Diari del Tempo – Un ordine cavalleresco istituito a Portici di Mario Manzo | 6
Portici nella storia della monarchia borbonica: nel 1738 Carlo di Borbone istituì il Real Ordine Militare di San Carlo, destinato a premiare fedeltà, valore e servizio alla Corona
di Mario Manzo
Nel pieno del processo costitutivo della monarchia borbonica nel Regno di Napoli, la città di Portici fu teatro dell’istituzione di un ordine cavalleresco, il Real Ordine Militare di San Carlo. Il 22 ottobre 1738, infatti, re Carlo di Borbone sottoscrisse da Portici il decreto di fondazione dell’ordine, destinato a premiare “fedeltà, valore e zelo” alla Corona ed ai servizi resi allo Stato.
Si tratta, con ogni probabilità, del primo atto ufficiale emanato dal sovrano da Portici. I lavori per la costruzione della futura Reggia erano iniziati e Carlo risiedeva nella villa del conte di Palena, d’Aquino di Caramanico, successivamente inglobata nel complesso reale. Quell’edificio è stato il primo Palazzo Reale borbonico di Portici.
Il giorno seguente, sempre dalla residenza porticese, gli statuti e le leggi dell’Ordine furono trasmessi alla Real Camera di Santa Chiara dal marchese di Salas, José Joaquín de Montealegre, Segretario di stato del Regno di Napoli, affinché fossero pubblicati e conservati “a perpetua memoria”.
L’istituzione nacque appena tre mesi dopo la creazione dell’Insigne Real Ordine di San Gennaro, fondato il 3 luglio 1738.
Tuttavia, mentre l’Ordine di San Gennaro era un ordine di collana riservato prevalentemente all’alta aristocrazia e ai più elevati funzionari dello Stato, l’Ordine di San Carlo era un ordine militare, destinato a ricompensare quanti si fossero distinti nelle armi per coraggio, fedeltà e dedizione al sovrano, sia nell’esercito sia nella marina del Regno.
Nelle intenzioni del re, l’Ordine non doveva limitarsi a rappresentare una ricompensa per i meriti acquisiti, ma costituire anche uno strumento per alimentare tra i militari una nobile emulazione, rafforzando il senso dell’onore e dell’appartenenza alle istituzioni della nuova monarchia.
La croce cavalleresca, da portarsi quotidianamente appesa a un nastro rosso violaceo, recava al centro l’effigie di san Carlo Borromeo su fondo d’oro, circondata da un anello smaltato di bianco ornato da tre crocette patenti nere.
I bracci terminavano con motivi a forma di giglio coronato, evidente richiamo all’araldica della dinastia borbonica.
Anche l’abito ufficiale era minuziosamente regolamentato. I cavalieri indossavano un manto bianco di seta marezzata, rifinito da una sottile frangia d’oro e corredato da due lunghi cordoni intrecciati di seta e oro da fissare alla cintura. L’insieme era completato da un cingolo equestre bianco dal quale pendeva la spada, simbolo della dignità militare dell’Ordine.
Gli statuti fissavano a cento il numero massimo dei cavalieri. L’ammissione richiedeva normalmente la dimostrazione della nobiltà dei natali; tuttavia, elemento particolarmente significativo e innovativo, era prevista la possibilità di accogliere nell’Ordine anche coloro che avessero reso servizi eminenti alla Corona o dato prova di straordinario valore militare.
Il Gran Magistero fu dichiarato perpetuamente annesso alla Corona del Regno, sancendo così uno stretto legame tra l’istituzione cavalleresca e la monarchia borbonica.
A governo della nuova istituzione Carlo di Borbone pose alcuni dei suoi più stretti collaboratori, tre dei quali lo avevano seguito dalla Spagna nella conquista del Regno. La carica di Cancelliere fu conferita a mons. Celestino Galiani, arcivescovo di Tessalonica e Cappellano Maggiore del Regno, figura di primo piano della cultura napoletana del Settecento e convinto sostenitore delle nuove correnti scientifiche europee; quella di Maestro delle Cerimonie a don Giuseppe Fieles Collantes, Contatore Principale dell’Esercito, ossia il massimo funzionario preposto alla contabilità e al controllo amministrativo delle forze armate del Regno; l’amministrazione delle finanze dell’Ordine fu affidata a don Juan Angel de Goyzueta, Tesoriere Generale del Regno, una delle più elevate magistrature finanziarie della monarchia; mentre le funzioni di Segretario furono esercitate da don Phelipe Mendez de Castro, Controllore della Real Casa.
I quattro ufficiali sarebbero stati compresi nel numero dei cento cavalieri previsti dagli statuti.
L’Ordine non si limitava a conferire onori e privilegi, ma imponeva ai suoi membri una rigorosa disciplina, particolarmente significativo era il divieto assoluto di duello. Nessun cavaliere poteva né provocare né accettare una sfida. Al contrario, egli era tenuto a prevenire i duelli altrui e a deferire qualsiasi controversia al giudizio del sovrano e delle leggi del Regno.
I cavalieri erano inoltre chiamati a difendere la religione cattolica e a promuovere la concordia nelle controversie private. Dovevano partecipare in abito ufficiale alle principali celebrazioni della Cappella Reale, in particolare alla festa di san Carlo, celebrata il 4 novembre, e alle solenni funzioni pasquali.
Anche il vincolo di fraternità cavalleresca era disciplinato con precisione. Alla morte di un confratello, ogni cavaliere era tenuto a far celebrare una messa solenne in suffragio dell’estinto e a recitare l’Ufficio dei Morti, perpetuando così il legame spirituale che univa i membri dell’Ordine.
Risulta anche un regolamento datato il successivo 31 ottobre.
Nonostante la completezza dell’impianto normativo e l’ambizione del progetto, il Real Ordine Militare di San Carlo non superò mai la fase istitutiva. Le ragioni di questa sostanziale inattività non sono note e probabilmente furono il risultato di una pluralità di fattori concorrenti.
Anzitutto, la priorità assegnata all’Ordine di San Gennaro finì per assorbire gran parte delle energie della Corte borbonica. Carlo di Borbone e i suoi consiglieri individuarono infatti nel nuovo ordine di collana uno strumento fondamentale per la cooptazione dell’alta aristocrazia e per la costruzione delle relazioni diplomatiche del giovane Regno. In tale contesto, l’Ordine di San Carlo, concepito per finalità essenzialmente militari, passò inevitabilmente in secondo piano.
A ciò si aggiungeva l’esistenza del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, del quale Carlo era Gran Maestro in quanto erede della madre Elisabetta Farnese. Si trattava di un ordine religioso-militare dotato di antica tradizione, proprie rendite e una consolidata struttura organizzativa. È verosimile che il sovrano preferisse continuare a utilizzare il Costantiniano come principale strumento di ricompensa per i meriti delle armi e della nobiltà, rendendo superflua l’attivazione di un nuovo ordine militare parallelo.
Va inoltre considerato che nel 1738 l’esercito napoletano era ancora in una fase iniziale di riorganizzazione. Le forze armate erano composte in larga misura da contingenti spagnoli e truppe mercenarie e non esisteva ancora quel ceto di ufficiali regnicoli stabilmente inserito in una moderna carriera militare che avrebbe potuto costituire il principale bacino dei futuri insigniti.
Non va infine trascurato l’aspetto economico. Ogni ordine cavalleresco del XVIII secolo necessitava di una solida base patrimoniale, fondata su rendite e benefici capaci di garantirne il funzionamento amministrativo e di sostenere le eventuali pensioni o prebende spettanti agli insigniti. Il Regno di Napoli era allora impegnato in un complesso processo di ricostruzione finanziaria e potrebbe non aver disposto delle risorse necessarie per rendere effettivamente operativo il nuovo Ordine.
Quando Carlo di Borbone lasciò il trono di Napoli nel 1759 per assumere quello di Spagna con il nome di Carlo III, il progetto dell’Ordine di San Carlo sembrò definitivamente accantonato. Tuttavia, con l’Ordine di Carlo III, istituito a Madrid nel 1771 e dedicato all’Immacolata Concezione, vi fu una parziale ripresa di quell’idea rimasta incompiuta nel Regno di Napoli, la volontà di dotare la monarchia borbonica di un moderno sistema onorifico strettamente legato alla Corona e fondato sulla ricompensa della fedeltà e dei meriti acquisiti al servizio dello Stato.
Se l’Ordine di San Carlo non ebbe una concreta attuazione, il suo patrimonio ideale non andò tuttavia disperso. Il principio ispiratore che ne aveva guidato la fondazione, fondato sulla valorizzazione del merito, del servizio e della fedeltà al sovrano, continuò infatti a riaffiorare nelle successive istituzioni premiali borboniche.
Nel Regno di Napoli, e successivamente in quello delle Due Sicilie, l’esigenza di ricompensare il valore e i servizi militari trovò una prima significativa espressione nel Real Ordine di San Ferdinando e del Merito, istituito da Ferdinando IV nel 1800. Per la prima volta veniva introdotto un sistema onorifico specificamente destinato a premiare le azioni di valore compiute in guerra e i meriti acquisiti al servizio della monarchia.
Un ulteriore passo verso una concezione moderna e meritocratica delle onorificenze fu compiuto durante il Decennio francese. Con decreto del 5 novembre 1813, Gioacchino Murat emanò il regolamento dell’Ordine Reale delle Due Sicilie, modellato sulla Legion d’Onore napoleonica, il più autorevole esempio europeo di sistema premiale fondato prevalentemente sul merito personale e sui servizi resi allo Stato.
Nel clima della Restaurazione, Ferdinando I abolì l’ordine murattiano ma ne recuperò in parte l’impostazione, istituendo con la legge del 1° gennaio 1819 il Real Ordine Militare di San Giorgio della Riunione, nel quale confluirono funzioni e finalità proprie dell’Ordine Reale delle Due Sicilie. Ancora una volta Portici fu protagonista di questa vicenda. Proprio dalla Città della Reggia, il 15 ottobre 1819, Ferdinando I emanò sia il regolamento dell’Ordine sia un apposito decreto che destinava la chiesa di San Martino alle solenni funzioni religiose dell’istituzione cavalleresca.
Alcuni anni più tardi, il 6 giugno 1828, fu ancora da Portici che Francesco I dispose l’estensione delle insegne e dei benefici del Real Ordine Militare di San Giorgio della Riunione agli ufficiali della Real Gendarmeria.
Si delinea così una significativa continuità storica che collega il decreto firmato da Carlo di Borbone a Portici nel 1738 alle successive evoluzioni del sistema onorifico borbonico. Pur non essendo mai divenuto pienamente operativo, il Real Ordine Militare di San Carlo anticipò infatti principi e finalità che avrebbero caratterizzato gran parte degli ordini cavallereschi del Regno nei decenni successivi, quali la valorizzazione del merito, del servizio, della disciplina e della fedeltà alla Corona.
Se il Real Ordine Militare di San Carlo rimase in larga misura un progetto incompiuto, il suo legame con Portici fu tutt’altro che episodico. Dalla villa del conte di Palena, primo nucleo della futura Reggia, fino ai decreti emanati da Ferdinando I e Francesco I nel XIX secolo, la città vesuviana fu più volte teatro di scelte significative riguardanti gli ordini cavallereschi della monarchia.
Portici appare così, accanto alla capitale Napoli, come uno dei laboratori politici e simbolici del Regno, luogo nel quale i Borbone definirono forme e strumenti attraverso cui riconoscere il merito, premiare il servizio e rappresentare l’autorità della Corona.
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Mario Manzo, porticese, è autore e studioso di storia locale, con particolare attenzione alla memoria storica di Portici e del territorio vesuviano.
Nei suoi contributi per LoSpeakersCorner, raccolti nella rubrica Diari del Tempo, ricostruisce vicende, personaggi e documenti del passato attraverso una scrittura attenta alle fonti e ai dettagli spesso meno conosciuti.
I suoi articoli spaziano dalla storia politica e civile a figure della cultura, della scienza e dello spettacolo, restituendo alla memoria collettiva episodi e protagonisti che hanno lasciato una traccia nella storia di Portici e dell’area napoletana.
