentro la storia, la trama, perché se no il libro non è vendibile, consumabile.
E poi ne La bellezza del marito c’è il tango.
Chi mi conosce sa quanto lo ami.
Non conoscevo ancora questa autrice, e nel mio romanzo, di ormai un po’ di anni fa, OchO Tango a Napoli, ho tentato anch’io, con i miei limitati mezzi, di far entrare il tango nella scrittura.
Cercavo un ritmo nelle parole, nei dialoghi, soprattutto nei rapporti tra i personaggi. Volevo che si avvicinassero e si allontanassero seguendo qualcosa che non sempre erano capaci di comprendere. Che un’esitazione cambiasse la direzione di una scena, che un silenzio avesse il peso di un passo mancato. La scrittura, qualche volta, doveva lasciarsi guidare. Altre volte opporre resistenza.
Rileggendo Carson sono stato felice di aver ritrovato qualcosa di quella ricerca, pur nella distanza enorme che ci separa per linguaggio e ambizioni letterarie.
Ne La bellezza del marito il tango diventa la forma stessa della relazione.
C’è un uomo bellissimo che mente e una donna che conosce le sue menzogne, eppure continua a desiderarlo. C’è il richiamo dei corpi, la memoria di ciò che sono stati, l’incapacità di interrompere certi movimenti.
E qui, da tanguero, mi sono fermato a riflettere.
Nel tango che conosco, quello delle milonghe, l’ascolto è tutto. Bisogna sentire il corpo dell’altro, concedergli spazio, accettare che un passo immaginato possa cambiare all’ultimo istante.
Nei tanghi di Carson, invece, sembra che i protagonisti continuino a danzare anche quando hanno smesso di ascoltarsi.
Forse sta proprio qui una delle intuizioni più crudeli del libro: il desiderio può sopravvivere alla fiducia, l’abitudine all’intimità, la bellezza perfino alla verità.
Mi affascina anche il suo modo di trattare i classici.
Carson li conosce profondamente, eppure si permette di discuterli, contraddirli, spostarli dalla loro epoca. Keats entra nella storia di un matrimonio infelice e quella sua antica convinzione sulla bellezza e sulla verità comincia a vacillare.
La sua è una letteratura che pensa mentre racconta, che si lascia attraversare da altre voci senza preoccuparsi troppo di nascondere le cuciture.
Certo, qualche volta Carson esagera. Alcune sue acrobazie intellettuali possono apparire compiaciute, certi passaggi sembrano chiedere al lettore uno sforzo sproporzionato. A me capita di perdere il filo, di voler tornare ai personaggi, ai loro gesti, alla carne della storia. Poi arriva una frase che rimette tutto in discussione. E ricomincio a seguirla.
Proprio come un tango, come la vita.
Forse è proprio questa disponibilità al rischio che oggi trovo così preziosa.
Viviamo in un tempo in cui anche alla letteratura si chiede spesso di essere immediata, riconoscibile, facilmente raccontabile, spendibile e vendibile.
Anne Carson continua a spostare i confini, a mescolare poesia, narrativa, saggio, mito, pensiero. Talvolta inciampa nelle sue stesse invenzioni. Ma almeno tenta strade che altri evitano.
Sono felice che abbia vinto il Nobel.
E sono felice di aver riletto La bellezza del marito, perché mi ha ricordato una delle ragioni per cui amo scrivere: quel momento in cui i personaggi cominciano a muoversi, la storia prende una direzione imprevista e tu devi decidere se trattenerla o seguirla.
Nel tango succede spesso.
Una pausa, un cambio di peso, un piede che cerca il pavimento.
E la danza prende un’altra strada.
