Diari del Tempo – Il sogno di Carlo e Amalia di Mario Manzo | 8
La nascita della Reggia di Portici: Carlo cercava l’aria migliore del mondo, ma la sua residenza prediletta divenne un centro europeo di archeologia, cultura e scienza
di Mario Manzo
Alla memoria di mia madre, che mi ha insegnato a riconoscere negli affetti ciò che il tempo non cancella.
Portici, nel giorno dei Morti, 2026
“Domenica pomeriggio siamo stati al Carmine e da lì siamo venuti qui; posso assicurare alle Loro Maestà che è un paese davvero delizioso, con l’aria migliore del mondo”
Carlo di Borbone
Ai genitori, Portici, 23 settembre 1738
“Quando arrivammo, il re risiedeva a Portici, residenza reale ai piedi del Vesuvio: la sua Fontainebleau”
Charles de Brosses
1739
Un evento destinato a influenzare profondamente le future scelte della monarchia borbonica si verificò nel maggio del 1737, quando una violenta eruzione del Vesuvio sconvolse l’intero territorio vesuviano. Bartolomeo Intieri, economista, agronomo e amministratore dei beni medicei nel Regno di Napoli, la descrisse come una delle più imponenti manifestazioni del vulcano da molti secoli. Pur senza raggiungere il carattere catastrofico delle eruzioni del 1631 e del 1707, essa riversò un’enorme quantità di materiale incandescente, provocando gravi devastazioni e una colata lavica che, secondo i contemporanei, superò per estensione ogni memoria precedente.
Le conseguenze furono immediate. Torre del Greco vide avanzare la lava sin quasi alla linea di costa; a Portici e Resina (l’odierna Ercolano) le campane chiamarono la popolazione alla vigilanza notturna; a Torre Annunziata venne sgomberata la Regia Polveriera. La cenere e i lapilli si spinsero fino a Nocera de’ Pagani (corrispondente ai Comuni dell’odierno agro nocerino) e a Benevento, mentre a Ottaviano furono distrutte tenute e masserie. La presenza della Polveriera testimonia inoltre il ruolo strategico che l’area rivestiva già nel Settecento; attorno ad essa si sarebbe sviluppato, nel secolo successivo, il Laboratorio di Arti Meccaniche e Pirotecniche di Torre Annunziata, tra i nuclei originari dell’Opificio di Pietrarsa.
Di fronte a uno scenario tanto impressionante, Intieri osservò che la corte stava valutando la costruzione di una novella Versailles tra Torre del Greco e Torre Annunziata, ma che, alla luce dei rischi evidenziati dall’eruzione, avrebbe probabilmente abbandonato quel progetto. E così fu, la grande Versailles dei Borbone sarebbe sorta, alcuni decenni più tardi, nella piana di Caserta, lontano dalla minaccia del vulcano.
Nei primi mesi del 1738, Portici e Barra emersero come possibili luoghi di soggiorno per Carlo di Borbone. Secondo una relazione del 14 gennaio, il medico reale Francesco Buonocore aveva ispezionato diverse residenze aristocratiche delle due località per individuare una dimora dotata di aria salubre e adatta ad accogliere temporaneamente il sovrano.
Tra le proprietà esaminate figuravano la villa di Giovan Battista Pignatelli, principe di Marsiconuovo, oggi nota come Villa Bisignano a Barra, le residenze di Antonio d’Aquino, conte di Palena, e di Giacomo d’Aquino, principe di Caramanico, nonché i possedimenti di Marino Caracciolo, principe di Santobuono, a Portici. Marino Caracciolo apparteneva a una famiglia da tempo legata alla causa borbonica attraverso la figura del padre Carmine Nicola, già viceré del Perù al servizio di Filippo V.
Buonocore, medico di fiducia di Carlo fin dai tempi di Madrid e successivamente primo medico della corte borbonica, apprezzava particolarmente le qualità climatiche della fascia costiera vesuviana. La sua valutazione contribuì ad orientare l’attenzione del sovrano verso un territorio ritenuto particolarmente favorevole al soggiorno e alla salute. A testimonianza del suo legame con Portici, Buonocore fece edificare una propria residenza presso il Trivio, nel centro storico cittadino, non lontano dal Palazzo Carafa di Roccella.


La decisione di trasferire temporaneamente il re rispondeva a una duplice esigenza: beneficiare della salubrità del clima vesuviano e consentire il completamento dei lavori di ammodernamento del Palazzo Reale di Napoli in vista dell’arrivo della futura regina Maria Amalia di Sassonia. Non a caso, il 14 gennaio 1738 Carlo sottoscriveva anche l’atto pubblico di procura per il matrimonio, segnando un’importante accelerazione nei preparativi della nuova corte.
Il 25 febbraio il sovrano riferì ai genitori di aver seguito il consiglio di Buonocore nonostante le riserve del marchese di Montealegre, Segretario di Stato, preoccupato che il trasferimento potesse alimentare interpretazioni politiche. L’episodio rivela come la futura scelta di Portici fosse legata non soltanto a esigenze di rappresentanza, ma anche a valutazioni concrete sulla qualità ambientale del luogo.
Ben prima della costruzione della Reggia e della successiva fioritura culturale della città, Portici era dunque già entrata nell’orizzonte personale del sovrano come luogo di benessere e soggiorno privilegiato.
La reputazione della località come luogo di cura trova ulteriore conferma nel marzo dello stesso anno, quando Carlo informò i genitori che il duca di Liria, infermo da tempo, aveva chiesto di trasferirsi a Portici per ristabilirsi.

Nei giorni successivi il progetto assunse contorni sempre più definiti. Furono effettuati sopralluoghi nelle proprietà aristocratiche della zona e vennero individuati i palazzi dei fratelli d’Aquino, Giacomo, principe di Caramanico, e Antonio, conte di Palena, nonché quello di Marino Caracciolo, principe di Santobuono. Contestualmente fu elaborata la pianta di un nuovo edificio destinato a integrare le residenze preesistenti in un unico complesso palaziale.
Una svolta decisiva si registrò nell’agosto del 1738. Il 12 agosto Bernardo Tanucci, giurista toscano, consigliere di fiducia di Carlo di Borbone e futuro segretario di Stato del Regno di Napoli, informava il cardinal Corsini, nipote e principale consigliere di papa Clemente XII, che il sovrano stava preparando una nuova villa nell’amena riva di Portici, lungo la strada per Salerno, a circa tre miglia da Napoli. La notizia dava conto non soltanto dell’acquisto di alcuni casini e boschi, ma anche dell’intenzione della corte di trascorrervi i mesi di settembre e ottobre. Portici si delineava così come una residenza destinata a entrare stabilmente nelle abitudini del sovrano.

Le informazioni trasmesse da Bernardo Tanucci documentano il momento genetico della futura Reggia di Portici.
Il 22 settembre Carlo emanò il primo atto ufficiale da Portici, si trattava dell’istituzione di un ordine cavalleresco, l’Insigne Real Ordine Militare di San Carlo. Mentre la nuova residenza prendeva forma, il sovrano le attribuiva già una funzione che andava oltre la dimensione privata e familiare. Da luogo scelto per la salubrità dell’aria e per il benessere della coppia reale, Portici iniziava a configurarsi come uno dei teatri della rappresentazione dinastica e della vita pubblica della monarchia borbonica.
Prima dell’avvio del cantiere furono compiute verifiche sull’attività vulcanica dell’area, al fine di accertarne la sicurezza. Mentre i lavori procedevano, Carlo soggiornò nel palazzo del conte di Palena, il primo palazzo reale di Portici. Furono quindi realizzati due ponti di collegamento tra i palazzi del principe di Santobuono e del conte di Palena, previa demolizione delle costruzioni che occupavano il giardino intermedio, primo passo verso la fusione delle diverse proprietà in un’unica residenza.

La direzione dei lavori venne affidata ad Antonio Medrano, affiancato dagli ingegneri Tommaso Saluzzi, Roque Joaquín de Alcubierre e Pietro Bardet de Villeneuve. L’ampliamento del complesso reale interessò anche il vicino Palazzo Mascabruno, incorporato nel sistema delle residenze borboniche e trasformato, sotto la guida di Medrano, in strutture destinate alla cavalleria reale. A tale funzione si collegò successivamente la realizzazione del celebre Galoppatoio Reale, i cui lavori furono diretti da Saluzzi. Il vasto maneggio coperto, considerato tra le più significative architetture equestri del suo tempo, rappresentò uno dei primi esempi monumentali di galoppatoio coperto in Europa, anticipando quello realizzato in anni successivi presso la reggia di Schönbrunn a Vienna. Ancora oggi esso costituisce una delle testimonianze più originali dell’organizzazione equestre della corte borbonica.
Ad Alcubierre, destinato in seguito a legare il proprio nome alle scoperte archeologiche vesuviane, venne inoltre affidato, il 7 novembre 1738, il compito di sovrintendere alle opere idrauliche nell’area di Pugliano, ulteriore segnale dell’attenzione riservata dalla corte alle infrastrutture necessarie allo sviluppo della nuova residenza.

Al cantiere parteciparono inoltre lo scultore Giuseppe Canart e, successivamente, il pittore Giuseppe Bonito, segno della cura che la corte riservò fin dall’inizio agli aspetti artistici del progetto.
Negli stessi mesi in cui prendeva forma la nuova residenza vesuviana, Carlo avviava anche la costruzione della Reggia di Capodimonte, destinata ad accogliere la collezione Farnese.
La costruzione della reggia procedette attraverso una sistematica acquisizione delle proprietà circostanti. Il nucleo originario del complesso fu costituito dalle residenze del conte di Palena, del principe di Santobuono e di Mascabruno, patrizio beneventano. A esse si aggiunsero progressivamente numerosi fondi appartenenti all’aristocrazia locale, a proprietari privati e a istituzioni religiose, dando impulso alla formazione del Bosco Superiore e del Bosco Inferiore. Masserie, vigne, boschi, terreni coltivati e fabbricati rurali furono progressivamente incorporati nel nascente demanio reale.
Una tappa particolarmente significativa si registrò il 29 settembre 1742 con l’acquisizione della villa sul mare appartenente a Teodoro Falletti, duca di Cannalonga. L’edificio, fatto costruire nel 1711 da Maurizio Emanuele di Lorena-Guisa, principe d’Elboeuf, luogotenente generale della cavalleria imperiale austriaca nel Regno di Napoli e discendente di Renato d’Angiò, rappresentava una delle più prestigiose dimore della costa vesuviana.
Attraverso queste acquisizioni Carlo non si limitò a edificare una nuova residenza, ma diede forma a un vero e proprio sistema territoriale che integrava palazzi nobiliari, giardini, boschi, terreni agricoli e affacci sul mare. La Corona acquistò inoltre circa duecentosessanta moggia di terreno, necessarie a collegare e unificare le diverse proprietà già incorporate nel complesso reale. In tal modo la Reggia di Portici assunse progressivamente la configurazione di un vasto organismo architettonico e paesaggistico esteso tra il mare e le pendici del Vesuvio, destinato a diventare il cuore della vita privata della corte e, successivamente, uno dei principali centri culturali, scientifici e archeologici del Regno.

La predilezione del sovrano per la località vesuviana emerge con particolare evidenza dauna lettera del 23 settembre 1738.

Nella stessa lettera il re riferiva anche il sensibile miglioramento delle condizioni di salute della consorte, attribuendolo “a Dio, alla Vergine e a Sant’Antonio” e manifestando fiducia in una sua completa guarigione. Il progressivo ristabilimento di Maria Amalia e l’entusiasmo con cui il sovrano descriveva il sito contribuiscono a spiegare il profondo legame affettivo che la giovane coppia reale sviluppò nei confronti di quella che sarebbe diventata la propria dimora prediletta.
Ed il marchese di Montealegre, nel riferire ai sovrani di Spagna sullo stato dei lavori, affermò che “il palazzo che Sua Maestà vi ha fatto trasformare è già pronto, nella più bella posizione che si possa trovare al mondo”.

Contemporaneamente prendeva forma anche il programma decorativo della nuova dimora. Montealegre inviava infatti alla corte spagnola i progetti degli affreschi destinati alla camera da letto del re e alle volte degli appartamenti interni, corredati dai relativi bozzetti preparatori. L’esecuzione delle opere fu affidata a Francesco De Mura, detto Franceschiello, tra i più brillanti allievi di Francesco Solimena e già allora considerato uno dei maggiori interpreti della pittura napoletana del tempo. Fin dalle prime fasi, dunque, la Reggia di Portici si configurò non soltanto come residenza di delizia, ma come un progetto architettonico e artistico destinato a riflettere il gusto, le ambizioni e l’identità culturale della nuova monarchia borbonica.
L’attenzione per l’ambiente naturale che circondava la nascente residenza reale emerge anche da un episodio di ottobre. Carlo autorizzò il marchese di Cartellar, accompagnato da un ingegnere polacco, a effettuare una ricognizione sul Vesuvio. L’ascensione aveva finalità non soltanto esplorative, ma anche scientifiche, i due raggiunsero il cratere, ne tracciarono un disegno e ne stimarono la profondità in circa 360 braccia. La decisione del sovrano di promuovere tali rilevazioni rivela un atteggiamento aperto all’osservazione e allo studio dei fenomeni naturali, in sintonia con quel clima di curiosità scientifica che avrebbe caratterizzato la stagione culturale borbonica.
Il 2 dicembre Carlo informava i genitori di essere infinitamente lieto che il progetto relativo al Vesuvio avesse incontrato il loro favore e riferiva di aver accolto il suggerimento di scoraggiare ulteriori ascensioni al cratere. Aggiunse tuttavia di essere ancora in attesa della relazione che Cartellar avrebbe dovuto consegnargli in seguito all’esplorazione. L’interesse manifestato per i risultati dell’indagine dimostra come la nascente esperienza di Portici fosse accompagnata da una crescente attenzione verso la conoscenza scientifica del territorio vesuviano.
Non appare casuale che proprio attorno alla Reggia di Portici si sarebbe sviluppato, negli anni successivi, uno dei più importanti centri europei di ricerca sull’antichità e sulla natura. Ben prima degli scavi di Ercolano e della fondazione del Museo Ercolanense, il Vesuvio e il suo ambiente costituivano già oggetto di osservazione diretta, misurazione e studio da parte degli uomini della corte borbonica. In questa prospettiva, le ricognizioni del 1738 possono essere considerate una significativa anticipazione di quella vocazione scientifica che avrebbe caratterizzato il territorio vesuviano nel secolo successivo e che avrebbe trovato la sua più alta espressione nell’istituzione dell’Osservatorio Vesuviano, voluto da Ferdinando II di Borbone nel 1841, primo osservatorio vulcanologico permanente al mondo. La sua direzione fu affidata a Macedonio Melloni, scienziato di fama internazionale, nato a Parma, l’antica capitale del ducato che Carlo di Borbone aveva governato prima di salire sul trono di Napoli, e destinato a legare gli ultimi anni della propria vita proprio a Portici, dove si spense nel 1854.
La rapida affermazione di Portici come residenza prediletta dei sovrani trova conferma anche nelle iniziative mondane che vi si svolsero fin dai primi mesi. Il 25 ottobre il duca Pignatelli di Monteleone offrì alla coppia reale una festa alla spagnola, organizzata in loro onore e conclusasi con una corrida. L’episodio testimonia la persistenza, nella Napoli dei primi Borbone, di consuetudini e modelli cerimoniali provenienti dalla corte madrilena, ai quali Carlo rimase profondamente legato per tutta la vita. Al tempo stesso, esso rivela come Portici fosse ormai divenuta uno dei principali scenari della sociabilità aristocratica e della rappresentazione dinastica. Mentre la Reggia prendeva forma, la località vesuviana iniziava infatti ad assumere le funzioni di una vera residenza di corte, destinata ad accogliere cerimonie, feste, ricevimenti e momenti della vita pubblica della monarchia.
Un episodio verificatosi il 6 dicembre preannunciava uno degli sviluppi più significativi dell’intera vicenda. Nel corso dei lavori destinati a collegare e ampliare i palazzi del principe di Santobuono e del conte di Palena, destinati al servizio dei sovrani, furono effettuati diversi scavi di fondazione. In una di queste cavità emersero un busto di metallo di Corinto, diverse statue di porfido, alcuni pezzi simili di colonne e una coscia di cavallo di metallo. La notizia alimentò immediatamente l’ipotesi che proprio in quell’area sorgesse l’antica e celebre Ercolano.
La scoperta andava ben oltre il semplice interesse antiquario. Mentre prendeva forma la nuova dimora di Carlo e Maria Amalia, il sottosuolo restituiva infatti le prime testimonianze di una città sepolta da quasi diciassette secoli. Si stabiliva così quel rapporto destinato a segnare profondamente il destino della residenza borbonica, destinata nel giro di pochi decenni a divenire il principale polo europeo degli studi archeologici e antiquari.
Fin dalla posa delle sue fondamenta, il nuovo complesso si configurò come uno spazio nel quale la costruzione del futuro si intrecciava con la riscoperta del passato.
Tale esperienza si inseriva in un più ampio disegno politico e culturale perseguito da Carlo di Borbone. Il sovrano promosse lo sviluppo economico del Regno attraverso manifatture, infrastrutture e nuovi modelli produttivi, ma fu al tempo stesso convinto sostenitore del ruolo delle arti e della conoscenza nella costruzione della grandezza dello Stato. Erede, per parte materna, delle tradizioni dei Medici e dei Farnese, trasferì a Napoli una concezione della sovranità fondata sul mecenatismo, sulla tutela del patrimonio e sulla diffusione della cultura.
In tale prospettiva assume particolare significato l’editto emanato a Firenze nel 1738 con cui il granduca Francesco Stefano di Lorena tentò di limitare l’emigrazione di artisti, tecnici e uomini di cultura verso Napoli. A soli quattro anni dall’ascesa di Carlo al trono, la capitale del Regno si stava già affermando come uno dei principali poli culturali dell’Europa settecentesca, raccogliendo l’eredità delle grandi corti del Rinascimento italiano e proiettandola in una nuova stagione di arte, scienza e innovazione.
Nata dalla ricerca di un ambiente salubre per la giovane coppia reale, la residenza vesuviana divenne ben presto molto più di una dimora di delizia, un laboratorio di conoscenza, un luogo di elaborazione culturale e uno degli spazi nei quali prese forma la moderna identità del Mezzogiorno borbonico. In nessun altro sito del Regno l’incontro tra natura, archeologia, scienza e mecenatismo si manifestò con altrettanta evidenza, facendo di essa la più compiuta espressione del sogno di Carlo e Amalia.
La predilezione di Carlo per la residenza vesuviana si tradusse rapidamente in una vera e propria organizzazione del tempo di corte. La famiglia reale vi trascorreva regolarmente le stagioni autunnali e primaverili, oltre ai fine settimana, generalmente dal venerdì alla domenica, quando il rientro a Napoli era scandito la domenica dalla partecipazione alle funzioni religiose presso la chiesa del Carmine. Si consolidò così una consuetudine che contribuì a fare della nuova dimora molto più di una semplice residenza di villeggiatura, essa divenne il luogo della vita quotidiana dei sovrani, il centro della loro dimensione familiare e uno dei principali scenari della rappresentazione dinastica.
La presenza costante della corte favorì inoltre una profonda trasformazione del territorio circostante, attirando nobiltà, artisti, funzionari e uomini di cultura.
La vocazione culturale della Reggia trovò un decisivo impulso nella fondazione, nel 1748, della Reale Stamperia, destinata a diventare uno dei più prestigiosi centri editoriali dell’Europa del Settecento, documentò con magnifiche pubblicazioni le scoperte archeologiche vesuviane e si avvalse dei migliori incisori, disegnatori e tecnici dell’epoca, la Stamperia pubblicò opere scientifiche, codici e documenti amministrativi, contribuendo alla formazione di una filiera che univa disegno, incisione, cartografia e stampa al servizio della conoscenza e della rappresentazione dello Stato. A essa si affiancò l’Officina Calcografica, all’interno della Reggia, nella quale Carlo di Borbone riunì alcuni tra i più qualificati incisori e disegnatori della penisola. Vi operarono artisti provenienti da Milano, Firenze e Roma, impegnati nella riproduzione dei reperti, delle pitture e delle sculture rinvenute negli scavi vesuviani. 
Da quell’ambiente nacquero figure destinate ad acquisire fama internazionale, come Raffaello Morghen, nato a Portici e considerato uno dei maggiori incisori europei tra XVIII e XIX secolo. Il principale compito dell’Officina fu la realizzazione delle tavole illustrate per la monumentale opera Le Antichità di Ercolano esposte, pubblicata dalla Reale Accademia Ercolanese tra il 1757 e il 1792.
Nel 1751 il sovrano aveva inoltre istituito presso la Reggia il Museo Herculanense, annesso alla Reggia, destinato a raccogliere i reperti provenienti dagli scavi di Ercolano e Pompei. Quel museo, visitato anche da Johann Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in Italia ben due volte, contribuì a fare della residenza vesuviana uno dei principali punti di riferimento della cultura antiquaria europea.

In tal modo il progetto concepito da Carlo e Maria Amalia superò rapidamente la dimensione della semplice residenza di delizia. Accanto alla corte, ai giardini e alle raccolte reali, si sviluppò un sistema integrato di musei, accademie, laboratori, stamperie e officine che trasformò il territorio vesuviano in uno dei più avanzati centri di produzione e diffusione della conoscenza nell’Europa dei Lumi.
Attorno alla residenza reale si sviluppò progressivamente un ambiente destinato a svolgere un ruolo centrale nella stagione borbonica, ponendo le basi di quel sistema culturale che avrebbe trovato espressione nelle collezioni di Capodimonte, negli scavi vesuviani e, in seguito, nella grande impresa di Caserta. Da luogo di delizia e di soggiorno, la nuova residenza si trasformò così in uno dei principali motori della vita culturale del Regno.
Scelta inizialmente per la salubrità del clima e il benessere della giovane coppia reale, la Reggia di Portici divenne ben presto un polo di riferimento per l’archeologia, la cultura e la scienza europee. Qui la riscoperta di Ercolano, lo studio del Vesuvio, la creazione del Museo Herculanense, dell’Officina Calcografica e della Real Accademia Ercolanese diedero vita a uno dei più avanzati laboratori di produzione e diffusione della conoscenza dell’Europa dei Lumi.
Ancora oggi le architetture borboniche e le testimonianze della ricerca scientifica che qui ebbe uno dei suoi centri più fecondi, sopravvive l’eredità di quel progetto, un’eredità che affonda le proprie radici nell’entusiasmo con cui Carlo descriveva Portici come “un paese davvero delizioso, con l’aria migliore del mondo” e che continua a raccontare, a quasi tre secoli di distanza, il sogno di Carlo e Amalia.
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Mario Manzo, porticese, è autore e studioso di storia locale, con particolare attenzione alla memoria storica di Portici e del territorio vesuviano.
Nei suoi contributi per LoSpeakersCorner, raccolti nella rubrica Diari del Tempo, ricostruisce vicende, personaggi e documenti del passato attraverso una scrittura attenta alle fonti e ai dettagli spesso meno conosciuti.
I suoi articoli spaziano dalla storia politica e civile a figure della cultura, della scienza e dello spettacolo, restituendo alla memoria collettiva episodi e protagonisti che hanno lasciato una traccia nella storia di Portici e dell’area napoletana.
