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Diari dell’Antiquario – Tinto Brass. Una chiave lasciata a vista di Mario Scippa | 22

Il nostro antiquario rilegge il film di Tinto Brass La chiave attraverso i dettagli, i gesti quotidiani e gli oggetti capaci di custodire la memoria

di Mario Scippa

Di La chiave, a distanza di anni, mi è rimasta in mente soprattutto la chiave.

Mi torna davanti così, con un po’ di luce sul metallo. Il resto della stanza, nella memoria, è quasi al buio. Ricordo di averla guardata più a lungo di quanto si guardi di solito una chiave. In casa mia, se trovassi una delle mie sul tavolo, saprei dire da quale tasca è caduta. Quella era stata lasciata lì. C’era una mano che l’aveva posata e un’altra, ancora lontana, che prima o poi sarebbe venuta a prenderla.

Da antiquario ho fatto mia quella maniera di guardare.

Davanti a un cassettone, mi capita di chinarmi per vedere come prende la luce il legno intorno a un pomello. Sul cassetto di sopra, proprio sotto il pomello, a volte c’è una piccola mezzaluna più chiara. Ci appoggio il pollice. Va a posto da sé. E per un attimo vedo qualcuno aprire quel cassetto senza abbassare gli occhi, magari mentre continua a parlare con una persona sulla porta.

Che cosa ci teneva? Le posate, forse.

Mi piace che possano essere soltanto le posate. Una mano che torna lì ogni sera, per anni, finisce per lasciare nel legno una cosa che nessuno dei due, sulla porta, avrebbe pensato di ricordare.

Quando ripenso a Brass, mi viene da immaginare Teresa e suo marito a tavola.

Lui le passa il pane. Lei lo prende, ne stacca un pezzo e raccoglie col dito una briciola rimasta sulla tovaglia. Lui intanto cerca di capire se ha letto il diario. Forse vorrebbe chiederle a che pagina è arrivata. Le chiede se vuole ancora del vino.

E poi Teresa scrive.

È qui che, ogni volta, il ricordo del film mi si riaccende.

Me la immagino ferma su una parola. Potrebbe cancellarla. La lascia. Adesso è lui che, leggendo, dovrà decidere se quella parola le è sfuggita o se ce l’ha messa per lui.

Mi piace pensare che torni indietro di una riga e la legga ancora.

 

Me ne accorgo anche quando scrivo.

A volte faccio parlare due persone per mezza pagina e, a rileggerle, sento che continuano a spiegarsi qualcosa che sanno già. Allora tolgo una battuta. Poi un’altra. E magari resta solo lei che si alza da tavola, passa accanto al mobile e, prima di uscire, sposta la chiave di un dito.

Quando lui entra, la trova quasi nello stesso punto.

Ora, caro Maestro, sono sicuro che quella chiave le aprirà la porta della luce eterna.

Mi piace immaginare che, appena varcata la soglia, lei riconosca una per una le sue visioni, come si riconoscono i volti di chi ci ha aspettato a lungo.

Buon viaggio, Maestro.

E grazie per avermi insegnato a guardare anche le cose che sembrano stare lì per caso.

 

Se vuoi leggere altri miei articoli clicca su Diari dell’Antiquario o su https://www.marioscippa.it/diari-antiquario 

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

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