Diari dell’Antiquario-Adesso sono a Via Toledo di Mario Scippa | 2
Da Pitloo ai maestri della Scuola di Posillipo, fino al murale di Maradona nei Quartieri Spagnoli: Mario Scippa attraversa una Napoli sospesa tra il consumo rapido delle immagini e la possibilità, sempre più rara, di fermarsi davvero a guardare. Nel silenzio delle piccole tele e nella pietra consumata di un portale antico riaffiora il “giallo di Napoli rossastro”: una luce fragile, trattenuta, che la città continua a custodire sotto il rumore del presente
di Mario Scippa
Un flusso continuo di corpi avanza senza vedere davvero. Telefoni alzati. Selfie pronti. Cartocci di fritto che grondano olio caldo sulle mani. Caffè bevuti in piedi, inghiottiti come se anche l’aroma dovesse correre.
Paste e patate, genovese, babà, battute sguaiate offerte al turista insieme al piatto. Napoli viene servita così: rumorosa, teatrale, immediata. Una caricatura commestibile.
Napoli oggi si consuma a morsi.
Ciò che mi inquieta non è il turismo. È l’abitudine a non guardare.
Dentro quella corrente c’è un ingresso che pochi oltrepassano: un grande palazzo degli anni Trenta, facciata severa in pietra di Billiemi e travertino, che oggi custodisce quadri e silenzio.
Nessuna musica ad alto volume. Nessun cartellone luminoso. Nessuna fila all’esterno.
Di fronte, il vicolo dei Quartieri Spagnoli che conduce al murales di Maradona.
Entro.
La porta si chiude.
Il rumore si spegne, come quando si immerge la testa sott’acqua.
Dentro non c’è spettacolo. Non c’è folclore. C’è silenzio.
La luce è trattenuta. I passi risuonano lenti. L’aria è più densa. Caravaggio è lì. Gemito. E poi, più avanti, loro.
Piccole tele. Macchie fluide, evanescenti. Una vibrazione trattenuta.
Anton Sminck Pitloo. Giacinto Gigante. Achille Vianelli. Teodoro Duclere. I maestri della Scuola di Posillipo.
Nelle loro opere il mare è respiro. L’aria è materia.
Qui la modernità non si mette in posa. Non chiede di essere fotografata. Se fai silenzio, si lascia ascoltare.
Fuori, la città corre.
Dentro, la serie dei piccoli quadri di Pitloo sembrano quasi nascondersi.
Sono tele minute, non più grandi di un quaderno. Nessuna scena memorabile. Nessun gesto eroico. Da lontano paiono appunti: macchie leggere, rapide, quasi distratte.
Poi ti avvicini. E ti accorgi che il cielo non è dipinto. È sfiorato. Una velatura chiara si dissolve in un azzurro lattiginoso, attraversato da una vibrazione rosata che tende al giallo.
Quel punto esatto, dove il giallo si sporca di carne, ha un nome nella tavolozza a olio in tutto il mondo: giallo di Napoli rossastro.
In queste piccole tele l’aria sta nello spazio tra una pennellata e l’altra. In quel vuoto che non è vuoto. Il mare si increspa appena. Tocchi obliqui. Una vibrazione che non si stabilizza mai.
Non c’è un centro che imponga attenzione, eppure non riesci ad andartene.
Questi quadri non si offrono in un colpo solo. Se li attraversi distrattamente, restano muti. Ogni nube, ogni riflesso spezzato sull’acqua, ogni minima variazione dell’aria registra qualcosa che non tornerà identico.
I contorni non sono mai definitivi. Ogni tela è un incontro irripetibile: un luogo, una luce, un’ora precisa del giorno.
Quando ti allontani, hai la sensazione di aver sostato. E ciò che hai visto continua, anche dopo che non lo stai più guardando.
Dopo circa un’ora esco.
Mi fermo sulla soglia. La porta si richiude alle mie spalle. Scendo il primo gradino e resto immobile un istante di troppo.
L’aria cambia consistenza: dentro era trattenuta, quasi ferma; fuori è una spinta continua.
Via Toledo mi investe.
Un motorino passa rasente e lascia una scia di benzina calda. Un gruppo rumoroso, dall’accento pugliese, grida: «Raga, prima il murale e poi mangiamo qualcosa!»
Cammino lento, come se fossi ancora nella sala. Ho davanti agli occhi i piccoli quadri di Pitloo: una luce che non faceva scena, una nube che scivolava senza rumore.
«Scusi signore, per il murales di Maradona?»
La strada è una corrente. Telefoni alzati. Selfie pronti. Cartocci che grondano. Zucchero a velo sulle giacche scure. Una ragazza spalanca la bocca davanti a una vetrina, scatta, controlla, scatta di nuovo. Un gruppo canta stonato, ride, si spinge.
Poi qualcosa devia.
Poco più avanti, fuori asse rispetto al flusso, una giovane è ferma davanti a un portale in piperno, fine Settecento.
Non guarda le amiche. Non guarda lo schermo.
Sta lì.
Appoggia la punta delle dita sulla pietra. Segue una modanatura lentamente, come si segue una riga per leggere. Si ferma nell’ombra di un cartiglio consumato. Scende lungo una crepa sottile. Torna indietro. Ripete il gesto, come per verificare.
Con l’altra mano avvicina il telefono.
Non inquadra tutto. Cerca un dettaglio: una voluta, una piega d’ombra.
Scatta. Aspetta mezzo secondo. Scatta ancora.
Le amiche la chiamano. Ridono.
Lei resta un attimo in più. Poi si raddrizza e si allontana.
Un secondo dopo è di nuovo nel gruppo: braccia attorno alle spalle, smorfie, risata aperta, selfie.
Il flusso la ingoia.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte, fotografia e immaginario urbano, con un’attenzione particolare alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico. Il suo lavoro indaga in modo trasversale il rapporto tra potere, identità e stratificazione storica, osservando come questi elementi si riflettano nelle forme della città, nei suoi simboli e nelle sue rappresentazioni visive.
