Diari dell’Antiquario – La prima volta che vidi il presepe Cuciniello di Mario Scippa | 19
Mario Scippa racconta la prima visita al presepe Cuciniello: la salita della Pedamentina, Napoli dall’alto e la scoperta di una città in miniatura
di Mario Scippa
La domenica mattina mio padre ci svegliava presto, non spiegava mai dove saremmo andati.
«Vestitevi.»
Quella volta prese la macchina, percorremmo la città in salita. La lasciò al Corso Vittorio Emanuele.
Io e Gennaro pensammo che avesse parcheggiato male. Indicò una rampa stretta tra due palazzi.
Era la Pedamentina.
I primi gradini erano larghi, quasi innocui. Poi la scala si fece irregolare. Tufo affiorante, angoli smussati dal passaggio di generazioni. Alcuni tratti umidi, altri polverosi. Il corrimano freddo sotto la mano. Il sole tagliava le rampe in diagonale, lasciando metà in ombra.
Gennaro contava i pianerottoli. Io osservavo i muri: intonaci scrostati, macchie di umidità, piccole nicchie con immagini sacre annerite dal tempo.
Ogni curva apriva uno scorcio. Prima un tetto. Poi una cupola. Poi una lama di mare. A metà salita il Vesuvio apparve intero. Una massa viva, con una piega scura nel cratere. Il mare sotto, spezzato dalla luce. Le case addossate l’una all’altra, terrazze, orti pensili, fili tesi tra balconi con panni stesi che ci sfioravano il volto. Odore fresco di bucato. Una donna batteva un tappeto. Un uomo seduto su uno scalino sbucciava arance. Il profumo agrumato restava nell’aria. Un gatto attraversò la rampa con passo lento, come se quella scala fosse sua.
Poi lo sentimmo.
Un suono basso. Sembrava un abbaio. Un tremore nella gola. Ci fermammo nello stesso istante. Era legato fuori da una porta socchiusa.
Il corpo enorme occupava mezzo pianerottolo. Pelle piegata sul collo come una corazza morbida. Le zampe larghe, piantate nel tufo. La catena corta, tesa. Gli occhi, scuri, umidi, ci fissavano senza fretta.
Gennaro mi afferrò il braccio.
Sentii il sudore improvviso sotto la camicia. Il corrimano diventò scivoloso. Avevo la sensazione che bastasse un movimento sbagliato perché tutto cedesse: la scala, la città sotto, l’equilibrio.
Il cane fece un passo avanti. La catena stridette contro l’anello di ferro. Il suono rimbalzò tra i muri stretti. Io e Gennaro arretrammo di qualche passo spaventati.
Mio padre rise. Una risata breve, tranquilla, quasi divertita.
«È solo un cane.»
Fece due passi verso di lui. Noi restammo indietro, immobili. Allungò la mano. La posò sulla testa larga, tra le pieghe della pelle. Il mastino abbassò appena il capo. Nessun ringhio. Solo un respiro pesante, caldo.
«Vedi?» disse senza voltarsi.
«Custodisce. Non attacca.»
Io non ero convinto. Ma il cane non si mosse più.
Quando riprendemmo a salire, sentivo ancora il suo fiato sulla schiena. La salita sembrava non finire mai. Ci disse che eravamo a metà strada. Rampe dentro rampe. Archi bassi. Slargi improvvisi da cui si vedeva la città intera, poi di nuovo muri vicini, stretti.
Era un mondo.
A un certo punto mi accorsi che mi ricordava qualcosa: case sovrapposte, scale che salivano e scendevano nello stesso spazio, figure distribuite su più livelli.
Mio padre si accorse del mio smarrimento, si fermò un istante. Allargando le braccia verso uno scorcio di panorama disse:
«Non cercare il centro. Guarda cosa tiene tutto.»
Riprendemmo a salire. Quando arrivammo al piazzale di San Martino, la città si spalancò davanti a noi. Napoli dall’alto è una distesa che vibra. Il porto come una lama lucida. Il mare aperto oltre. Il Vesuvio di lato, quasi a contenere tutto. Le cupole, i campanili, le terrazze sovrapposte. Nessuna linea dominante. Nessun centro evidente.
C’erano i cannocchiali a pagamento. Tubolari di metallo fissati al parapetto. Si infilavano venti lire e si poteva avvicinare il porto, le navi, le facciate lontane.
Gennaro insistette. Mio padre gli diede la moneta. Lo guardai infilare l’occhio nel tubo, muovere lentamente l’inquadratura. Io restai senza cannocchiale. La città intera mi bastava.
Entrammo nella Certosa. Il cambio fu brusco. Dal vento al silenzio. Dalla luce aperta al fresco della pietra. I passi rimbombavano appena nel cortile. Le arcate regolari. Il chiostro ordinato. Dopo la salita irregolare, quell’architettura sembrava voler contenere tutto.
Al piano terra c’erano le antiche carrozze. Legno, ferro, ruote alte quanto me. Interni imbottiti. Vernici scure. Strutture pensate per muoversi in un altro tempo.
Mio padre, come sempre, non spiegava. Lasciava che guardassimo.
Salimmo ai saloni. Mobili intagliati. Quadri incorniciati in oro opaco. Nature morte, ritratti, paesaggi. Sculture in marmo che trattenevano la luce sulle superfici levigate.
Odore di cera e di stoffa antica. Il silenzio era diverso da quello della piazza: più raccolto, più vigilato.
Camminavamo senza fretta. Poi girammo un angolo.
All’inizio non capii cosa stessi guardando.
Case sovrapposte. Ponti. Scale. Archi. Grotticelle. Figure minuscole, ognuna assorta in un gesto che non chiedeva di essere osservato. Un uomo pesava la farina. Una donna sollevava una brocca. Un oste versava vino. Tutto accadeva come se noi non fossimo lì.
Gennaro cercò subito la capanna.
«Dov’è Gesù?»
Mio padre indicò appena.
«Lì.»
Dovetti cercarla anch’io. La Natività era defilata. Piccola. Mi accorsi che stavo trattenendo il respiro. Ogni volta che fissavo una figura, un’altra mi chiamava. Ogni dettaglio apriva un’altra scena. Il sacro non interrompeva il mercato. L’evento più assoluto conviveva con il gesto più ordinario. Era il presepe Cuciniello.
Davanti al presepe vivevo una forma di vertigine.
Lo guardavo e pensavo alla salita. Le rampe. Le case sovrapposte. Il Vesuvio visto di lato. La città senza centro evidente che pure stava insieme. Mio padre disse piano, quasi a sé stesso: «Non cercare il centro. Guarda cosa tiene tutto».
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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.
Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.
Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.


