Diari di Cultura – Il centro non è una persona di Sergio Sivori | 19
Il centro del gruppo non è chi lo guida, ma la responsabilità condivisa, la relazione e il progetto comune
di Sergio Sivori
Sul gruppo, sulla responsabilità condivisa e sulla necessità di non confondere la guida con il possesso
Un progetto può nascere da una persona, da un’intuizione, da una necessità, persino da un’urgenza. Ma nel momento in cui comincia a diventare reale, smette di appartenere soltanto a chi lo ha immaginato.
Un’idea può avere un autore. Un progetto, quando diventa organismo, ha bisogno di una comunità.
È un passaggio che, nel teatro, diventa particolarmente evidente. Uno spettacolo può nascere da una visione, da una regia, da una scrittura. Ma, quando prende forma, quella visione incontra corpi, voci, competenze, sensibilità, tecniche, responsabilità. Incontra altre persone. E da quel momento non può più essere soltanto la proiezione di chi l’ha concepita.
È proprio in questo passaggio che ho cominciato a interrogarmi sul significato di una compagnia, di un gruppo, di una comunità di lavoro.
Dalla compagnia al gruppo
Quando ho cominciato a passare dall’idea di compagnia alla costruzione di un gruppo stabile, mi sono trovato davanti a condizioni molto diverse da quelle che avevo immaginato.
All’inizio le relazioni possono essere anche funzionali, talvolta persino forzate. Le persone si incontrano, lavorano insieme, condividono un progetto, ma non necessariamente condividono ancora un orizzonte comune.
Le prime difficoltà, quindi, non riguardano soltanto il lavoro artistico. Riguardano la ricerca di quei meccanismi capaci di tenere insieme un gruppo che ancora non sa pienamente di esserlo.
In quel periodo mi sono accorto, forse non immediatamente, di aver introdotto regole troppo rigide. Cercavo di costruire autorevolezza, ma qualche volta correvo il rischio di esercitare autorità.
È stata una distinzione importante.
L’autorità può ottenere un comportamento. L’autorevolezza, invece, costruisce una relazione.
Ho dovuto quindi modificare alcuni strumenti, imparare a rapportarmi in modo diverso alle singole persone, comprendere che un gruppo non si consolida eliminando le differenze, ma riconoscendole.
Questa consapevolezza è maturata anche attraverso gli incontri e le esperienze avute in contesti diversi e attraverso i maestri che ho incontrato nel mio percorso.
Ho cominciato a comprendere che ciò che può tenere insieme un gruppo non è l’omologazione delle persone, ma, al contrario, l’esaltazione delle soggettività: riconoscere ciò che ciascuno porta, la propria specificità, la propria sensibilità, la propria competenza, e metterla in relazione con un obiettivo condiviso.
Non si trattava più di chiedere alle persone di diventare uguali per poter lavorare insieme.
Si trattava di creare le condizioni perché potessero essere diverse senza smettere di appartenere allo stesso percorso.
Questa consapevolezza ha cambiato il mio modo di intendere il lavoro. Ma non ha mai rappresentato una formula definitiva. Perché nessuna forma garantisce a un gruppo di rimanere insieme per sempre.
I gruppi cambiano. Le persone cambiano. Le esigenze cambiano. E arriva, prima o poi, il momento in cui ciò che sembrava stabile deve essere nuovamente messo in discussione.
La giusta distanza
Nel corso degli anni, alcune letture hanno contribuito a dare un nome a domande che la pratica mi aveva già posto.
Una di queste è la celebre immagine dei porcospini di Schopenhauer. Non mi interessa riprenderne la formulazione filosofica, né trasferirla meccanicamente nel lavoro teatrale. Mi interessa ciò che quell’immagine suggerisce: la difficoltà di stare insieme senza annullarsi e senza ferirsi.
Ogni individuo ha bisogno degli altri, ma ha anche bisogno di uno spazio proprio. Troppa distanza produce isolamento; troppa vicinanza può trasformarsi in attrito, invasione, perdita di autonomia.
Nel lavoro di gruppo questa ricerca della giusta distanza è continua.
Anche in teatro non si tratta di fondere le individualità in un corpo indistinto. Si tratta di metterle in relazione, permettendo a ciascuna di conservare la propria specificità e, nello stesso tempo, di contribuire a qualcosa che nessuna potrebbe realizzare da sola.
Forse anche per questo ho imparato che tenere insieme un gruppo non significa avvicinare continuamente le persone, ma trovare la distanza nella quale possano riconoscersi senza smettere di essere se stesse.
Ciò che un gruppo può generare
Molti degli studi che ho affrontato nel tempo sono nati inizialmente sul piano teorico. Solo dopo, attraverso l’esperienza, ho riconosciuto nella pratica ciò che avevo incontrato nei libri, nei racconti, nelle testimonianze dei grandi maestri del teatro del Novecento.
Mi sono accorto che molti di loro avevano affrontato, in forme differenti, lo stesso problema: come tenere insieme un gruppo e, contemporaneamente, costruire un percorso capace di giustificarne l’esistenza.
Guardando alla storia del teatro, emerge inoltre un dato interessante. Anche le esperienze più importanti, salvo rare eccezioni, non sono rimaste immutate per tutta la loro durata. Da un gruppo sono nate persone, idee, percorsi differenti. Alcuni hanno preso altre strade, hanno formato altri gruppi, hanno sviluppato ricerche autonome.
Penso, per esempio, all’esperienza di Stanislavskij e del Teatro d’Arte di Mosca. Dentro quell’esperienza straordinaria si sono formate personalità e percorsi che hanno poi assunto direzioni differenti, pur conservando, in modi diversi, qualcosa dell’esperienza originaria. Mejerchol’d, Vachtangov e altri hanno sviluppato ricerche autonome, aprendo possibilità che non coincidevano più con una sola forma.
Non mi interessa stabilire quale di queste strade fosse quella giusta.
Mi interessa ciò che il fenomeno racconta.
Un gruppo contiene, spesso, anche ciò che ancora non sa di poter diventare.
Per questo l’idea di una possibile “esplosione” del gruppo non deve essere necessariamente letta come una sconfitta. Può assomigliare, in una certa misura, a ciò che accade a una stella: ciò che sembra disperdersi può diventare materia per altre stelle, altre forme, altre traiettorie.
Naturalmente non tutte le dispersioni sono positive. Un gruppo può dissolversi perché si sono consumate le relazioni, perché la responsabilità si è concentrata troppo, perché è venuto meno un orizzonte comune.
Ma non sempre la fine di una forma coincide con la fine di ciò che quella forma ha generato.
Forse la continuità di un’esperienza non si misura soltanto dalla sua durata. Si misura anche da ciò che lascia nascere: persone, domande, strumenti, metodi, altre esperienze.
Le contaminazioni
Nel mio percorso, inoltre, non ho mai pensato alla formazione come a qualcosa di rigidamente confinato dentro una disciplina.
Un incontro, una lettura, un’esperienza maturata in un altro campo possono diventare, nel tempo, strumenti per interrogare il proprio lavoro.
Ricordo, per esempio, un workshop a Barcellona nel quale ebbi modo di conoscere Roberta Ferencich( una delle massime esperte e top trainer in Italia del metodo della Suggestopedia Moderna) e di avvicinarmi ai rudimenti della suggestopedia moderna.
Non cercavo necessariamente qualcosa da applicare direttamente al teatro. Mi interessava comprendere, osservare, riconoscere eventualmente elementi trasferibili in un altro campo.
Quell’esperienza mi offrì spunti che ho poi cercato di rileggere attraverso la pratica teatrale, soprattutto rispetto alla relazione con la persona, alla comunicazione e alle condizioni che possono favorire l’apprendimento e l’espressione.
Non si trattava di sovrapporre linguaggi differenti, né di trasformare una disciplina in un’altra.
Si trattava di capire che cosa un’esperienza può generare quando viene attraversata da uno sguardo diverso.
È questo, in fondo, il senso che hanno avuto per me molti incontri nel corso degli anni: non fornire risposte già pronte, ma mettere a disposizione strumenti, domande e possibilità di trasferimento.
Con Roberta Ferencic è rimasto anche un rapporto di stima e di amicizia, che considero parte preziosa di quella esperienza.
Guidare senza occupare il centro
È qui che la questione della guida diventa decisiva.
Guidare non significa possedere.
Chi guida deve orientare, coordinare, assumere decisioni e responsabilità. Ma deve anche creare le condizioni perché gli altri possano assumere a loro volta responsabilità reali.
L’autorevolezza non sottrae responsabilità: la distribuisce.
Il problema nasce quando la guida comincia a trasformarsi in centralità.
Allora la decisione diventa abitudine all’accentramento. La tutela diventa controllo. La responsabilità diventa possesso. Il confronto diventa una concessione. Il dissenso diventa un problema.
È una trasformazione che può avvenire lentamente, quasi senza essere percepita.
Eppure la differenza è sostanziale.
L’autorità è al servizio dell’obiettivo. Il personalismo tende a mettere l’obiettivo al servizio dell’autorità.
L’autorità è necessaria. L’accentramento no.
Una guida autentica non deve necessariamente essere meno forte. Deve essere capace di fare spazio senza perdere la direzione.
E soprattutto deve accettare che un progetto, nel momento in cui diventa collettivo, non possa più essere considerato una proprietà individuale.
Il teatro come esperienza della relazione
Il teatro mi ha insegnato questo in modo concreto.
Un attore non lavora nel vuoto. La sua presenza acquista significato attraverso la relazione con un altro attore, con la regia, con lo spazio, con la luce, con il suono, con la drammaturgia, con il pubblico e con tutte quelle professionalità che concorrono alla nascita dello spettacolo.
Nessun elemento, da solo, coincide con lo spettacolo.
Lo spettacolo nasce dalla relazione.
Anche il lavoro di un gruppo teatrale è continuamente sottoposto a questa verifica. Ogni prova modifica qualcosa. Una proposta viene accolta, trasformata o rifiutata. Un corpo introduce una possibilità che non era prevista. Una voce cambia il senso di una scena. Un errore apre una strada. Una differenza costringe a ripensare una soluzione.
Per questo il gruppo non può essere concepito come una struttura nella quale alcuni eseguono e uno soltanto pensa.
La creazione è un processo nel quale la responsabilità può avere livelli diversi, ma non dovrebbe mai smettere di circolare.
Ed è anche per questo che fondare non significa possedere.
Chi ha dato origine a un progetto ha certamente una responsabilità particolare verso di esso. Ma proprio quella responsabilità dovrebbe impedirgli di trasformare l’origine in una proprietà.
Un progetto che non può trasformarsi senza tradire il proprio fondatore non è realmente vivo.
È congelato nella sua origine.
Il metodo è parte del progetto
C’è poi una questione ancora più profonda: il metodo.
Un risultato non può essere l’unico criterio con cui giudicare un’esperienza collettiva.
Bisogna chiedersi come sono state prese le decisioni. Come circolavano le informazioni. Se il confronto era reale. Se il dissenso aveva diritto di esistere. Se le competenze potevano crescere. Se le persone partecipavano o semplicemente eseguivano.
Perché il risultato non assolve il metodo.
Un gruppo può anche produrre risultati importanti e, contemporaneamente, consumare le condizioni che lo rendono vivo.
Un gruppo sano non è quello nel quale tutti pensano allo stesso modo. È quello nel quale le differenze riescono a diventare una risorsa.
Il conflitto, quando non diventa distruzione, può essere uno strumento di verifica. Il dissenso può impedire che un’idea diventi dogma. La pluralità può proteggere un progetto dalla dipendenza da una sola intelligenza.
Una leadership matura non elimina necessariamente le differenze.
Le compone.
La continuità non è conservazione
Forse è proprio qui che bisogna ripensare anche il concetto di continuità.
Continuare non significa conservare tutto così com’è.
Un gruppo che rimane identico a se stesso può essere formalmente ancora esistente e, tuttavia, aver già perso la propria capacità di generare.
La continuità vera consiste nella possibilità di trasformarsi senza perdere il senso del proprio stare insieme.
Questo significa lasciare spazio a nuove persone, redistribuire responsabilità, accettare che alcuni assumano ruoli differenti, che altri se ne vadano, che nuove competenze modifichino gli equilibri precedenti.
Significa anche avere la forza di rimettere in discussione ciò che sembrava acquisito.
A volte le persone se ne vanno perché il gruppo si è naturalmente trasformato.
Altre volte se ne vanno perché il gruppo si era già dissolto, anche se formalmente continuava a esistere.
La differenza è essenziale.
Per questo non credo che la durata, da sola, possa essere considerata una misura del valore di un gruppo.
Bisognerebbe chiedersi piuttosto che cosa quel gruppo ha reso possibile.
Il centro
Alla fine, la domanda è molto semplice.
Se il centro è una persona, tutto dipende dalla sua presenza.
Se il centro è un obiettivo condiviso, la persona che guida può essere importante senza diventare indispensabile.
Ed è forse questa la prova più difficile per chi ha fondato qualcosa: accettare che ciò che ha contribuito a creare possa vivere anche attraverso altri.
La grandezza di una guida non si misura soltanto dalle decisioni che prende, dallo spazio che occupa o dal numero di persone che dipendono da lei.
Si misura anche dalla quantità di responsabilità che riesce a far nascere intorno a sé.
Perché un progetto culturale non dovrebbe essere qualcosa che una persona possiede.
È qualcosa che quella persona ha il dovere di servire.
Quando un progetto appartiene davvero a tutti, ciascuno può sentirsi responsabile della sua esistenza.
Quando appartiene a uno soltanto, gli altri possono soltanto scegliere se restare o andarsene.
Il centro, allora, non è una persona.
Il centro è il lavoro che le persone riconoscono come proprio.
È la possibilità di continuare una ricerca senza trasformarla in una proprietà.
È la responsabilità che passa da uno all’altro senza perdere la memoria di chi ha cominciato.
È la possibilità di cambiare senza tradire ciò che ha dato origine al percorso.
È la relazione.
E una relazione, per essere vera, non può appartenere a uno soltanto.
Forse è questo, alla fine, ciò che ho imparato dall’esperienza dei gruppi: non esiste una forma definitiva del gruppo, così come non esiste una forma definitiva della ricerca.
Esiste la capacità di attraversare le trasformazioni senza smarrire il senso del cammino.
E allora il compito di chi guida non è tenere tutti insieme a ogni costo.
È creare le condizioni perché ciascuno possa assumere una parte reale di quella responsabilità.
Perché un gruppo non deve essere tenuto insieme.
Deve essere messo nelle condizioni di poter rimanere insieme.
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Sergio Sivori è un costruttore di cultura. Oltre alla sua attività artistica, Sivori è ideatore e promotore di progetti culturali che mettono al centro la comunità, il territorio e la dimensione partecipativa dell’arte.
La sua visione si fonda su tre principi fondamentali: arte come responsabilità civile, cultura come spazio di incontro, creazione di contesti, non solo di opere.
In un’Italia che negli ultimi anni ha visto crescere festival, rassegne e iniziative interdisciplinari, Sivori interpreta questo movimento con una sensibilità particolare: per lui, l’arte non è solo produzione, ma relazione.
In un tempo che tende alla semplificazione, Sergio Sivori rappresenta una presenza complessa, plurale, rigorosa.
La sua opera attraversa i linguaggi senza disperdersi, costruendo un’identità artistica riconoscibile, nutrita da una ricerca costante e da una profonda attenzione all’umano.

