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Possesso

“L’ho fatto perché mi aveva lasciato”. Dentro la cultura che giustifica il possesso, il femminicidio è l’atroce atto finale

di Mario Scippa

Una ragazza di 14 anni è stata uccisa dall’ex fidanzato.
Avevano avuto una relazione. Lei lo aveva lasciato. E lui ha detto:

L’ho fatto perché mi aveva lasciato.

È una frase che da sola dovrebbe bastare a spiegare tutto.
Non il delitto – non c’è nulla da spiegare, nulla da razionalizzare – ma il contesto. Il terreno culturale e sociale che rende possibile, pensabile, giustificabile per qualcuno uccidere una ragazza perché ha deciso di interrompere una relazione.

Non è un raptus, è un messaggio.

In troppe narrazioni mediatiche, e spesso anche nel linguaggio istituzionale, i femminicidi vengono ancora trattati come “follie improvvise”, “scatti d’ira”, “tragedie inspiegabili”. Ma qui c’è ben poco di inspiegabile. 

Mi aveva lasciato è un messaggio chiaro: se una donna esercita la propria libertà, deve pagarne il prezzo.

Non è amore. Non è disperazione. È una logica di potere. Il femminicidio, in questo caso come in molti altri, è l’estremo tentativo di ristabilire un controllo perduto, di riaffermare una supremazia messa in crisi da una scelta autonoma della donna. È il gesto finale, definitivo, con cui si dice: Tu non puoi decidere. Lo faccio io per te.

Una mentalità ancora viva

Questo omicidio non nasce nel vuoto. È il frutto di un ambiente culturale che ancora oggi tollera, banalizza o perfino legittima certe dinamiche. È l’esito estremo, ma coerente, di una mentalità che continua a distinguere tra chi può decidere e chi deve compiacere.

È nella nostra quotidianità:

  • nei titoli che parlano di “delitto passionale” invece che di omicidio,
  • nei commenti che chiedono “cosa fosse successo prima”,
  • nelle canzoni, nei film, nei meme dove la gelosia è romanticizzata,
  • nell’educazione che incoraggia i ragazzi a “non mollare” e le ragazze a “non ferire”.

La differenza di potere tra i generi non si costruisce solo nella violenza fisica, ma in ogni gesto, parola, immaginario che suggerisce che il no di una donna valga meno del desiderio di un uomo.

Quando l’amore diventa controllo

C’è una responsabilità collettiva, e ignorarla è complicità.
Troppo spesso parliamo di “amore malato”, ma l’amore non uccide. L’amore non controlla, non umilia, non fa paura. Quello che chiamiamo “amore” in questi casi è invece possesso, dominio, potere.

E questo potere viene trasmesso, legittimato, appreso. Un quattordicenne non nasce con l’idea di avere il diritto di uccidere. La impara. Per imitazione, per osmosi, per mancanza di contraddizione da parte degli adulti.

Il cambiamento è possibile, ma non spontaneo

Ogni volta che un uomo uccide una donna per averlo lasciato, viene violato non solo un corpo, ma un principio civile fondamentale: la libertà di autodeterminarsi.
E se a essere uccisa è una ragazza di 14 anni, non possiamo accontentarci di condannare. Dobbiamo interrogarci. E soprattutto, dobbiamo agire.

Servono:

  • interventi educativi capillari, nelle scuole, sin dall’infanzia, per parlare di affetti, emozioni, rispetto, consenso;
  • formazione obbligatoria sul contrasto alla violenza di genere, anche per chi opera nei media, nella magistratura, nelle forze dell’ordine;
  • una rivoluzione culturale nel linguaggio, che smetta di attenuare la responsabilità degli aggressori e inizi a dare voce alle vittime;
  • politiche pubbliche che investano seriamente in prevenzione, assistenza, sostegno.

Nessuna sarà libera finché…

… finché un uomo – o un ragazzo – potrà dire “l’ho fatto perché mi aveva lasciato” e trovare ancora chi lo comprende, lo giustifica, lo normalizza, nessuna donna sarà davvero libera.
E noi, come società, saremo sempre un passo indietro rispetto alla giustizia.

La libertà femminile non è negoziabile.
E va difesa ogni giorno, non solo dopo che è stata spezzata.

 

 

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