Diari di Frontiera – Il Vangelo della Terra contro le nebbie dell’astrazione: il mito antimoderno di Giovannino Guareschi di Ivan Pozzoni | 7
La terra, l’esperienza e il giudizio personale contro le nebbie dell’astrazione: Giovannino Guareschi oltre il mito nostalgico
di Ivan Pozzoni
La parabola artistica di Giovannino Guareschi nasce da un equivoco critico che continua ancora oggi a condizionarne la lettura: il presunto rifiuto della «cultura» in favore di una radicale riscoperta dell’autenticità. Ma prendere alla lettera le provocazioni di Don Camillo e del Cristo parlante significa perdere il bersaglio della satira guareschiana.
Quando, nei racconti del Mondo piccolo, compare l’idea che «Spesso è proprio la cultura che riempie il cervello di nebbia», non siamo davanti a un manifesto oscurantista né a una nostalgica guerra contro l’istruzione. Il bersaglio è preciso e, paradossalmente, moderno: la trasformazione del sapere in un dispositivo capace di separare l’uomo dall’esperienza concreta, della teoria in un sostituto della coscienza e dell’ideologia in una macchina che finisce per pensare al posto degli individui. Il «Mondo piccolo» della Bassa emiliana costituisce, sotto questo profilo, un laboratorio narrativo di straordinaria efficacia.
Guareschi non propone il ritorno a un’impossibile innocenza preindustriale e non costruisce un paradiso contadino privo di violenza, ignoranza, rancore o conformismo. Fa qualcosa di più complesso: utilizza la concretezza della Bassa per interrogare una delle grandi contraddizioni del Novecento. Che cosa rimane dell’uomo quando le idee smettono di essere strumenti per comprendere la realtà e pretendono di sostituirsi alla realtà stessa? La risposta narrativa dell’autore non consiste in una teoria sistematica, sta nella costruzione di personaggi che nessuna teoria riesce a contenere completamente.
Don Camillo non coincide con la Chiesa e Peppone non coincide con il comunismo: il prete sa essere impulsivo, violento e orgoglioso, mentre il sindaco riesce a tradire la sua ortodossia ideologica quando l’esperienza concreta della comunità entra in conflitto con la direttiva. La critica letteraria ha progressivamente ridimensionato l’antica liquidazione di Guareschi come semplice autore popolare. Il Dizionario Biografico degli Italiani riconosce nella creazione di Don Camillo e Peppone la sua «cifra espressiva più caratteristica ed efficace», evidenziando la capacità dei due personaggi di trasformare un contesto locale in una rappresentazione simbolica dei conflitti del dopoguerra italiano. La popolarità dell’opera non costituisce quindi una diminuzione della sua complessità: è, semmai, uno dei suoi problemi critici maggiormente interessanti. La semplicità della prosa non coincide con semplicità concettuale. Una narrazione riesce ad essere immediatamente accessibile e, nello stesso tempo, costruire un dispositivo filosofico estremamente sofisticato. Il punto centrale riguarda precisamente il significato attribuito alla cultura.
In Filosofia campestre, il Cristo dice a Don Camillo che «La cultura non conta un bel niente» e che «I bei discorsi non concludono niente se sotto le belle parole non ci sono idee pratiche». La provocazione deve essere letta pragmaticamente. Non viene negato il valore della conoscenza; viene negata la sufficienza della conoscenza puramente dichiarativa. Un’idea che non riesce a confrontarsi con il mondo si trasforma in un simulacro linguistico. La questione ricorda, per analogia e senza forzare sovrapposizioni storiche, una delle intuizioni fondamentali del pragmatismo di William James: il valore di un’idea non deve essere completamente separato dalle sue conseguenze nell’esperienza (Pragmatism: A New Name for Some Old Ways of Thinking, Green and Co., 1907). Guareschi formula lo stesso problema in forma narrativa: a che cosa serve un’idea se, una volta interiorizzata, impedisce all’uomo di vedere ciò che ha davanti agli occhi? La «nebbia» diventa una metafora cognitiva. Non è l’assenza di informazioni, è il loro possibile eccesso; non è la mancanza di parole, è la proliferazione di parole che si interpongono fra il soggetto e il reale. È un punto che deve entrare in risonanza con la diagnosi contemporanea di Byung-Chul Han. In Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale (Einaudi, 2022), il filosofo descrive un mondo nel quale la sovrapproduzione informativa rischia di sostituire il rapporto con le cose.
Guareschi non anticipa tecnicamente la società digitale e sarebbe improprio attribuirgli una profezia che non poteva formulare; ma la sua satira coglie un meccanismo generale: la quantità di conoscenze disponibili non garantisce automaticamente una maggiore capacità di comprendere. Il rapporto con la terra assume allora un valore epistemologico prima ancora che nostalgico. Nel racconto La medicina, Don Camillo, attraverso il cibo e la privazione, ritrova il proprio paesaggio interiore: «E ogni boccone e ogni sorso gli portavano un’onda di acuta nostalgia: i suoi campi, i suoi filari, il suo fiume, la sua nebbia, il suo cielo». La successione degli elementi non costituisce un semplice decorativismo paesaggistico. Il corpo mangia e, contemporaneamente, la memoria ricostruisce una geografia. I campi, i filari e il fiume diventano strutture della coscienza. L’uomo non è soltanto ciò che pensa astrattamente di essere: è anche ciò che ha respirato, mangiato, attraversato e condiviso. È possibile accostare questa intuizione, con tutte le necessarie cautele, alla nozione di «risonanza» sviluppata da Hartmut Rosa in Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World (Polity Press, 2019). Per Rosa il rapporto autentico con il mondo non consiste nella pura disponibilità strumentale degli oggetti, ma nella capacità di essere raggiunti e trasformati da ciò che ci circonda. La Bassa guareschiana deve essere letta come uno spazio di risonanza: il fiume, il lavoro, la nebbia e la comunità non sono semplici scenografie nelle quali l’individuo agisce, sono realtà che continuano ad agire sull’individuo. Il mito della terra non significa che il contadino sia moralmente superiore all’uomo cittadino. Significa che esistono esperienze capaci di resistere alla completa trasformazione dell’esistenza in linguaggio astratto. In questo quadro acquista particolare rilievo la riflessione guareschiana sull’originalità. Quando l’autore contrappone la preoccupazione delle grandi città di «vivere in modo originale» alla vita della Bassa, dove si nasce, si ama, si odia e si muore secondo gli stessi schemi, non celebra semplicemente il conformismo. Problematizza, piuttosto, l’ossessione moderna di dover apparire continuamente differenti.
Dal punto di vista pragmatico, l’originalità non è una proprietà assoluta di un gesto o di un’opera: è una relazione con una norma. Un comportamento appare originale perché viene percepito come deviazione da un’attesa condivisa. Ma proprio qui nasce il paradosso: quando l’obbligo sociale diventa quello di essere originali, anche la differenza può trasformarsi in una nuova forma di conformismo. Guareschi intercetta una contraddizione che la sociologia contemporanea avrebbe successivamente approfondito. Zygmunt Bauman, in Modernità liquida (Laterza, 2002), ha descritto una condizione nella quale identità e appartenenze vengono continuamente ridefinite. Il soggetto deve costantemente reinventarsi, adattarsi e dimostrare la sua capacità di mutare. La Bassa guareschiana rappresenta il polo opposto non perché sia immobile, ma perché possiede coordinate riconoscibili. La sua debolezza può essere il conformismo; la sua forza è la continuità. Il personaggio guareschiano sa chi è anche perché sa dove si trova. La satira diventa ancora più dura quando investe l’ideologia politica.
Il trinariciutismo non deve essere ridotto a una semplice caricatura dell’avversario comunista. La sua struttura è ampia: rappresenta la delega del giudizio individuale. «Peppone aveva le idee straordinariamente chiare in proposito. Anzi le idee chiare in proposito le avevano gli altri, quelli che mandavano le direttive a Peppone: ma Peppone era convinto che fossero le sue idee». La frase descrive con precisione il meccanismo dell’interiorizzazione. Il soggetto non obbedisce semplicemente a un comando esterno: arriva a percepire il comando come prodotto spontaneo della propria coscienza. Il problema trascende, quindi, il singolo partito. Il trinariciuto può comparire ovunque un individuo sostituisca la propria capacità di giudizio con un linguaggio prefabbricato. Hannah Arendt, in un contesto storico e filosofico incomparabilmente tragico, ha mostrato quanto la rinuncia al giudizio personale possa assumere conseguenze devastanti (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 1964). Non si tratta di sovrapporre la satira guareschiana all’analisi arendtiana del totalitarismo, si tratta di riconoscere un punto comune: il linguaggio può diventare uno strumento di deresponsabilizzazione quando le formule preconfezionate sostituiscono l’atto personale del pensare. Peppone è un uomo continuamente diviso fra ciò che «deve» pensare e ciò che vede. Don Camillo e Peppone litigano perché appartengono a due universi politici contrapposti, ma continuano a riconoscersi perché condividono un mondo.
Il paese, il lavoro, i morti, le famiglie e persino i nemici impediscono loro di dissolversi completamente nelle rispettive ideologie. La concretezza funziona come antidoto alla totale astrazione. Anche la presenza del Cristo parlante svolge una funzione decisiva. Non è soltanto un elemento devozionale o un espediente fantastico. È una terza voce che impedisce al conflitto di ridursi a una logica binaria. Don Camillo contro Peppone non rappresenta semplicemente il bene contro il male. Il Cristo interrompe continuamente la sicurezza morale del parroco, lo costringe a rivedere le sue convinzioni e restituisce dignità all’avversario. La grande invenzione narrativa di Guareschi consiste nel sottrarre il conflitto alla sua autosufficienza. Ogni volta che un personaggio crede di possedere interamente la verità, una voce ulteriore ricorda che l’uomo è più complesso della sua posizione. È qui che la dimensione religiosa e quella antropologica coincidono. Il cristianesimo di Guareschi non è una fuga dal corpo o dalla storia. È un ritorno alla fame, al lavoro, alla paura, alla morte e alla comunità. La morale non viene enunciata dall’alto come una formula astratta: viene continuamente rimessa alla prova nelle circostanze quotidiane. Una lettura contemporanea deve riconoscere nell’efficacia della prosa guareschiana anche l’importanza della corporeità nella comprensione estetica. La sua narrativa non persuade principalmente attraverso definizioni teoriche. Mostra corpi che mangiano, camminano, litigano, lavorano e soffrono. Il lettore non riceve semplicemente il concetto di «appartenenza alla terra»: viene condotto dentro il fiume, la nebbia, il pane e il lavoro. Le teorie contemporanee della cognizione incarnata hanno restituito centralità al ruolo delle componenti sensoriali e corporee nella costruzione dell’esperienza. Vittorio Gallese ha elaborato, insieme ad altri studiosi, il concetto di embodied simulation per descrivere il ruolo dei processi di simulazione incarnata nella comprensione delle azioni e delle esperienze altrui (The Psychodynamic Unconscious and the Embodied Simulation Theory of Mind, Routledge, 2021). Sarebbe naturalmente anacronistico trasformare Guareschi in un neuroscienziato ante litteram; la sua scrittura mostra con straordinaria evidenza narrativa una verità semplice: comprendiamo il mondo anche attraverso ciò che il corpo riconosce. La Bassa emiliana diventa così una macchina estetica e politica. È «piccola» proprio perché permette di mettere alla prova le pretese del «grande».
Nel paese le ideologie devono confrontarsi con persone concrete. Il sindaco comunista non è soltanto il comunismo. Il parroco non è soltanto la Chiesa. Il contadino non è soltanto una classe sociale. Ogni individuo conserva qualcosa che eccede la categoria attraverso la quale gli altri cercano di definirlo. Questa è forse la lezione radicale dell’antimodernismo guareschiano. Il vero nemico non è la modernità, né la città, né la cultura, né l’intelligenza. Il nemico è la «nebbia»: tutto ciò che si interpone fra l’uomo e la sua capacità di vedere. La cultura diventa nebbia quando sostituisce l’esperienza; la politica quando sostituisce il giudizio; l’originalità quando diventa un obbligo di apparire; la tecnologia quando moltiplica le informazioni ma impoverisce il rapporto con le cose. Per questo Guareschi continua a essere maggiormente contemporaneo di molte letture che cercano di rinchiuderlo nella nostalgia del dopoguerra. Il suo «Vangelo della terra» non invita a distruggere le idee, ma a sottoporle alla prova della vita. Non chiede di rinunciare alla cultura, ma di impedire che la cultura diventi un alibi per non comprendere.
Non abolisce il conflitto politico, ma ricorda che nessuna bandiera può contenere integralmente una persona. Don Camillo e Peppone continuano a discutere perché il loro conflitto è reale; continuano a riconoscersi perché, sotto le parole, esiste ancora un terreno comune. E forse è proprio questa la verità semplice e difficile del Mondo piccolo: quando le grandi astrazioni diventano troppo grandi, l’uomo deve tornare a cercare qualcosa che abbia ancora il peso della terra.
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue.
Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.
