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Diari di Frontiera – Stuart Mill e l’autorità della maggioranza di Ivan Pozzoni | 13

L’analisi del pensiero di John Stuart Mill, tra libertà individuale, conformismo sociale e tirannia dell’opinione dominante

di Ivan Pozzoni

La regione che nessuno sa delimitare

 

On Liberty ruota attorno a una formula paradossale. Mill la scrive così: «the appropriate region of human liberty» [J. S. Mill, On Liberty, John W. Parker and Son, 1859, 21] («la regione appropriata della libertà umana»). Non dice dove la libertà finisca; dice che esiste una regione e che appropriarsi di essa è un’operazione, non un dato. Il confine è il vero oggetto del libro, la libertà ne è l’oggetto apparente. Chi cerca in Mill una dottrina trova una geografia in movimento, e questa scoperta sconcertante è metà della sua lezione. Il lettore che si aspettava una mappa riceve un metodo idoneo a disegnarla, e la delusione che prova è il punto di partenza che Mill voleva imporgli. Il testo non nasce nel vuoto, e leggere Mill senza il suo 1859 significa perdere metà dell’argomento. Il saggio è un intervento polemico dentro una società che stava organizzando la sua morale per legge e per costume: le campagne sulla temperanza, sulla legislazione sul riposo domenicale, sul controllo religioso sulle pubblicazioni, e quella che Mill chiama la filisteità della classe media emergente. L’Inghilterra vittoriana produceva una forma di autorità che non aveva bisogno di carcere: bastava la reputazione. Il borghese rispettabile non veniva punito per le sue eccentricità, veniva escluso, e l’esclusione sociale era una condanna efficace quanto una sentenza. Questo è lo sfondo concreto delle pagine astratte del libro, ed è la ragione secondo cui Mill insiste tanto sulla libertà di gusti e di modi di vita.

La regola che dovrebbe tracciare il confine è celebre e brutale: «the only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of a civilized community, against his will, is to prevent harm to others» [13] («l’unico scopo per cui il potere può essere legittimamente esercitato su un membro di una comunità civile, contro la sua volontà, è impedire un danno ad altri». Il nodo è che ‘danno’ non viene mai definito. Joel Feinberg ha dedicato l’intero Harm to Others (Oxford University Press, 1984) a tale vuoto, sostenendo che «the harm principle is not a single principle but a family of principles»: la lacuna è strutturale, e dentro la lacuna passa la politica. Isaiah Berlin (Four Essays on Liberty, Oxford University Press, 1969) osserva che in quello spazio Mill oscilla tra la semplice assenza di ostacoli e un ideale di sviluppo umano perfezionista. È una oscillazione che il testo non risolve mai, e che nessun commentatore successivo è riuscito a sciogliere senza forzare una delle due direzioni. Il criterio del libro non è giuridico, è antropologico, e viene dichiarato fin dall’epigrafe, presa da Humboldt: «the absolute and essential importance of human development in its richest diversity» [8] («l’assoluta ed essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità»).

Mill difende la varietà delle vite, e la maggioranza è pericolosa perché la riduce. La minaccia non è soltanto lo Stato: è la «tyranny of the prevailing opinion and feeling» [9] («tirannia dell’opinione e del sentimento dominanti») che penetra «into the details of life» e che «enslaves the soul itself» [10], cioè «schiavizza l’anima stessa». Il lessico si sposta dal diritto alla psicologia. Mill non sta descrivendo un ordinamento giuridico, sta descrivendo una pressione che agisce sui corpi e sulle menti prima ancora che sulle carte. Il conformismo, secondo lui, non è un difetto morale da biasimare: è un vizio cognitivo da comprendere, una pigrizia che si installa nell’abitudine e che si presenta come buon senso. Chi lo subisce non si sente oppresso, si sente ragionevole, e questa invisibilità della costrizione è la ragione secondo cui Mill la teme più della legge. La pragmatica del testo conferma la lettura. Mill argomenta per esempi e per sottrazione, in modo ostensivo, mai per definizione: mostra casi, toglie casi, e lascia che il lettore costruisca il criterio. Un confine tracciato per ostensione è un confine che l’interprete deve ricostruire ogni volta, e questo spiega perché due secoli di letture non abbiano prodotto un accordo. Il testo non nasconde il problema, lo mette in scena. Ogni volta che Mill deve dire dove finisce l’individuo, ricorre a un caso concreto, e ogni caso è discutibile, e Mill lo sapeva mentre scriveva. La critica letteraria analitica aggiunge un tassello che sfugge alla lettura puramente dottrinale. On Liberty è costruito su un regime di enunciazione impersonale, dove il soggetto che parla è ‘mankind’ o ‘society’, e l’individuo è un ‘one’, un caso singolo. Questa scelta grammaticale non è neutra: il libro mette in scena la sproporzione che denuncia, un singolo circondato da una massa che parla al singolare collettivo. La forma è contenuto, e il contenuto è conflitto.

Il tema: dove passa la linea tra l’io e la maggioranza

Il capitolo II fonda la libertà di espressione su un beneficio dell’uditorio, non su un diritto del parlante. Questa è la mossa teorica decisiva, e la maggior parte delle letture la lascia in ombra. La scala dell’argomento è iperbolica di proposito: «if all mankind minus one were of one opinion, and only one person were of the contrary opinion, mankind would be no more justified in silencing that one person, than he, if he had the power, would be justified in silencing mankind» [21] («se tutta l’umanità meno uno fosse di una sola opinione, e una sola persona fosse di parere contrario, l’umanità non avrebbe più diritto di mettere a tacere quella persona di quanto quella persona, se ne avesse il potere, avrebbe diritto di mettere a tacere l’umanità»). Il numero non produce autorità epistemica: questa è la tesi, e l’asimmetria tra uno e tutti serve a isolare la variabile del numero e a mostrarla nuda, priva di ogni prestigio. La ragione profonda è cognitiva prima che politica: la verità ricevuta senza contestazione degenera in «a dead dogma, not a living truth» [70], («un dogma morto, non una verità viva»). Irving Janis (Victims of Groupthink, Houghton Mifflin, 1972) descrive lo stesso collasso sul piano dei piccoli gruppi, dove «the more amiability and esprit de corps, the greater the danger that independent critical thinking will be replaced by groupthink». Raymond Nickerson (Review of General Psychology, 1998) mostra che il confirmation bias rende tale degenerazione quasi automatica, e che la mente non cerca la verità ma la conferma delle sue attese.

Sul versante sperimentale, la pressione del gruppo ha una misura precisa. Solomon Asch (Opinions and Social Pressure, in Scientific American, 1955) ha mostrato che una quota rilevante di soggetti nega l’evidenza percettiva – la lunghezza di una linea, non un’opinione politica- pur di non contraddire la maggioranza presente nella stanza. Il dato decisivo non è la percentuale, che varia con le condizioni, ma la sua struttura: la conformità aumenta con l’unanimità del gruppo e crolla quando compare un solo alleato dissenziente. Il dissenso di uno basta a rompere l’incantesimo. Mill lo aveva intuito senza laboratorio: la sua tesi è che il valore del dissenziente non stia nella sua verità, ma nella sua funzione di rendere nuovamente pensabile l’alternativa. La psicologia sociale aggiunge una distinzione che Mill non poteva formulare ma che conferma la sua diagnosi: tra compliance, la conformità dichiarata, e internalization, la conformità interiorizzata.

La seconda è il vero esito temuto, perché il soggetto smette di percepire la costrizione e la scambia per il suo giudizio. Il costo cognitivo dell’auto-censura precede la scelta: chi tace per stanchezza elabora meno, e la stanchezza si accumula. È esattamente la condizione descritta dalla «tirannia dell’opinione dominante», applicata alla mente individuale. Sul versante delle reti, Cass Sunstein (Republic.com, Princeton University Press, 2001) documenta come l’ambiente digitale non produca l’agon delle opinioni ma la loro segregazione: l’uditorio di Mill si è moltiplicato numericamente e insieme disciolto come comunità di discussione. Il vero colpo di Mill è spostare l’attenzione dalla legge alla sanzione diffusa. Da Locke a Constant il liberalismo protegge l’individuo dallo Stato; Mill aggiunge la pressione sociale come fonte autonoma di coercizione, priva di tribunali e di polizia. La sociologia e l’antropologia dell’arte illuminano il meccanismo: Howard Becker (Art Worlds, University of California Press, 1982) spiega che «art worlds consist of all the people whose activities are necessary to the production of the characteristic works which that world defines as art», e Pierre Bourdieu (La distinction, Les Éditions de Minuit, 1979) mostra che il gusto condiviso non è solo opinione, perché legittima come naturale una gerarchia sociale e la riproduce senza che nessuno la imponga. Un modo di vivere fuori convenzione non viene vietato, viene ignorato. La politologia dell’arte ne trae una conseguenza diretta e scomoda: il canone è una forma di autorità che non ha bisogno di maggioranze parlamentari, e che nessun tribunale riesce a sindacare. La stessa logica, applicata alla politica, produce quello che Tocqueville (De la démocratie en Amérique, 1835) aveva chiamato dispotismo dolce: un potere che non comanda, orienta, e che governa tanto meglio quanto meno si fa sentire.

Tocqueville temeva che la passione per l’uguaglianza generasse una tutela mite e continua, capace di rendere i cittadini minori di età senza mai opprimerli. Mill teme la stessa cosa da una premessa diversa: non l’uguaglianza, ma la pigrizia del pensiero. La coincidenza dei due esiti è la parte interessante del confronto, perché due diagnosi opposte convergono sulla stessa minaccia, una maggioranza che non ha bisogno di essere crudele per essere assoluta. Il confine resta scivoloso, e Mill riconosce la difficoltà. Se la maggioranza non è in grado di coercire, quanto riesce a influenzare? Il capitolo IV concede la disapprovazione e pone un limite: «he must not make him feel uncomfortable» [74] («non deve fargli provare disagio»). Presa sul serio, la formula minerebbe quasi tutta la vita sociale, perché self-regarding e other-regarding non sono domini separabili: quasi ogni atto ha ricadute esterne, quasi ogni scelta tocca qualcun altro. La soluzione di Mill è procedurale, non sostanziale, ed è questa la sua vera innovazione tecnica: chi vuole limitare ha l’onere della prova. Il capitolo III sposta la posta in gioco, dichiarando che l’individualità è «one of the elements of well-being» [57], («uno degli elementi del benessere»): una società che comprime la diversità non produce solo uomini meno liberi, ma uomini diminuiti, esseri umani che hanno perso qualcosa che non sanno di avere perduto. Mill dice, con formula rivelatrice, che l’atto individuale «ought to be» libero, «dovrebbe essere» libero, confessando che il problema è il criterio, non il principio, e che il dovere di libertà va difeso dove la sua evidenza vacilla. Su quel criterio si dividono gli interpreti, e la frattura non è mai stata ricomposta. Gertrude Himmelfarb (On Liberty and Liberalism, Knopf, 1974) legge un Mill «più interventista di quanto l’etichetta liberale lasci credere», e sostiene che l’immagine di un Mill puramente non-interventista sia un prodotto postumo della ricezione, non del testo. John Gray (Mill on Liberty: A Defence, Routledge, 1983) difende la coerenza utilitarista dell’argomento, sostenendo che il principio del danno sia compatibile con la struttura consequenzialista dell’etica milliana e che l’apparente perfezionismo non la contraddica. David O. Brink (Mill’s Progressive Principles, Oxford University Press, 2013) ricostruisce l’utilitarismo di Mill come una forma di perfezionismo liberale, in cui la libertà è strumento dello sviluppo umano e non fine ultimo autonomo.

Stefan Collini, nell’edizione Cambridge di On Liberty and Other Writings (Cambridge University Press, 1989), insiste sul contesto vittoriano del testo e sulle sue occasioni polemiche, leggendo il saggio come intervento in un dibattito preciso più che come trattato senza tempo. Alan Ryan (The Philosophy of John Stuart Mill, Macmillan, 1970) mostra che la tensione attraversa l’intera opera, dall’Utilitarianism ai Principles of Political Economy, e che non è riducibile a un’incertezza del solo saggio sulla libertà. Sul piano giuridico il conflitto è aperto e non ammette soluzioni indolori. Jeremy Waldron (The Harm in Hate Speech, Harvard University Press, 2012) contesta il marketplace of ideas come metafora troppo ottimistica, perché «the assurance of dignity is one of the most important goods that a society can provide»: il discorso che degrada intacca beni reali, non offese, e la protezione di quei beni non è censura ma garanzia di pari cittadinanza. Ronald Dworkin (Freedom’s Law, Oxford University Press, 1996) tiene il punto opposto, sostenendo che «free speech is a condition of legitimate government», non un bene da bilanciare, e che limitarla non sia mai un semplice costo ma un attentato alla legittimità stessa dell’ordine politico. Mill sta vicino a Dworkin per la struttura consequenzialista dell’argomento e vicino a Waldron per la premessa, perché non rinuncia a un residuo di dignità che nessun calcolo giustifica. Cass Sunstein (Why Societies Need Dissent, Harvard University Press, 2003) arriva a una conclusione che Mill avrebbe sottoscritto senza esitare: «dissent is a public good», un bene che nessuno ha interesse individuale a produrre e dal quale tutti traggono vantaggio. Martha Nussbaum (Creating Capabilities, Harvard University Press, 2011) sposta il criterio dalla non-interferenza alla «capability to live a life worthy of human dignity», perché essere formalmente liberi di parlare pesa poco senza istruzione, voce e ascolto: la libertà senza mezzi è una libertà di carta.

Conclusione: quello che resta di Mill

Mill non ci ha lasciato una regola, ci ha lasciato un’onestà di metodo. Il confine tra la sfera individuale e l’autorità della maggioranza non esiste in natura, e ogni tentativo di fissarlo fallisce perché le vite sono intrecciate. Quello che Mill insegna è come si discute quando la linea è contestata: chi vuole limitare la libertà di qualcun altro deve spiegare perché, e l’argomento non deve ridursi al fatto che i più disapprovano. È un onere della prova. È la differenza tra una società che limita per ragioni e una che limita per rumore. La parte del libro che invecchia meglio è quella meno giuridica. Mill diffida di due cose insieme, dello Stato che legifera e della folla che disapprova per abitudine. Il secondo pericolo ci riguarda più del primo, perché non ha leggi, non ha confini e non ha bisogno di cattiveria. Quando un’opinione impopolare non viene vietata e resa stancante da sostenere, Mill ha visto tutto: è la tirannia dell’opinione dominante, e non richiede nessun tiranno. Richiede che siamo d’accordo senza discutere, e che nessuno trovi strano il silenzio. Il conformismo diventa invisibile nel momento in cui sembra buon senso, e questo è il suo successo completo. Alla fine la difesa della diversità non è una questione di tolleranza. È il riconoscimento che non sappiamo in anticipo che modi di vivere siano buoni, e che una società la quale comprime le differenze non diventa soltanto stretta: diventa povera nel pensare. Le neuroscienze sociali confermano quella povertà con un linguaggio diverso, mostrando che la pressione conformistica riduce l’elaborazione indipendente prima ancora che la scelta, e che il dissenso costa fatica a chi lo pratica e beneficio a chi lo ascolta. Mill non chiede allo Stato di proteggerci gli uni dagli altri. Chiede che non ci facciamo troppo male a vicenda con l’approvazione di chi ci sta intorno.

 

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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue.

Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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