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Le due vite di Portici

Presentazione del volume “Portici nelle vedute artistiche” di Antonio Formicola: un viaggio tra dipinti e disegni che raccontano bellezza e storia della cittadina vesuviana

di Tonia Ferraro

PORTICI | CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI – Negli spazi di Villa Fernandes, in via Armando Diaz, lo scorso 15 maggio è stato presentato Portici nelle vedute artistiche, ultimo libro del comandante Antonio Formicola, attento ricercatore storico. Sfogliare le pagine del volume e osservare le pitture e i disegni riprodotti, per chi come me è porticese “verace”, è stato emozionante: ha restituito la percezione di ciò che Portici avrebbe potuto essere oggi. È stato anche un sentimento carico di rammarico, per non aver ascoltato con maggiore attenzione i racconti dei “vecchi”. Allo stesso tempo, però, quelle vedute hanno suscitato orgoglio, perché nonostante le tante “mutilazioni”, nulla e nessuno sono riusciti a cancellare la bellezza di questo territorio. È come se Portici avesse avuto due vite, un prima e un dopo, ma fosse rimasta comunque fedele alla propria anima, custodendo sotto le ferite del tempo la memoria della sua bellezza e della sua storia.

L’evento, organizzato dall’associazione Matacultura, è stato aperto dai saluti di Antonella Renzullo, presidente dell’associazione Tells Italy. La presentazione è stata introdotta da Tommasina La Rocca, vicepresidente di Matacultura.

Sono poi intervenuti Ettore Di Caterina, amministratore del network Campania Svelata, Matteo Imperato, presidente della Proloco Portici Città della Reggia, Stanislao Scognamiglio, studioso di storia locale, e l’architetto Carlo De Francesco, autore della prefazione. Successivamente ha preso la parola l’autore del volume, Antonio Formicola, che ha ringraziato quanti hanno collaborato e sostenuto la pubblicazione.

L’intervento conclusivo è stato affidato a Paolo Belaeff, autore dell’interessante saggio . ella sua testimonianza, il professore Belaeff ha finalmente chiarito l’origine della dicotomia relativa alla corrente pittorica porticese dell’Ottocento, nata nel 1853 nella casa‑studio di Marco De Gregorio, allestita in alcune stanze della Reggia di Portici, e durata circa vent’anni.

De Gregorio attirò altri artisti che condividevano il suo modo di concepire la pittura, come Giuseppe De Nittis, Federico Rossano e Adriano Cecioni. In seguito si aggiunsero altri pittori, tra cui Antonino Leto, Camillo Amato, Raffaele Belliazzi, Alceste Campriani, Michele Tedesco, Andrea Cofa, Giuseppe Giuliani, Giovan Battista Filosa, Raffaele Izzo, Filippo Liardo, Luigi De Luise, ma anche Achille Vertunni, Natale Attanasio, Francesco Netti, Federico Cortese, Alessandro La Volpe, Carmelo Giarrizzo, Edoardo Monteforte, Vincenzo Montefusco, Giuseppe Laezza e Rubens Santoro. Successivamente anche artisti come Edoardo Dalbono vennero influenzati dalla corrente porticese.

La denominazione della corrente prese il nome dal luogo in cui era ubicato l’atelier di De Gregorio, cioè Portici. Un altro appellativo, coniato ironicamente dal pittore napoletano Domenico Morelli, era “Repubblica di Portici”: alludeva al fatto che, rispetto alla pittura accademica, rappresentasse una sorta di “fazione rivoluzionaria”. I “porticesi”, infatti, abbandonavano i soggetti storico‑mitologici per dedicarsi esclusivamente alla pittura di paesaggio dal vero.

La Scuola di Portici si differenziava profondamente da quella di Posillipo. Quest’ultima, di matrice romantica, inseguiva emozioni, luci soffuse e paesaggi sospesi tra alba e tramonto, quasi visioni da Grand Tour. La Scuola di Portici, invece, abbracciò la verità della vita quotidiana: sotto l’influenza dei Macchiaioli, introdotti da Adriano Cecioni, gli artisti dipinsero senza filtri la realtà delle campagne vesuviane, come mercati, casali, ferrovie, contadini, ricamatrici e scugnizzi. La luce divenne protagonista assoluta, mediterranea e “cocente”, tanto da far definire Portici un’autentica “Scuola di Luce”.

Fu negli anni Trenta del Novecento che la denominazione cambiò e divenne, erroneamente, “Scuola di Resina”, cioè l’odierna Ercolano, il cui territorio comincia appena oltre la Reggia. Probabilmente il catalogo redatto da Enrico Piceni influenzò fortemente questa nuova definizione, contribuendo a diffondere nel tempo una denominazione impropria che finì per oscurare il legame originario e autentico della corrente pittorica con la città di Portici.

Antonio Formicola è uno storico e ricercatore legato al territorio vesuviano e a Portici, impegnato nella ricostruzione della memoria locale attraverso studi di storia sociale, urbana, militare e culturale. Consulente dell’Ufficio storico della Marina Militare italiana, ha valorizzato documenti, testimonianze e tradizioni spesso dimenticate, contribuendo a preservare l’identità storica di una comunità segnata dal Vesuvio e dalle trasformazioni del tempo.

La sua produzione editoriale, incentrata sulla microstoria urbana e sul rapporto tra città, mare ed eredità borbonica, comprende opere come La bella Portici (1981), Il porto borbonico del Granatello (1984), Portici. Storia di una città (1999), Portici militare (1738–1860) (2012), Portici 1943. La città vista dal cielo (2019, con Ernesto De Martino) e La marina del Granatello e l’area delle Mortelle (2023). Il suo lavoro si distingue per il rigore della ricerca unito a una forte capacità narrativa, capace di restituire vita alla storia attraverso luoghi, immagini e memoria condivisa.

Per l’organizzazione dell’evento hanno collaborato con l’Associazione Culturale Matacultura, Villa Fernandes, Rete di Comunità Vesuviana, Tells Italy, Proloco Portici Città della Reggia e Campania Svelata.

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