Diario dell’Antiquario – È arrivato qualcosa di nuovo? di Mario Scippa | 16
Antiquariato, memoria e ricerca: Mario Scippa racconta quando un oggetto “nuovo” riemerge dal tempo e torna a essere visto
di Mario Scippa
È arrivato qualcosa di nuovo?
«Buongiorno, signor Scippa. È arrivato qualcosa di nuovo?»
In un negozio di antiquariato è la domanda più frequente. E la più esatta.
Nuovo.
La pronunciano senza esitazione. Con attesa. Come se il tempo potesse davvero cominciare oggi.
Sorrido. Non per ironia. In questo luogo ogni cosa ha già attraversato decenni, mani sconosciute, case smontate, eredità divise, silenzi lunghi quanto una vita. La parola “nuovo” sembra fuori posto. Un paradosso.
Eppure capisco.
Non chiedono ciò che nasce. Chiedono ciò che appare. Il nuovo, qui, non è ciò che viene al mondo. È ciò che riemerge.
Un oggetto attraversa il tempo, cambia sguardi, perde e ritrova significato. Poi arriva davanti a te. E in quel momento comincia.
Non è il più raro. Non è il più prezioso. È quello che diventa visibile quando lo sguardo ha imparato a reggere il peso.
Una volta, nel Sud della Francia, ero con mio fratello Gennaro. I grandi déballage nei parchi fieristici: Montpellier, Avignone, Lione, Lille, Tolosa.
Alle otto i cancelli si aprivano. Per qualche minuto l’aria cambiava. Venditori che scaricavano in fretta. Compratori che camminavano veloci. Occhi più rapidi delle mani. Chi esitava perdeva.
Io avevo imparato un’altra cosa.
Quando scelgo un oggetto non sono mai solo. Con me ci sono Raffaele, mio padre. E mio nonno, Don Mario.
Li sento nel modo in cui guardo una cornice. Nel silenzio prima di toccare. Nel tempo che mi prendo mentre gli altri corrono. Tre vite nello stesso sguardo. Nello stesso gesto.
Ad Avignone, nel caos del mercato, Jean Baptiste si avvicinò senza salutare. «Vale il viaggio.»
Nient’altro. Un biglietto da visita. Uno sguardo che non chiedeva spiegazioni.
Lasciammo il mercato. Subito.
Il furgone arrancava sotto il sole. La Provenza in estate non è luce: è lama. Colline morbide, sì. Ma abbacinanti. Girasoli immobili. Lavanda che vibra nell’aria calda.
L’asfalto tremava davanti a noi. Una sinuosa striscia grigio scuro tra il giallo, il viola e l’azzurro. Sembrava di viaggiare in un quadro di Van Gogh. Ma con il motore troppo caldo e il serbatoio a metà.
Il paese apparve all’improvviso. Poche case basse. Una piazza vuota. Un bar. Entrammo.
Dentro era buio. Fumo stagnante. Ventilatori lenti che dal soffitto non muovevano nulla. Carte che battevano sui tavoli. Al nostro ingresso il silenzio.
Un silenzio che pesa.
Decine di occhi su di noi. Nessuno parlò. Non chiedemmo nulla. Capimmo.
Tre uomini si alzarono quasi insieme. Uscirono.
Quando tornammo al furgone, un’auto bianca era parcheggiata accanto. Motore acceso.
Ripartimmo. Ci seguirono.
Strade di campagna. Curve strette. Campi aperti. Dallo specchietto la sagoma si avvicinava. Sempre alla stessa distanza.
Gennaro non parlava. Io sentivo le mani sudare sul volante. Alla prima rotonda invertii la marcia.
Il motore saliva di giri. Entrammo in autostrada. Un bivio. All’ultimo istante sterzai senza freccia. L’altra macchina tirò dritto.
Continuai a guidare per chilometri. Nessuno parlava. Solo il rumore del motore e il sangue pulsava nelle orecchie.
Ci fermammo in un’area di servizio. Scendemmo senza guardarci.
Poi ci guardammo. Eravamo sudati. E vivi. Restammo in silenzio ancora per qualche minuto.
Trovammo il negozio. L’oggetto anche. Aveva ragione Jean. Non cercava attenzione. Non aveva bisogno di raccontarsi. Stava.
Poche parole. Lo comprammo.
Il giorno dopo era in vetrina, a Napoli.
Quella stessa mattina un uomo si fermò. Non entrò subito. Restò qualche passo indietro, come davanti a una soglia. Poi si avvicinò. Seguì con lo sguardo il profilo, il quadrante, le piccole ombre sotto la cornice. Non toccò. Aspettò. «È arrivato qualcosa di nuovo?»
Sorrisi.
Nuovo.
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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.
Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.
Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

