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Il Racconto, Tra la vita e la pagina

Un bellissimo racconto sul rapporto tra autore e personaggio. Un dialogo onirico e nello stesso tempo reale

di Rosaria Russo

Il boato del San Paolo lo investì come un’onda, un fragore che gli faceva vibrare le ossa. Maurizio aveva negli occhi l’azzurro che correva sul prato, il respiro del popolo che si intrecciava in un unico suono ansimante, quando lo vide.

«Non può essere», mormorò, eppure l’uomo c’era. In piedi, sugli spalti a pochi passi, con il ciuffo ribelle sulla fronte, i suoi occhi verdi e quel modo di respirare che sembrava conoscere ogni segreto del dolore. Il volto era quello. Il suo volto. Commissario Ricciardi.

Maurizio si alzò, senza sapere perché, e lo seguì tra la folla, tra gli applausi che gli scivolavano addosso come acqua calda, finché il rumore dello stadio si dissolse in un silenzio denso di nebbia e di odore acre di morte. Vicoli stretti, pavimenti bagnati, lampioni che tremolavano: ogni passo lo portava più lontano dalla realtà e più vicino a un episodio dei suoi libri, fatto di fantasmi, cadaveri e segreti che gridavano senza voce.

Hai visto? – disse Ricciardi voltandosi, e il tono era greve, come se pesasse ogni parola – Hai visto cosa mi hai costretto a vivere? Facciamo cambio.

Maurizio non ebbe il tempo di replicare. Una vertigine, un lampo. Si guardò le mani: rimanevano le sue, eppure tutto intorno a lui era cambiato. Il cappotto scuro, lo sguardo che bruciava. Per gli altri, ora, lui era il commissario.

E insieme all’abito erano arrivate le ansie: il senso di colpa, la solitudine, le urla che graffiano l’anima, i morti che non se ne vanno mai, che ti fissano e ti seguono anche quando chiudi gli occhi.

Un passo falso, un grido improvviso, e si svegliò. La fronte sulla tastiera, lo schermo acceso davanti a sé. La storia del commissario Ricciardi stava prendendo forma ancora una volta, parola dopo parola. Maurizio respirava a fatica. Un istante bastava a cancellare tutto, a distruggere la pagina, a liberarsi di quella voce che continuava a sussurrare.

Ma non lo fece. Perché c’era quella domanda, insistente, che lo pungeva come ago sotto la pelle: E se non fosse solo un sogno? E se ogni parola scritta restasse a vivere, a soffrire, a gridare nei vicoli della città, tra gli odori di sangue e di nebbia, tra le luci che tremano e i lampi che non illuminano nulla?

Maurizio chiuse gli occhi, sentendo sul volto il respiro del commissario, il peso dei morti, la solitudine di chi conosce il dolore e deve camminare tra esso senza mai lasciarsi scalfire. Poi li riaprì.

La tastiera lo guardava, silenziosa. E lui sapeva che quel libro non sarebbe stato solo suo. Era la città, era Ricciardi, erano le storie che non muoiono mai.

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