Diari dell’Antiquario-Il colpo d’occhio | 4
Un piccolo smalto raffigurante la battaglia di Isso, un antiquario analfabeta e una lezione che vale ancora oggi: prima dello studio viene l’ascolto dell’oggetto
di Mario Scippa
Era un sabato mattina di tanti anni fa.
Tra le mani avevo una piccola miniatura montata in una cornice dorata. L’avevo comprata in un mercato che, all’epoca, si teneva ogni terzo sabato del mese nella Villa Comunale di Napoli.
All’inizio si vedeva solo il riflesso. Lo smalto tratteneva la luce in modo particolare, come una superficie d’acqua scura. Solo inclinando leggermente la lastra la scena cominciava ad affiorare.
Prima comparivano i cavalli. Piccoli, nervosi, lanciati al galoppo. Poi le lance sollevate, le armature che riflettevano bagliori metallici. Infine la massa dei soldati che si scontrava in un groviglio di corpi e colori.
Era la battaglia di Isso.
Al centro, quasi nascosto tra le figure, Alessandro avanzava tra i cavalieri macedoni mentre l’esercito persiano si apriva davanti a lui come una marea che arretra.
Tutto accadeva in pochi centimetri.
I rossi profondi delle vesti, gli azzurri smaltati del cielo, i verdi scuri della terra. Le figure erano minuscole ma sorprendentemente precise. Bastava avvicinarsi ancora un poco perché comparissero scudi, briglie, pieghe dei mantelli.
Ero convinto che fosse uno smalto di Limoges della fine del Cinquecento.
Però volevo una conferma. Un nome. Una data. Qualcosa che mi rassicurasse.
Così andai da lui.
Era un antiquario molto conosciuto in città. Il suo negozio era minuscolo. Una stanza stretta e lunga, stipata fino al soffitto.
Cornici appese una sull’altra, bronzi accostati senza ordine apparente, piatti di ceramica infilati tra una mensola e l’altra. Oggetti che sembravano aspettare da anni la stessa mano.
In mezzo a quello spazio ristretto si muoveva lui.
Un omone enorme.
Alto, largo di spalle, con mani sproporzionate.
Mani che sembravano fatte per sollevare armadi e che invece sapevano girare una miniatura tra le dita senza farla tremare.
Quando parlava, le parole si spezzavano. Si fermava, riprendeva, cercava il suono giusto. Nel giro degli antiquari lo chiamavano ’o Cacaglio.
Il balbuziente.
Era Napoli che prendeva un difetto e lo trasformava in nome.
In quella stanza minuscola entravano i più grandi collezionisti di ceramiche e bronzi, studiosi, mercanti di dipinti. Quando si cercava la cornice giusta per un quadro importante si andava da lui. Quasi sempre la si trovava.
Gli porsi lo smalto con una certa esitazione.
Lui lo prese.
Non disse nulla.
Lo girò lentamente tra le dita poi lo avvicinò alla luce che entrava dalla porta.
Restò in silenzio.
Le sue mani enormi si muovevano con una delicatezza inattesa. Poi lo rimise sul tavolo.
Alzò lo sguardo verso di me.
«Gua… guarda, Mario… io no… non so dirti di co… cosa si tratta. Ma so che è bello. So che è antico. E so che è del Cinquecento.»
Fece una pausa lunga, senza distogliere gli occhi dallo smalto. Con le dita ne accarezzò appena la superficie. Prima che io stessi per chiedere, disse:
«Non chie… chiedermi pe… perché. Que… questo non te lo so dire. Lo sento.»
Quell’uomo non sapeva leggere né scrivere. Davanti agli oggetti cercava accordi, cercava risonanze. In quel silenzio compresi qualcosa che non aveva bisogno di spiegazioni: che il sapere viene dopo. All’inizio c’è una forma di ascolto che passa dalle mani, dagli occhi.
Fu una lezione che mi rimase addosso.
Per anni ho creduto di averla imparata.
Eppure la fretta ritorna.
Basta un oggetto che sembra parlare con troppa chiarezza e tante volte l’occhio si illude di aver già capito.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a qualcosa che mi convince subito, sento un allarme sottile. Non sempre lo ascolto. Ogni volta devo ricominciare.
Quell’uomo, quel sabato di tanti anni fa, mi aveva appena consegnato una soglia.
Per oltrepassarla serviva attenzione, non fretta.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte, fotografia e immaginario urbano, con un’attenzione particolare alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico. Il suo lavoro indaga in modo trasversale il rapporto tra potere, identità e stratificazione storica, osservando come questi elementi si riflettano nelle forme della città, nei suoi simboli e nelle sue rappresentazioni visive.

