Diari del tempo – Il mistero del missile caduto a Portici nel ’58 di Mario Manzo | 7
Un missile di fabbricazione tedesca precipitò nelle campagne di Bellavista nel febbraio 1958, suscitando allarme e dando origine a un’indagine dalla conclusione sorprendente
di Mario Manzo
Nella fredda serata di giovedì 8 febbraio 1958, Portici sembrava immersa nella consueta quiete dell’inverno. Poco dopo le dieci di sera, all’improvviso, un boato squarciò il silenzio e un intenso bagliore attraversò il cielo.
Il pensiero degli abitanti corse immediatamente al Vesuvio. Il ricordo delle sue terribili eruzioni, da quella devastante del 1906 fino all’ultima del marzo 1944, era ancora vivo nella memoria collettiva. A questa paura antica si sommava quella, più recente, della guerra.
Soltanto quindici anni prima il territorio vesuviano aveva subito i pesanti bombardamenti dell’estate del 1943, quando Portici ed Ercolano furono colpite dagli attacchi alleati diretti contro le infrastrutture strategiche dell’area napoletana, la linea ferroviaria costiera e la Strada Regia delle Calabrie, ritenuta un passaggio fondamentale per gli spostamenti di uomini e mezzi militari.
Molti abitanti si riversarono in strada, svegliati di soprassalto. Ma quella notte la minaccia non proveniva dalle viscere del vulcano. Dal cielo non stavano cadendo lapilli o cenere. A precipitare sulla campagna di Bellavista era stato un misterioso ordigno.
A riferire dei primi istanti dell’accaduto furono un contadino e un ferroviere del posto.
Favoriti dalla limpidezza della notte invernale, entrambi raccontarono di aver visto un oggetto infuocato fendere il cielo, illuminando la campagna con un vivido bagliore prima di precipitare al suolo.
L’ordigno concluse la propria corsa in un vigneto situato a circa duecento metri dal bivio autostradale. Sfiorò alcune abitazioni e cadde a pochi metri dalle pareti di una villa di Bellavista. L’impatto fu violento, nel terreno si aprì una buca profonda, dal diametro superiore al metro.
I Carabinieri della Stazione di Portici giunsero rapidamente sul posto, isolarono l’area e disposero un servizio di vigilanza per l’intera notte. Occorreva evitare rischi per la popolazione e consentire gli accertamenti tecnici del caso.

Per comprendere la preoccupazione che si diffuse in città bisogna ritornare al clima di quel 1958. L’Italia stava entrando negli anni del cosiddetto Miracolo Economico.
Da pochi mesi le strade avevano iniziato a popolarsi delle nuove Fiat 500, simbolo di una mobilità fino ad allora impensabile per molte famiglie.
Nelle case dove era presente la televisione ci si riuniva la sera davanti all’unico canale della Rai per seguire il telegiornale o trasmissioni di straordinario successo come Il Musichiere di Mario Riva, Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno e Itinerario Quiz di Edoardo Vergara Caffarelli.

Proprio Vergara Caffarelli, dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti e gli anni trascorsi accanto a figure come Gaetano Salvemini, Randolfo Pacciardi e Carlo Sforza, si sarebbe successivamente stabilito a Portici nella villa di famiglia, già appartenuta al grande scienziato Macedonio Melloni.
Erano anni attraversati da un diffuso sentimento di fiducia nel futuro. Le innovazioni tecnologiche sembravano promettere una società più moderna, dinamica e prospera. Eppure quell’ottimismo conviveva con l’ombra inquieta della Guerra Fredda.
Le pagine dei giornali erano dominate dalle notizie sulla corsa agli armamenti e sulle nuove tecnologie militari. Nell’ottobre del 1957 l’Unione Sovietica aveva lanciato lo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia. Il 31 gennaio 1958, appena una settimana prima dell’incidente di Portici, gli Stati Uniti avevano risposto con il lancio dell’Explorer, il loro primo satellite artificiale. Nello stesso anno sarebbe nata la NASA.

Lo spazio stava diventando il nuovo terreno di confronto tra le superpotenze e, nell’immaginario collettivo, il cielo non appariva più soltanto il regno delle stelle.
Pochi giorni prima dell’episodio, il generale sovietico Pokrovski aveva illustrato una presunta tecnica per guidare missili intercontinentali attraverso invisibili corridoi di radio-onde. Dagli Stati Uniti giungevano invece notizie sui successi del missile teleguidato Snark, capace di raggiungere bersagli posti a migliaia di chilometri di distanza.

Sul fronte interno, il ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani aveva annunciato l’imminente introduzione di nuovi sistemi missilistici nell’Esercito italiano, alimentando un acceso dibattito politico.
In questo contesto, la scoperta di un cilindro metallico dotato di alettoni e contrassegnato da scritte tedesche non poteva che suscitare allarme.
Le prime ore successive all’incidente furono caratterizzate dall’incertezza. Gli ambienti militari parlarono prudentemente di un oggetto dalla natura e dalla provenienza ancora imprecisabili. Il riserbo contribuì ad alimentare le ipotesi più disparate. Si parlò di un esperimento fallito, di un missile fuori rotta e perfino di un errore verificatosi durante test balistici in corso lungo il litorale laziale.
All’alba del 9 febbraio una squadra specializzata della Direzione di Artiglieria di Napoli raggiunse Bellavista e procedette al recupero dell’ordigno. Trasportato nei laboratori militari, il reperto fu sottoposto ad approfondite analisi tecniche.
Gli specialisti stabilirono che si trattava di un proiettile-razzo inerte di fabbricazione tedesca, contraddistinto da una matricola alfanumerica e dotato di alettoni con corona stabilizzatrice in rame.
Il mistero trovò però una soluzione del tutto inattesa.
L’11 febbraio le indagini dei Carabinieri riuscirono infatti a ricostruire l’intera vicenda. La traiettoria del presunto missile non partiva da basi segrete né da installazioni militari. Tutto aveva avuto origine all’interno di una fonderia.
Una fotografia dell’epoca mostra i Carabinieri e gli specialisti dell’Artiglieria intenti a delimitare l’area d’impatto e a registrare i rilievi tecnici nei pressi della villa. Al centro della scena risalta il cilindro metallico del proiettile-razzo, adagiato sul terreno del vigneto, poco sotto, alcune piantine affiorano dalla terra, creando un contrasto simbolico tra un ordigno nato per la distruzione e la natura che continua silenziosamente il proprio ciclo.
L’ordigno proveniva infatti dalla SIMET – Società Industriale Metallurgica di Napoli, una significativa realtà della siderurgia privata meridionale del dopoguerra. Lo stabilimento era specializzato nel recupero e nella rifusione di materiali metallici provenienti anche da residuati bellici raccolti nell’Italia centro-meridionale.
La storia della SIMET avrebbe in seguito assunto anche una rilevanza europea. L’azienda fu infatti protagonista di alcune importanti controversie giuridiche dinanzi alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee riguardanti il sistema di perequazione del rottame ferroso introdotto dalla CECA, contribuendo all’evoluzione della giurisprudenza in materia di certezza del diritto e tutela delle imprese.
Ma nella vicenda del febbraio 1958 la spiegazione era assai più semplice.
Prima di essere consegnati all’azienda, gli ordigni recuperati venivano sottoposti a operazioni di bonifica da parte degli artificieri dell’Esercito. Le spolette e le cariche principali erano state rimosse, ma il proiettile conservava ancora alcuni piccoli candelotti di propellente collocati all’esterno.
Scambiato per un semplice rottame metallico, il residuato fu caricato su un carrello destinato al forno fusorio. Quando venne immesso nel crogiolo ad altissima temperatura, il propellente residuo si incendiò improvvisamente.
In pochi istanti il vecchio ordigno tornò a comportarsi come un razzo.
La spinta generata dalla combustione lo proiettò verso l’alto. Il proiettile perforò il tetto dello stabilimento, si innalzò nel cielo notturno e descrisse una lunga parabola di diversi chilometri prima di precipitare nelle campagne di Portici.
Oggi quella vicenda racconta molto del Novecento, le macerie ancora presenti della guerra, la paura atomica, la corsa allo spazio, la trasformazione industriale del Paese e le speranze di una società che guardava con fiducia al futuro.
Al tempo d’oggi, dopo quasi settant’anni, quel piccolo episodio ormai dimenticato richiama ancora la responsabilità dell’uomo dinanzi alle proprie invenzioni e ricorda che il progresso autentico si misura nella saggezza con cui sceglie di impiegare gli strumenti che sa costruire.
In un mondo segnato da guerre e divisioni, da quella notte d’inverno a Portici giunge ancora una lezione attuale, coltivare germogli invece di alimentare conflitti, abbattere i muri dell’incomprensione per costruire ponti di dialogo, solidarietà e cooperazione.
Perché il più alto destino della civiltà consiste nel riconoscere, oltre ogni confine, la dignità dell’uomo e il valore del bene comune, affinché possiamo consegnare alle future generazioni un mondo finalmente pacificato, guidato dalla luce della fratellanza universale.
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Mario Manzo, porticese, è autore e studioso di storia locale, con particolare attenzione alla memoria storica di Portici e del territorio vesuviano.
Nei suoi contributi per LoSpeakersCorner, raccolti nella rubrica Diari del Tempo, ricostruisce vicende, personaggi e documenti del passato attraverso una scrittura attenta alle fonti e ai dettagli spesso meno conosciuti.
I suoi articoli spaziano dalla storia politica e civile a figure della cultura, della scienza e dello spettacolo, restituendo alla memoria collettiva episodi e protagonisti che hanno lasciato una traccia nella storia di Portici e dell’area napoletana.
