Il Film, La Grazia
Quando il potere diventa peso e la leggerezza una verità. Il Divo, La grande bellezza, La Grazia: tre sguardi di Paolo Sorrentino su Roma e sull’uomo
di Mario Scippa
La Grazia di Paolo Sorrentino non è un film isolato. Guardandolo, emerge con chiarezza l’impressione che dialoghi in modo profondo e silenzioso con Il Divo e La grande bellezza, fino a comporre una trilogia ideale su Roma e sulla condizione umana. Non una trilogia narrativa, né dichiarata, ma una trilogia dello sguardo: il potere, il nulla, la leggerezza.
In Il Divo Roma coincide con il peso assoluto del potere. Non è uno sfondo, ma una struttura. Una città fatta di palazzi, corridoi, anticamere, rituali. Il potere non si esercita: si conserva. Andreotti non governa Roma, ne è la sedimentazione storica. Ogni gesto è definitivo, ogni parola ha conseguenze prima ancora di essere pronunciata. È una Roma verticale, immobile, priva di aria, dove la gravità non concede tregua.
La grande bellezza segna uno spostamento radicale. Il potere si dissolve e lascia spazio al vuoto, ma non a un vuoto silenzioso. È un nulla saturo, mondano, spettacolare. Roma diventa scena permanente di se stessa. Jep Gambardella osserva, commenta, attraversa. La bellezza è ovunque, ma ha perso densità. Non trasforma, non obbliga, non chiama. È una sospensione stanca, una leggerezza apparente che non salva: il galleggiare di un mondo che ha smesso di credere nella profondità.
Con La Grazia Sorrentino compie un ulteriore scarto. La gravità non è più esterna, ma interiore. Il protagonista è il Presidente della Repubblica, figura massima della responsabilità istituzionale. Qui il potere non è cinismo né spettacolo: è peso esistenziale. È la consapevolezza che ogni decisione è irreversibile, che ogni firma modifica il destino degli altri. È un ruolo che non permette distrazione, perché non concede leggerezza. Ed è proprio in opposizione a questo peso che il film costruisce il suo nucleo più profondo. La leggerezza non è fuga né superficialità, ma esperienza mai vissuta di assenza di gravità. Un sogno rimasto tale fino a quando anche l’ultimo rifugio emotivo si incrina: l’amore tradito. La frattura sentimentale non è un dettaglio privato, ma una rottura simbolica. Quando l’amore viene meno, il ruolo resta nudo, privo di compensazioni. È allora che nasce il desiderio radicale di sospensione: non felicità, ma tregua. Il percorso verso la grazia non passa dalla politica, ma dagli affetti.
La musica composta dal figlio apre una breccia decisiva. Non argomenta, non persuade, non comanda. Esiste. In quell’ascolto il Presidente sperimenta qualcosa di inedito: smettere di controllare, lasciarsi attraversare. Anche la figlia non offre risposte, ma visioni. È da questo ritorno agli affetti più autentici che nasce l’atto centrale del film: la firma della legge sull’eutanasia. Quel gesto non è affermazione di potere, ma rinuncia al dominio totale sulla vita. È il riconoscimento del limite. È un atto di grazia nel senso più profondo: accettare che non tutto può essere trattenuto, che non tutto deve essere salvato a ogni costo. Che anche il lasciar andare può essere una forma di responsabilità e di amore. La leggerezza che il protagonista raggiunge nel finale non cancella la gravità del mondo. La attraversa.
È un’assenza di peso finalmente vissuta, non come evasione, ma come verità. Tornando agli affetti più cari, egli ritrova il senso della vita non nella funzione, ma nella relazione. Non nel ruolo, ma nell’umano.
Così La Grazia sembra chiudere idealmente il percorso iniziato con Il Divo e La grande bellezza. Dopo il potere che schiaccia e il nulla che consuma, resta un istante. Un uomo ascolta una musica nata dall’amore. Firma un atto che accetta il limite. E, per la prima volta, non pesa più. Non perché il mondo sia diventato leggero, ma perché ha smesso di pretendere di sostenerlo da solo. In quell’istante la gravità non scompare. Si sospende. Ed è forse questo che chiamiamo grazia.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte e immaginario urbano, indagando il rapporto tra potere, memoria e identità contemporanea.
