Diari dell’Antiquario – L’occhio dell’antiquario non è mai fermo di Mario Scippa | 17
L’antiquario racconta come l’occhio esperto sappia leggere un mobile oltre l’apparenza, tra tecnica, materiali e memoria degli stili
di Mario Scippa
L’occhio dell’antiquario non è mai fermo
Ricordo una mattina in negozio. Un mio cliente era entrato con quella curiosità inquieta di chi ha già visto qualcosa e vuole soltanto sentirsi confermare di aver visto bene. Mi raccontò che, passando davanti alla vetrina di un collega, si era fermato a lungo davanti a un cassettone.
«È Settecento?», aveva chiesto. Il commerciante aveva risposto di sì. Poi il cliente voleva un parere da me.
La situazione era delicata. Conoscevo quel mobile abbastanza da sospettare che non fosse affatto settecentesco. Era un Napoleone III, probabilmente di ottima fattura. E questo complicava tutto, perché non avevo davanti uno di quei mobili seriali e un po’ tronfi che denunciano subito la propria epoca. Era un mobile fatto bene. Molto bene.
Nel Secondo Impero francese, accanto alla produzione destinata a soddisfare una borghesia sempre più numerosa e affamata di arredi, lavoravano ebanisti straordinari. Artigiani capaci di riprendere Luigi XV, Luigi XVI, il Rinascimento, il Barocco e di farlo con materiali eccellenti, bronzi raffinati, intarsi, impiallacciature e costruzioni di grande precisione.
Oggetti che guardano al passato con tale sicurezza da riuscire, qualche volta, a confondere anche un occhio allenato.
Cambiai discorso. Il cliente tornò sul mobile. «Però è bello», disse. Su questo non c’era nulla da discutere.
Se ne andò poco dopo, mentre a me rimase addosso una curiosità fastidiosa. Volevo vedere quel cassettone da vicino. Le fotografie, le vetrine, perfino un primo sguardo possono suggerire molto, ma un mobile antico pretende presenza.
Qualche giorno dopo andai a trovare il collega. Entrai in galleria. Mi accolse con il solito entusiasmo. Il cassettone era al centro della stanza, investito dalla luce. Ed era davvero bello.
Mi avvicinai. Poi arretrai di un passo.
È quasi sempre il mio primo gesto davanti a un mobile che devo capire: andare indietro.
Prima viene l’insieme. Le proporzioni. Il peso. Il modo in cui le gambe sostengono il corpo. La tensione di una curva. Il rapporto tra pieni e vuoti. Cerco il tono generale, prima ancora degli indizi. Solo dopo torno avanti.
Aprii i cassetti. Guardai gli incastri, le schiene, i fondi. Passai le dita sui materiali. Osservai le parti che normalmente nessuno guarda, quelle che un mobile non mostra quando vuole sedurre.
Un mobile parla anche attraverso ciò che nasconde. Le superfici, le ferramenta, il modo in cui un cassetto scorre, la qualità di un legno secondario, una vite, una sega, una traccia lasciata dall’attrezzo. Nessun elemento, preso da solo, emette una sentenza. Sono parole sparse.
Bisogna capire se appartengono tutte alla stessa lingua. La verifica comincia quasi sempre dove finisce l’effetto. Fu mentre ero piegato davanti al cassettone che alzai gli occhi.
Sopra il mobile, appeso alla parete, c’era un piccolo quadro. Una campagna. Francese anche quello, metà Ottocento.
Dimenticai per qualche secondo il cassettone.
La luce sulla tela era morbida, ma viva. L’aria sembrava attraversare gli alberi. C’era qualcosa di instabile nel cielo, una vibrazione sottile, il senso di una giornata che poteva cambiare da un momento all’altro. Mi avvicinai al quadro. Pensai a quanto fosse singolare trovarlo proprio sopra quel mobile.
Nel Secondo Impero gli interni francesi diventano magnifici teatri della memoria. Gli stili del passato vengono ripresi, ordinati, combinati. Luigi XV torna a vivere accanto al Rinascimento. Il Settecento viene ricostruito con una precisione quasi vertiginosa. Le case si riempiono di velluti, bronzi, intarsi, tappezzerie, oggetti.
Parigi stessa, negli stessi anni, cambia pelle. La città si allarga, si apre, si mette in scena. E mentre negli interni tutto sembra cercare una forma definitiva, fuori accade quasi il contrario. Alcuni pittori cominciano ad allontanarsi dagli studi. Portano con sé tele, colori, cavalletti. Vanno verso i campi, i boschi, le strade. Cercano qualcosa che dentro le stanze non riescono più a trovare. L’aria. Una luce che cambia mentre la stai dipingendo. Il vento che sposta le foglie. La polvere. Pensai anche a Napoli.
Qualche decennio prima la Scuola di Posillipo aveva già insegnato che il paesaggio poteva smettere di essere una quinta teatrale. Pitloo, Gigante e gli altri avevano abbassato lo sguardo verso il golfo, le campagne, le strade, lasciando entrare nella pittura una luce meno obbediente.
Guardai di nuovo il cassettone.
Perfetto, elegante, costruito con sapienza. Un mobile che raccontava il passato attraverso la sicurezza della tecnica.
Poi tornai con gli occhi alla piccola campagna appesa sopra. Lì accadeva qualcosa di diverso.
La forma sembrava farsi meno certa. La materia diventava più visibile. Il paesaggio non era più osservato da lontano, composto, ordinato. Bisognava entrarci.
Forse è proprio questo che rende affascinante la metà dell’Ottocento. Dentro le case il passato viene ricostruito con una precisione straordinaria. Fuori, quasi nello stesso momento, qualcuno pianta un cavalletto nella terra e comincia a guardare il mondo da capo. Più vicino al suolo. Più esposto. Con la luce che attraversa le cose invece di proteggerle.
Rimasi ancora qualche minuto davanti al quadro. Del cassettone, ormai, avevo capito ciò che volevo capire. Era Napoleone III. Ed era bellissimo.
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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.
Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.
Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.
