Geolier, il rap napoletano come lingua nel mondo
Il rapper Geolier tra identità, appartenenza e la forza di un linguaggio che, se divide, riesce anche a unire generazioni e immaginari diversi
di Mario Scippa
Dopo gli incredibili numeri dei concerti di Milano e Roma, e che amazon ha deciso di trasmettere il concerto di Napoli in mondovisione, sui social, e non solo, sto leggendo commenti pieni di insulti e offese contro Geolier.
Mi colpisce il tono, prima ancora del contenuto.
Quella violenza verbale rivela fastidio, paura, incapacità di ascoltare ciò che arriva da un linguaggio nuovo, da una generazione diversa, da una città che parla con voce propria.
Geolier oggi rappresenta qualcosa che va oltre il gusto musicale.
Ogni artista può essere discusso, criticato, analizzato. L’insulto, però, appartiene a un altro piano: quello del rifiuto istintivo, del disprezzo sociale, della chiusura davanti a ciò che sfugge ai codici abituali.
Il rap e la trap sono linguaggi del nostro tempo. Hanno ritmo, frattura, slang, dialetto, velocità, ferita. Nascono dentro un mondo dove i ragazzi cercano parole per raccontarsi.
Parlano di quartieri, desideri, solitudini, rabbia, soldi, amore, appartenenza, successo, cadute. Usano una lingua sporca di vita, attraversata dalla strada, dai telefoni, dai social, dalle notti, dalle promesse mancate.
Il linguaggio di Geolier è costruito sulla lingua napoletana. Questa è la sua radice, il suo suolo, la sua materia viva. Il napoletano nelle sue canzoni diventa ritmo, respiro, identità, memoria, corpo sonoro.
È una lingua antica che entra nei beat contemporanei, una lingua di vicoli e di mare che attraversa le cuffie dei ragazzi, una lingua popolare che trova una forma nuova dentro la musica urbana.
E proprio da questa radice nasce il suo carattere internazionale.
Geolier canta in napoletano, eppure parla con i rapper di tutto il mondo.
Parla la stessa grammatica emotiva e musicale di chi, a New York, Parigi, Londra, Marsiglia, Madrid, Dakar o Buenos Aires, usa il rap per raccontare appartenenza, strada, riscatto, desiderio, ferite sociali.
Il suo napoletano diventa una lingua del mondo perché entra nel codice globale dell’hip hop: flow, beat, urgenza, racconto di sé, comunità.
Questa è una delle cose più interessanti.
Una lingua profondamente locale riesce ad avere una forza internazionale. Più Geolier resta dentro Napoli, più riesce a dialogare con fuori. La sua voce parte da un luogo preciso, da un accento preciso, da una storia precisa, e proprio per questo raggiunge altri luoghi, altri accenti, altre storie.
Nel rap accade spesso così: il particolare diventa universale quando è autentico.
Napoli conosce bene questo movimento.
Da secoli trasforma la propria lingua in musica, teatro, racconto, invenzione. Il napoletano ha viaggiato nel mondo attraverso la canzone, l’opera buffa, il cinema, la poesia popolare. Oggi viaggia anche attraverso il rap.
Cambia il vestito sonoro, cambia il ritmo, cambia la scena, resta quella capacità antica di fare della lingua un destino musicale.
In certi attacchi a Geolier si sente anche il giudizio verso una provenienza, verso un accento, verso una classe sociale, verso un Sud che prende spazio senza chiedere permesso.
La sua voce porta dentro la scena musicale ragazzi che spesso restano raccontati dagli altri. Con lui, invece, quei ragazzi si riconoscono. Sentono una lingua vicina. Sentono che qualcuno racconta il mondo con parole simili alle loro.
Ogni epoca ha avuto suoni capaci di disturbare gli adulti: il jazz, il rock, il punk, il rap. Ogni volta, la musica dei giovani è sembrata eccessiva, rumorosa, incomprensibile. Poi il tempo ha mostrato che dentro quei suoni passava qualcosa di essenziale: il cambiamento, la frattura, il bisogno di esserci.
Ascoltare Geolier significa anche ascoltare questo passaggio. Significa guardare i giovani senza superiorità. Significa accettare che la cultura cambia forma, cambia ritmo, cambia lingua. A volte arriva elegante, a volte arriva ruvida. A volte entra da una porta laterale, con le scarpe sporche e il volume alto.
La critica serve. Il confronto serve. L’ascolto serve ancora di più.
